
Cinquant’anni fa la visita in Terra Santa di Paolo VI.
Pubblichiamo tre stralci tratti da altrettanti bilanci che Paolo VI fece del suo storico viaggio. I primi due furono pronunciati subito dopo il ritorno: (1) uno alle 21.30 nella sala del Concistoro dove era riunito il Collegio dei cardinali, dopo l’atterraggio all’aeroporto di Ciampino avvenuto alle 18.30 del 6 gennaio e l’abbraccio festoso della folla accorsa sulle strade e in piazza San Pietro per salutarlo; (2) l’altro pronunciato l’8 gennaio, durante l’udienza generale. (3) Il terzo, invece, è del 1967 ed è tratto dai «Dialoghi con Paolo VI» di Jean Guitton.
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(1)
Ai cardinali
Signor Cardinale Decano e Signori Cardinali, Gli avvenimenti straordinari meritano molta indulgenza e io chiedo quella di perdonare tutto questo tempo e questo impegno che è stato richiesto alla loro paziente attesa in ragione del mio arrivo, del mio ritorno.È davvero straordinario. È straordinario proprio per il punto di arrivo. Io non aspettavo di vedere Roma in una esaltazione spirituale così grande, che davvero non posso dirla comparabile con nessun altro momento della vita romana. Siamo davanti a un fatto, io credo, che già di per se stesso è un avvenimento. Roma ha manifestato, penso, come non mai una adesione al Papa, la quale non sembra essere giustificata dalla semplicità dell’avvenimento com’è un passaggio attraverso la città per l’arrivo da un viaggio. Invece lo diranno i documenti, lo diranno i testimoni, quale ricevimento sia stato fatto stasera al Papa dal popolo di Roma; una cosa che dobbiamo registrare come grande e come significativa.
Non dico poi nulla del mio viaggio perché intanto i Signori Cardinali l’avranno visto, l’avranno sentito commentare da tutte le voci della stampa, della televisione e della radio.
Ma anche perché meriterebbe grande riflessione, meriterebbe grandi commenti, da me prima di tutto. Ché lo sento misterioso anche per me. Mi pare di trovare una misteriosa relazione fra quella terra, fra Gesù Cristo, fra Pietro, fra la sua successione e fra Roma come non mai, e come direi non si crederebbe possibile realizzare con un avvenimento così semplice, con un atto di presenza in un viaggio di pellegrino che non chiede nulla e non va a far altro che pregare e riflettere e benedire. C’è stata anche là una accensione tale di entusiasmo tra ortodossi, tra ebrei, tra musulmani, non diciamo poi tra cattolici, che le loro Eminenze, che mi hanno accompagnato, potranno essere testimoni di questa serie di esplosioni spirituali meravigliose.
Ma di questo, ripeto, non parlo, e ora non parlo nemmeno di quello che è più serio, più profondo, più grave: poiché io mi permetterò, Signori Cardinali, di chiedere a loro di volermi ascoltare in un altro momento, di prendere atto di alcuni avvenimenti e di alcune parole che si sono scambiate ieri e questa mattina a Gerusalemme, perché credo che interessino talmente la vita e la storia della Chiesa, che meritano davvero di essere a loro riferiti, di essere sottoposti alla loro meditazione, di dare origine a qualche loro commento, a qualche loro consiglio, di cui io stesso ho bisogno, perché siamo davanti veramente a cose che, se gli indizi iniziali tengono fede a ciò che promettono, sono veramente grandi, e dobbiamo dire travolgenti le nostre comuni misure umane: siamo davanti forse a qualche cosa divina, soprannaturale. Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, con ben undici metropoliti è venuto incontro a me e ha voluto abbracciarmi, come si abbraccia un fratello, ha voluto stringermi la mano e condurmi lui, la mano nella mano, nel salotto in cui si dovevano scambiare alcune parole, per dire: dobbiamo, dobbiamo intenderci, dobbiamo fare la pace, far vedere al mondo che siamo ritornati fratelli. E il patriarca soggiungeva a me questa mattina: «Mi dica quello che dobbiamo fare, mi dica quello che dobbiamo fare». Siamo perciò davanti a questa proposta, a questa domanda che diventa per noi argomento di grande riflessione e ponderatezza; non dovremo lasciarci prendere dalle apparenze e dai momentanei entusiasmi; ma è domanda che può essere davvero un prodromo per un seguito ben diverso per la Chiesa universale di domani dalla condizione che oggi ancora la vede spezzata in tanti frammenti.
