venerdì 17 gennaio 2014

Uomini non numeri



Il 19 gennaio giornata mondiale del migrante e del rifugiato. 

«Noi cristiani dobbiamo cavalcare la profezia e avere il coraggio di andare controcorrente. Dobbiamo ricordarci che i migranti sono uomini e anche per loro Cristo è morto. La profezia è sempre scomoda. Dobbiamo renderci conto che il Vangelo ci chiede di schierarci sempre dalla parte degli ultimi». Questo l’appello che monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, lancia in vista della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato in programma domenica 19 gennaio.
Il tradizionale appuntamento, che compie quest’anno un secolo di vita — era il 1914 quando Benedetto XV scrisse a tutti i vescovi italiani invitandoli a celebrare in ogni parrocchia una Giornata di preghiera e di solidarietà per i migranti — è stato presentato ieri, mercoledì 15, a Roma dal presule insieme a monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, presente anche il ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge.
«Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore» è il tema scelto per la Giornata da Papa Francesco, che nel suo messaggio invita a una convinta conversione degli atteggiamenti nei confronti dei migranti. «Il Papa — spiega monsignor Montenegro — ci invita non solo a prendere atto di una situazione ma a proiettarsi in avanti verso un mondo migliore. Noi siamo molto sulle difensive. Papa Francesco ci chiede di avere il coraggio di superare questa cultura dello scarto e cominciare a pensare a come il mondo può migliorare se si è attenti a uno sviluppo autentico. Ci ricorda che gli immigrati non sono pedine e non sono solo numeri. Con i poveri le statistiche non si possono fare. Ogni immigrato è un volto, una storia. Oramai, con 250 milioni di persone che si spostano, i migranti costituiscono quello che chiamano “il sesto continente”. È qualcosa di cui tener conto». E, quanto alla politica, essa «deve avere il coraggio» di andare oltre l’emergenza. Infatti, «nessuno può fermare il vento e la storia. Non si può pensare improvvisamente di chiudere le porte. Perché la storia e la geografia ci dicono che quei poveri hanno bisogno di vivere e sopravvivere. La politica deve prenderne atto e smettere di affrontare questo fatto semplicemente come una emergenza». Per il presule «Lampedusa insieme a Linosa sono il confine dell’Europa, oltre che dell’Italia, dove si vive la contraddizione di persone e famiglie aperte alla solidarietà e all’accoglienza in uno Stato e in un’Europa che chiude le porte». Lo stesso arcivescovo ha poi denunciato il continuo taglio di fondi alla cooperazione internazionale portata avanti a livello europeo e nazionale. «Nel 2013 — ha detto — questi aiuti sono diminuiti ancora e Italia e Spagna lo hanno fatto per oltre il 20 per cento. Non si può predicare sviluppo e ridurre gli strumenti e i mezzi di cooperazione internazionale».
Per monsignor Perego, «le drammatiche morti di 366 persone, uomini, donne e bambini, nel tratto di Mediterraneo di fronte a Lampedusa come i sette operai cinesi arsi vivi nell’azienda tessile di Prato ci hanno ricordato l’incapacità di avere adeguate strutture di accoglienza in un confine d’Italia che è anche d’Europa; ma ancor più l’inazione se non la tolleranza visti i pochissimi casi di denuncia rispetto alle situazioni di sfruttamento e di lavoro nero di migliaia d’immigrati».

