sabato 18 gennaio 2014

Scrivo da una cella senza finestre




Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata con­dannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il profe­ta Maometto.
Dio sa che è una sentenza ingiusta e che il mio unico de­­litto, in questo mio grande Paese che amo tanto, è di essere cattolica. Non so se queste parole usciranno da questa prigione. Se il Signore miseri­cordioso vuole che ciò avvenga, chiedo agli spagnoli (il 15 dicembre, il marito di Asia ritirerà a Madrid il premio dell’associazione HazteOir, n­dr ) di pregare per me e intercedere presso il presidente del mio bellissi­mo Paese affinché io possa recuperare la libertà e tornare dalla mia fa­miglia che mi manca tanto. Sono sposata con un uomo buono che si chiama Ashiq Masih. Abbia­mo cinque figli, benedizione del cielo: un maschio, Imran, e quattro ra­gazze, Nasima, Isha, Sidra e la piccola Isham. Voglio soltanto tornare da loro, vedere il loro sorriso e riportare la serenità. Stanno soffrendo a cau­sa mia, perché sanno che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita. Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui».Due uomini giusti sono stati assassinati per aver chiesto per me giusti­zia e libertà. Il loro destino mi tormenta il cuore. Salman Taseer, gover­natore della mia regione, il Punjab, venne assassinato il 4 gennaio 2011 da un membro della sua scorta, semplicemente perché aveva chiesto al governo che fossi rilasciata e perché si era opposto alla legge sulla bla­sfemia in vigore in Pakistan. Due mesi dopo un ministro del governo na­zionale, Shahbaz Bhatti, cristiano come me, fu ucciso per lo stesso mo­tivo. Circondarono la sua auto e gli spararono con ferocia.
Mi chiedo quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra persone di differenti religioni nel mio grande Pae­se. Gesù, nostro Signore e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere. Ho provato u­na grande emozione quando ho saputo che il Santo Padre Benedetto XVI era intervenuto a mio favore. Dio mi permetta di vivere abbastan­za per andare in pellegrinaggio fino a Roma e, se possibile, ringraziarlo personalmente.
Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi per­metta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari. Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia.
Asia Noreeen Bibi – Prigione di Sheikhupura, Pakistan​