Così sono venuti gli altri patriarchi, sono venuti gli anglicani, sono venuti i protestanti, e tutti per stringere la mano e per dire come possiamo ritrovarci in Nostro Signore. Ma vi dirò che il momento in cui io mi sono sentito soffocare dalla commozione e dal pianto è stato quello nella Santa Messa sul Santo Sepolcro, nel proferire le parole nella consacrazione e nell'adorare la presenza sacramentale di Cristo là dove Cristo consumò il suo sacrificio.
(2)
Alle sorgenti della fede
Veramente motivi nuovi, estranei e superiori, hanno influito nel felice successo del Nostro viaggio: esso è stato come un colpo d’aratro, che ha smosso un terreno ormai indurito ed inerte, e ha sollevato la coscienza di pensieri e di disegni divini che erano stati sepolti, ma non spenti da una secolare esperienza storica, che ora sembra aprirsi a voci profetiche: forse non mai il passato — quello della S. Scrittura specialmente — è sembrato così presente, nella memoria e nel rispecchiamento di certi semplici, ma splendidi particolari, e così pieno di presagi, così teso verso un avvenire, ignoto ancora, ma intuito come pieno di cose buone e grandi. Anche di questo dobbiamo essere grati al Signore, e riconoscenti pure a coloro che hanno concorso alla buona riuscita del Nostro pellegrinaggio.
Questa riflessione può essere lunga, e per chi ne conosce i termini, assai feconda e profonda. A voi, in questo familiare incontro, diremo semplicemente quanto sia doveroso e quanto sia benefico, per chi voglia essere veramente cristiano, andare alle sorgenti della propria fede, della propria religione; il ritorno al Vangelo dev’essere un Nostro continuo esercizio di pensiero, di fervore spirituale, di rinnovamento morale, di sensibilità religiosa ed umana. Questo ritorno non esige un viaggio vero e proprio nei luoghi santificati dalla vita del Signore; esige però una sempre premurosa e affettuosa conoscenza della sua «epifania», della sua manifestazione al mondo; esige che diventiamo sempre più discepoli fedeli, attenti e pronti a seguire gli insegnamenti vitali che il Maestro ci ha dati.
E non comporta questo ritorno alle fonti del Vangelo, sia ben chiaro, una sconfessione di quanto la Chiesa ha derivato da Cristo, ma uno sforzo sempre più intenso di avvicinamento della nostra professione cristiana alla sua concezione originaria, ma ricerca di maggiore fedeltà essenziale al pensiero del Signore e di animazione spirituale di quanto lo sviluppo autentico della tradizione ci ha recato, la quale ha prolungato fino a noi il disegno di Dio, che facendosi uomo, si è degnato di rendere possibile la qualificazione cristiana delle più varie manifestazioni umane, purché buone, cioè veramente umane.
(3)
Possibile, dunque necessario
Il Santo Padre mi parlò allora dei suoi viaggi. Disse: «Da quando sono stati, da quando hanno preso il colore del passato, io posso esaminarli, considerarne le analogie, le differenze. Io li comparo nel mio cuore, come il Vangelo dice che faceva la Vergine. È un buon metodo. Così comparandoli nel cuore, comprendo meglio le grazie di ognuno».
Gli dissi: «Il primo fu a Gerusalemme. Doveva essere il primo, quello che sarebbe anche potuto bastare. Ricordo la sorpresa di tutti, all’annuncio del viaggio. Nessuno ci pensava. Nessuno l’avrebbe creduto possibile, concepibile! Eppure, un’ora dopo la notizia, la cosa sembrava naturale, meglio: evidente. Lo stesso dicasi per le invenzioni, per la convocazione del Concilio. Prima nessuno ci pensa. Dopo tutti hanno l’impressione di averlo sempre pensato. Ma bisognava inventare ancora e partire: è come per il progresso. Se non avessimo mai visto nessuno muoversi, o parlare, diremmo è impossibile, dopo diciamo è necessario. Prima è di una complicazione inaudita, dopo è l’uovo di Colombo!».