L'Osservatore Romano

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Rapporto del Pew Research Center sulla libertà religiosa nel mondo. Un diritto sempre più violato

Il 74 per cento della popolazione mondiale è esposta ad alti livelli di ostilità da parte di singoli o gruppi della società, che di fatto limitano l’esercizio della libertà religiosa. Si tratta della più alta percentuale negli ultimi sei anni. Sul fronte invece delle restrizioni governative il sessantaquattro per cento dell’umanità vive in Paesi che limitano fortemente o impediscono addirittura la libertà religiosa e di coscienza. È quanto emerge dalla lettura dell’ultimo rapporto del Pew Research Center’s Forum on Religion & Public Life presentato ieri alle Nazioni Unite. Dati, nel complesso, allarmanti anche se va rilevato che percentuali così alte dipendono soprattutto dal fatto che i Paesi con il più alto tasso di ostilità e restrizioni sono anche tra i più popolosi.
Nell’ultimo anno preso in esame — i dati si riferiscono al 2012 — il numero di Paesi con un tasso molto alto di ostilità sociale contro minoranze religiose è salito a venti, rispetto ai quattordici dell’anno precedente e registra un record negativo. A questa lista nel 2012 si sono aggiunti nuovi Paesi, soprattutto del sud est asiatico. Ma i nuovi dati mostrano un aumento considerevole delle limitazioni di questo diritto fondamentale anche nei Paesi mediorientali e nordafricani, complici soprattutto gli sviluppi socio-politici sopraggiunti in seguito alle cosiddette primavere arabe. Inoltre, è aumentato anche il numero di Governi che hanno stretto le maglie al libero esercizio di questo diritto umano fondamentale. Da quest’anno figurano tra quelli con le più alte restrizioni anche Paesi che prima non figuravano in questa lista, come alcuni della zona caucasica. Insomma, le ostilità religiose sono aumentate in tutte le principali regioni del mondo, tranne le Americhe.
La quota dei Paesi con un livello elevato o molto elevato di restrizioni governative sulla religione è rimasto più o meno lo stesso nell’ultimo anno di studio. Circa tre Paesi su dieci (ventinove per cento) avevano un livello elevato o molto elevato di restrizioni governative nel 2012, rispetto al ventotto per cento nel 2011 e del venti per cento a partire da metà 2007. L’Europa ha segnato il maggiore aumento del livello medio di restrizioni governative nel 2012, seguita da vicino dal Medio Oriente-Nord Africa, l’unica altra regione in cui il livello medio di restrizioni governative sulla religione è aumentato.
Tra i venticinque Paesi più popolosi del mondo, alcuni hanno fatto registrare nel 2012 restrizioni governative e ostilità sociali. Come nell’anno precedente, il Pakistan ha fatto registrare il più alto livello di ostilità sociali che coinvolgono la religione. E per la prima volta il Myanmar è stato inserito tra i Paesi dove le ostilità sociali sono ritenute «molto elevate».
I due indici presi in esame — quello delle ostilità sociali e quello delle restrizioni governative — guardano anche all’incidenza delle intimidazioni, persecuzioni o violazioni contro specifici gruppi religiosi. Pertanto, secondo i dati raccolti dal Pew Research Center, i cristiani nel 2012 hanno subito una qualche forma di maltrattamento in centodieci Paesi del mondo. Seguono, in questa classifica, i musulmani, che ne sono vittima in centonove, poi gli ebrei in settantuno, e via via sikh, baha’i, indù, buddisti. Comunque, non c’è comunità religiosa che non risulti essere discriminata o perseguitata almeno in qualche parte del mondo. Nello studio sono riportati anche casi specifici di ostilità contro le minoranze religiose. Episodi di tal genere sono stati registrati nel quarantasette per cento dei Paesi nel 2012, nel trentotto per cento nel 2011 e del ventiquattro per cento nell’ultimo anno preso in esame. In particolare sono segnalati casi in Sri Lanka, Paese a maggioranza buddista, dove spesso vengono presi di mira luoghi di culto musulmani e cristiani, e in Egitto, dove si registra un incremento degli attacchi alle chiese copte e alle attività imprenditoriali gestite da cristiani. I Paesi più virtuosi in fatto di libertà religiosa risultano essere il Giappone, il Brasile e il Sud Africa, mentre l’Italia si colloca insieme a Gran Bretagna, Francia e Germania, nella classifica dei Paesi con «ostilità sociali alte».
L'Osservatore Romano