ANALISI – Si troverà di seguito un articolo nel quale un rabbino e un gesuita – entrambi professori presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma – si riuniscono per discutere e analizzare il crescente sentimento anti-cristiano in alcuni circoli ebraici radicali. La stesura di questo testo coincide giustamente con le nuove offese presso il Notre Dame Center.
Il nuovo anno, sia esso civile o religioso, è sempre un’opportunità per un esame di coscienza, ed è un momento che permette di intravedere il futuro e di rivedere il passato. Durante tutto l’anno passato, un allarmante numero di siti cristiani in Israele sono stati vandalizzati da gruppi di ebrei radicali, ben oltre quello che è stato riportato dai Media. L’anno 2013 ha purtroppo visto un aumento degli atti di tagging, praticati soprattutto nei confronti delle comunità musulmane, ma miranti anche al cristianesimo e ai cristiani. Messaggi come «Noi vi crocifiggiamo», «Gesù è morto» e «morte al cristianesimo» sono apparsi sui muri di edifici cristiani in Israele. Per misurare la frequenza di questi atti, è ormai possibile vedere un elenco aggiornato su Wikipedia, alla voce «List of Israeli price tag attacks». È da qualche settimana che sappiamo che un sacerdote ha fatto un’esperienza dolorosa, un giorno in cui indossava la tonaca, in un tratto tra la Porta di Jaffa e il quartiere ebraico nella Città Vecchia di Gerusalemme: lui è stato bersaglio di sputi da parte di sei persone, di uomini o addirittura di famiglie appartenenti alla comunità Haredi. L’odio non si limita perciò a «tag» sui muri e sui mattoni. Al di là di fatti isolati, si tratta di esperienze ricorrenti nella comunità cristiana. Essi non possono essere ignorati.
Per coloro che seguono lo stato delle relazioni tra ebrei e cristiani, questi attacchi recenti non rappresentano una sorpresa. Negli ultimi anni, gli atti e gli atteggiamenti più o meno offensivi nei riguardi dei cristiani e del cristianesimo sono diventati sempre più frequenti, al punto da comparire nei quotidiani di alcuni circoli ebraici in Israele. Chiunque abbia il senso della storia, tali parole e tali atteggiamenti richiamano alla memoria i periodi più bui dell’antisemitismo europeo, quando gli ebrei furono il bersaglio di sentimenti cristiani anti-giudei. In questi luoghi e in questi tempi, ebrei e sinagoghe furono oggetto di scherno, di odio e di violenza fisica. La storia da allora si rigirerebbe sotto i nostri occhi?
Sarebbe un errore credere che questi episodi di anticristianesimo siano episodi di individui isolati, di ebrei provenienti dai margini della società, o ancora immaginare che questi atti derivino esclusivamente da motivazioni politiche. Gli autori di tali aggressioni non esprimono certamente l’opinione della maggioranza; essi sono molto probabilmente azioni di persone disturbate. Ciò non le esclude, tuttavia: la mancanza di reazioni decise profonde e ripetute da parte di leader ebrei israeliani, religiosi e non, crea malessere. Ad eccezione di qualche iniziativa coraggiosa di sostegno e di comprensione o anche di parole di condanna da parte di alcuni personaggi politici o religiosi, il mondo ebraico nel suo complesso sembra ritirarsi dietro un silenzio imbarazzante. Non sarebbe non avveduto riconoscere un «silenzio colpevole», rivelando che c’è un qualche problema nel mondo ebraico, in Israele o altrove, che richiede un’urgente attenzione e una forma di riparazione?
Sono passati più di 60 anni da quando un pensatore ebreo francese, Jules Isaac, ebbe l’audacia di portare fino alle porte di Roma, una visione profetica. Egli ha espresso a papa Pio XII, e dopo di lui, a papa Giovanni XXIII, del quale sarebbe diventato caro amico, l’urgente necessità di modificare le relazioni giudeo-cristiane. Isaac ha cominciato a sfidare secoli d’insegnamento cristiano, chiedendo di trasformare l’«insegnamento al disprezzo» in «insegnamento alla stima». L’iniziativa fu audace; alla fine dei conti, essa preparava il Concilio Vaticano II e la DichiarazioneNostra Aetate.
Dal momento che le incomprensioni della Chiesa in merito all’ebraismo non sono state superate e che sforzi e vigilanza sono ancora necessari, sembra che una sfida simmetrica sia al giorno d’oggi una priorità. Il giudaismo ha anche da affrontare i suoi demoni e da impegnarsi risolutamente nel ribaltamento del suo «insegnamento al disprezzo» verso il cristianesimo in «insegnamento alla stima». Se questo non viene fatto, gli attacchi anti-cristiani, cui stiamo assistendo in questi mesi, potrebbe diventare il segno distintivo di alcuni circoli ebraici.
In un antico lavoro midrash (Eikhah Rabbah II, 13), un’audace affermazione è fatta in nome di Rabbi Huna e Rabbi Yossi: «Se ti dicono che c’è saggezza fra le nazioni del mondo, credi loro. Se ti dicono che la Torah è in seno a queste nazioni, non creder loro». I saggi dei tempi antichi hanno avuto l’intelligenza e il coraggio di riconoscere che se la Torah è la caratteristica di Israele, l’ebraismo non ha il monopolio della saggezza. Il Midrash ci insegna che ci sono saggezze che l’ebraismo non detiene per se stesso e si trovano fuori da se stesso: nelle culture e religioni delle nazioni del mondo. Non dimenticate che Mosè divenne ancora più saggio grazie ai consigli di saggezza sociale che egli ricevette da suo suocero, Jetro, il Madianita.
Il rispetto autentico nei riguardi dell’«altro», richiede certamente tolleranza e decenza; ma in maniera più importante, richiede il riconoscere che quest’«altro» è portatore di saggezza, alla quale da soli non possiamo accedere. Pertanto, se il giudaismo di oggi desidera impegnarsi nella trasformazione del suo «insegnamento al disprezzo» in «insegnamento alla stima», come la Chiesa si è impegnata a fare, nell’affrontare molte sfide, le possibili regressioni e anche i guasti (da considerare ogni volta con lucidità, onestà e umiltà), esso deve impegnarsi con urgenza in un nuovo tipo di dialogo con il cristianesimo. Un dialogo, al quale non devono bastare articoli come questo o prese di posizione di figure isolate e cordiali, ma che spinga i leader e i rabbini ebrei a ricercare nelle tradizioni e negli insegnamenti della Chiesa, una saggezza vera ed essenziale, proprio come la Chiesa ormai attinge alla scuola della saggezza ebraica, tanto rabbinica quanto biblica.
David Meyer, Rabbino e Jean-Pierre Sonnet , S.J.
Professori presso la Pontificia Università Gregoriana, Roma
Patriarcato Latino di Gerusalemme