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Chi perseguita i cristiani. Ecco l'infame classifica
di Anna Bono
È ben noto quali siano i paesi in cui i cristiani corrono maggiori pericoli, il giudizio è sostanzialmente unanime e si sintetizza grosso modo nella World Watch List di Open Doors, la classifica dei 50 stati in cui i cristiani subiscono le persecuzioni maggiori, pubblicata all’inizio di ogni anno. La World Watch List 2014 è stata presentata da pochi giorni. Vi sono confermati quasi tutti i paesi elencati nel 2013 con al primo posto, come sempre, la Corea del Nord. Ne sono usciti Azerbaigian, Uganda e Kirghizistan, sostituiti da Repubblica Centrafricana, Sri Lanka e Bangladesh.
In Bangladesh, una delle tre “new entry”, al 48° posto, la prima vittima cristiana dall’inizio dell’anno è Ovidio Marandy,  un giovane cattolico del gruppo tribale Santal, fratello di un sacerdote della diocesi di Dinajpur. L’11 gennaio a Gobindoganj, nel distretto settentrionale di Gaibandha, il ragazzo, ben noto e apprezzato per il suo coraggio e la sua determinazione, è stato ucciso dagli estremisti islamici per aver organizzato una manifestazione di protesta contro le violenze ai danni dei cristiani verificatesi nelle diocesi di Mymensigh e Rajshahi alcuni giorni prima, all’indomani delle legislative del 5 gennaio. Centinaia di islamisti avevano allora assalito e incendiato le abitazioni dei cristiani che erano andati a votare nonostante le minacce dei partiti all’opposizione intenzionate a boicottare il voto. Inoltre gli estremisti avevano minacciato di tornare per prendersi le terre della comunità. Durante l’assalto, otto persone erano state ferite, alcune gravemente. Anche nella parrocchia di Baromari, nel distretto di Sherpur, i cristiani che hanno osato andare alle urne hanno subito in questi giorni attacchi da parte degli islamisti.
Nello Sri Lanka, 29° nella World Watch List 2014, a infierire contro i cristiani a Hikkaduwa, nel sud del paese, sono stati invece i radicali buddisti che il 12 gennaio, in pieno giorno, hanno attaccato due chiese indipendenti di cui pretendono la chiusura con il pretesto che manchino dei permessi di apertura. Una folla guidata da otto monaci buddisti ha dapprima circondato gli edifici scagliando pietre e mattoni. Poi, malgrado la presenza delle forze dell’ordine, ha fatto irruzione al loro interno danneggiando seriamente le strutture e dando fuoco a simboli e libri religiosi, incluse alcune Bibbie. Gli attacchi confermano il clima di crescente intolleranza nei confronti delle minoranze già più volte denunciato dalle autorità religiose e che ha appunto meritato al paese l’ingresso nella lista di Open Doors. I cristiani sono poco più del 6%della popolazione. La religione ufficiale è il buddismo, praticato da quasi il 70% degli abitanti.
Il pastore evangelico Sanjeevulu, guida del gruppo “Amici di Hebron”, è il primo cristiano ucciso nel 2014 in India, 28° paese nell’elenco di Open Doors. L’11 gennaio a Vikarabad, nell’Andra Pradesh, quattro uomini si sono presentati a casa sua e lo hanno indotto a uscire in strada sostenendo di voler pregare con lui. Poi lo hanno aggredito infliggendogli sette coltellate e colpendolo con mazze e bastoni. L’uomo è deceduto due giorni dopo. La moglie, accorsa alle sue grida e anch’essa ferita, è sopravvissuta. I leader cristiani locali hanno organizzato una manifestazione pacifica per chiedere giustizia. Alcuni dei fedeli che vi hanno partecipato sono però stati arrestati. È possibile che l’omicidio fosse premeditato da tempo. Tre mesi fa il pastore aveva infatti subito minacce dai membri di un gruppo fondamentalista indù con i quali aveva avuto una discussione. Global Council of Indian Churches si dice allarmato per la recrudescenza della persecuzione anti-cristiana nello stato dell’Andra Pradesh.
In Indonesia – al 47° posto nella World Watch List – la persecuzione si manifesta anche in vessazioni e divieti continui. Per fare un esempio, il complesso iter burocratico imposto ai cristiani per la costruzione di edifici religiosi fa si che possano trascorrere anche dieci anni prima che si ottengano tutte le autorizzazioni necessarie. Trattandosi di luoghi di culto, è inoltre necessario il nulla osta dei residenti e del locale gruppo per il dialogo interreligioso. Fatto sta che, in un solo mese, a partire dal 16 dicembre 2013, le autorità di Sumatra, su pressione degli estremisti islamici, hanno bloccato i lavori di costruzione di ben cinque chiese. L’ultimo cantiere è stato chiuso alcuni giorni or sono a Pasir Putih, nel distretto di Bungo. L’intoppo apparentemente solo amministrativo – qualche autorizzazione mancante – in realtà pare mascheri l’intenzione di impedire definitivamente la costruzione con la motivazione che in quella zona la presenza di una chiesa costituirebbe fonte di “disturbo sociale”. Le autorità locali intendono far costruire al posto delle abitazioni private.
In Vietnam – 18° nell’elenco di Open Doors – sono i terreni e le proprietà dell’arcidiocesi di Saigon a essere il bersaglio dell’intolleranza religiosa. Le autorità intendono espropriare la parrocchia di Thu Thiem, fondata oltre 150 anni or sono, e gli edifici usati dalle religiose della congregazione Amanti del Sacro Cuore, attiva da 173 anni. L’ordinanza di sequestro è già stata emessa e non sono mancate le minacce e le intimidazioni. Ciononostante il parroco di Thu Thiem non si è arreso. Alle pressioni ha risposto dicendosi “pronto al martirio” se necessario, per difendere la sua parrocchia e la Chiesa vietnamita. In Vietnam i cristiani sono poco meno del 7% della popolazione e patiscono le crescenti limitazioni alla libertà religiosa imposte dal governo controllato dal Partito unico comunista.