Il Papa sorrise e disse: «Ma è anche vero che era una cosa molto naturale. Ho voluto, come ho detto, fare un pellegrinaggio nei luoghi dove la Chiesa ha avuto origine, dove Pietro è stato prescelto, dove Gesù è nato, ha sofferto. È risuscitato. Per molti secoli non è stato possibile, per ragioni politiche. Per la scarsità di mezzi tecnici. Ma, non appena le condizioni lo hanno permesso, il viaggio si imponeva. Dal momento che era possibile, era necessario».
L'Osservatore Romano
(1)
Ai cardinali
Signor Cardinale Decano e Signori Cardinali, Gli avvenimenti straordinari meritano molta indulgenza e io chiedo quella di perdonare tutto questo tempo e questo impegno che è stato richiesto alla loro paziente attesa in ragione del mio arrivo, del mio ritorno.È davvero straordinario. È straordinario proprio per il punto di arrivo. Io non aspettavo di vedere Roma in una esaltazione spirituale così grande, che davvero non posso dirla comparabile con nessun altro momento della vita romana. Siamo davanti a un fatto, io credo, che già di per se stesso è un avvenimento. Roma ha manifestato, penso, come non mai una adesione al Papa, la quale non sembra essere giustificata dalla semplicità dell’avvenimento com’è un passaggio attraverso la città per l’arrivo da un viaggio. Invece lo diranno i documenti, lo diranno i testimoni, quale ricevimento sia stato fatto stasera al Papa dal popolo di Roma; una cosa che dobbiamo registrare come grande e come significativa.
Non dico poi nulla del mio viaggio perché intanto i Signori Cardinali l’avranno visto, l’avranno sentito commentare da tutte le voci della stampa, della televisione e della radio.
Ma anche perché meriterebbe grande riflessione, meriterebbe grandi commenti, da me prima di tutto. Ché lo sento misterioso anche per me. Mi pare di trovare una misteriosa relazione fra quella terra, fra Gesù Cristo, fra Pietro, fra la sua successione e fra Roma come non mai, e come direi non si crederebbe possibile realizzare con un avvenimento così semplice, con un atto di presenza in un viaggio di pellegrino che non chiede nulla e non va a far altro che pregare e riflettere e benedire. C’è stata anche là una accensione tale di entusiasmo tra ortodossi, tra ebrei, tra musulmani, non diciamo poi tra cattolici, che le loro Eminenze, che mi hanno accompagnato, potranno essere testimoni di questa serie di esplosioni spirituali meravigliose.
Ma di questo, ripeto, non parlo, e ora non parlo nemmeno di quello che è più serio, più profondo, più grave: poiché io mi permetterò, Signori Cardinali, di chiedere a loro di volermi ascoltare in un altro momento, di prendere atto di alcuni avvenimenti e di alcune parole che si sono scambiate ieri e questa mattina a Gerusalemme, perché credo che interessino talmente la vita e la storia della Chiesa, che meritano davvero di essere a loro riferiti, di essere sottoposti alla loro meditazione, di dare origine a qualche loro commento, a qualche loro consiglio, di cui io stesso ho bisogno, perché siamo davanti veramente a cose che, se gli indizi iniziali tengono fede a ciò che promettono, sono veramente grandi, e dobbiamo dire travolgenti le nostre comuni misure umane: siamo davanti forse a qualche cosa divina, soprannaturale. Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, con ben undici metropoliti è venuto incontro a me e ha voluto abbracciarmi, come si abbraccia un fratello, ha voluto stringermi la mano e condurmi lui, la mano nella mano, nel salotto in cui si dovevano scambiare alcune parole, per dire: dobbiamo, dobbiamo intenderci, dobbiamo fare la pace, far vedere al mondo che siamo ritornati fratelli. E il patriarca soggiungeva a me questa mattina: «Mi dica quello che dobbiamo fare, mi dica quello che dobbiamo fare». Siamo perciò davanti a questa proposta, a questa domanda che diventa per noi argomento di grande riflessione e ponderatezza; non dovremo lasciarci prendere dalle apparenze e dai momentanei entusiasmi; ma è domanda che può essere davvero un prodromo per un seguito ben diverso per la Chiesa universale di domani dalla condizione che oggi ancora la vede spezzata in tanti frammenti.
Così sono venuti gli altri patriarchi, sono venuti gli anglicani, sono venuti i protestanti, e tutti per stringere la mano e per dire come possiamo ritrovarci in Nostro Signore. Ma vi dirò che il momento in cui io mi sono sentito soffocare dalla commozione e dal pianto è stato quello nella Santa Messa sul Santo Sepolcro, nel proferire le parole nella consacrazione e nell'adorare la presenza sacramentale di Cristo là dove Cristo consumò il suo sacrificio.
(2)
Alle sorgenti della fede
Veramente motivi nuovi, estranei e superiori, hanno influito nel felice successo del Nostro viaggio: esso è stato come un colpo d’aratro, che ha smosso un terreno ormai indurito ed inerte, e ha sollevato la coscienza di pensieri e di disegni divini che erano stati sepolti, ma non spenti da una secolare esperienza storica, che ora sembra aprirsi a voci profetiche: forse non mai il passato — quello della S. Scrittura specialmente — è sembrato così presente, nella memoria e nel rispecchiamento di certi semplici, ma splendidi particolari, e così pieno di presagi, così teso verso un avvenire, ignoto ancora, ma intuito come pieno di cose buone e grandi. Anche di questo dobbiamo essere grati al Signore, e riconoscenti pure a coloro che hanno concorso alla buona riuscita del Nostro pellegrinaggio.
Questa riflessione può essere lunga, e per chi ne conosce i termini, assai feconda e profonda. A voi, in questo familiare incontro, diremo semplicemente quanto sia doveroso e quanto sia benefico, per chi voglia essere veramente cristiano, andare alle sorgenti della propria fede, della propria religione; il ritorno al Vangelo dev’essere un Nostro continuo esercizio di pensiero, di fervore spirituale, di rinnovamento morale, di sensibilità religiosa ed umana. Questo ritorno non esige un viaggio vero e proprio nei luoghi santificati dalla vita del Signore; esige però una sempre premurosa e affettuosa conoscenza della sua «epifania», della sua manifestazione al mondo; esige che diventiamo sempre più discepoli fedeli, attenti e pronti a seguire gli insegnamenti vitali che il Maestro ci ha dati.
E non comporta questo ritorno alle fonti del Vangelo, sia ben chiaro, una sconfessione di quanto la Chiesa ha derivato da Cristo, ma uno sforzo sempre più intenso di avvicinamento della nostra professione cristiana alla sua concezione originaria, ma ricerca di maggiore fedeltà essenziale al pensiero del Signore e di animazione spirituale di quanto lo sviluppo autentico della tradizione ci ha recato, la quale ha prolungato fino a noi il disegno di Dio, che facendosi uomo, si è degnato di rendere possibile la qualificazione cristiana delle più varie manifestazioni umane, purché buone, cioè veramente umane.
(3)
Possibile, dunque necessario
Il Santo Padre mi parlò allora dei suoi viaggi. Disse: «Da quando sono stati, da quando hanno preso il colore del passato, io posso esaminarli, considerarne le analogie, le differenze. Io li comparo nel mio cuore, come il Vangelo dice che faceva la Vergine. È un buon metodo. Così comparandoli nel cuore, comprendo meglio le grazie di ognuno».
Gli dissi: «Il primo fu a Gerusalemme. Doveva essere il primo, quello che sarebbe anche potuto bastare. Ricordo la sorpresa di tutti, all’annuncio del viaggio. Nessuno ci pensava. Nessuno l’avrebbe creduto possibile, concepibile! Eppure, un’ora dopo la notizia, la cosa sembrava naturale, meglio: evidente. Lo stesso dicasi per le invenzioni, per la convocazione del Concilio. Prima nessuno ci pensa. Dopo tutti hanno l’impressione di averlo sempre pensato. Ma bisognava inventare ancora e partire: è come per il progresso. Se non avessimo mai visto nessuno muoversi, o parlare, diremmo è impossibile, dopo diciamo è necessario. Prima è di una complicazione inaudita, dopo è l’uovo di Colombo!».
Il Papa sorrise e disse: «Ma è anche vero che era una cosa molto naturale. Ho voluto, come ho detto, fare un pellegrinaggio nei luoghi dove la Chiesa ha avuto origine, dove Pietro è stato prescelto, dove Gesù è nato, ha sofferto. È risuscitato. Per molti secoli non è stato possibile, per ragioni politiche. Per la scarsità di mezzi tecnici. Ma, non appena le condizioni lo hanno permesso, il viaggio si imponeva. Dal momento che era possibile, era necessario».
L'Osservatore Romano