Kasper: per le donne ruoli di responsabilità nella Chiesa. «Alla Chiesa serve il genio femminile». (Intervista esclusiva ad Avvenire)
(Stefania Falasca) «Il ruolo delle donne nella Chiesa va riconsiderato e integrato nella prospettiva del dinamismo sinodale e della conversione missionaria indicati dal Papa». A partire dalle sue riflessioni sulla famiglia presentate al recente Concistoro, si esprime così il cardinale tedesco Walter Kasper. E accetta di parlare riguardo alla dibattuta questione della presenza femminile negli ambiti decisionali della Chiesa.
Eminenza, nella sua relazione tenuta al Concistoro lei ha fatto riferimento alla condizione delle donne nel contesto attuale della famiglia. Quali sono i criteri di riferimento quando si considera il ruolo delle donne nella dimensione ecclesiale?
I punti di partenza per considerare il loro ruolo nella prospettiva ecclesiale sono due: la creazione e il battesimo. Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine, con identica dignità, dunque non può esserci alcuna discriminazione per le donne. Con il battesimo uomo e donna sono cristiani allo stesso titolo.
Sono in preparazione due Sinodi sulla famiglia. Qual è stato fino ad oggi il contributo delle donne nelle assemblee sinodali?
Finora ai sinodi le donne sono state presenti generalmente in veste di uditrici e in posizione di scarso rilievo. Ci sono sempre due o tre uditrici che intervengono alla fine dei lavori, quando ormai hanno parlato tutti. Mi domando: come si possono preparare due sinodi sulla famiglia senza coinvolgere in primis anche le donne? Senza le donne la famiglia semplicemente non esiste. È insensato parlare della famiglia senza ascoltarle. Credo che debbano essere chiamate e ascoltate fin da ora, nella fase della preparazione.
Ma il sinodo che ora si è avviato è un sinodo straordinario nel quale partecipano solamente i presidenti delle conferenze episcopali, i capi dicastero romani, i patriarchi e i rappresentanti di soli tre istituti religiosi maschili…
Questo è un limite. Ma si può sempre disporre diversamente, il Papa può farlo per una consultazione ed una elaborazione che sia realmente effettiva.
Il dinamismo sinodale può aprire nuove strade per la valorizzazione del contributo femminile?
Il Papa considera la dimensione sinodale di primaria importanza per il cammino della Chiesa. Per ora i sinodi hanno solamente potere consultivo, ma questa consultazione è il fondamento per le decisioni finali del Papa. Su questa scia sinodale la Chiesa può ascoltare e integrare le donne non in modo simbolico. Il loro ruolo va riconsiderato in questa prospettiva. E, a mio avviso, è una questione da non posticipare rispetto ad altre.
Il tema dei ruoli della donna nella Chiesa è sempre molto dibattuto. La sua opinione a riguardo qual è?
Penso che le donne debbano essere presenti a ogni livello, anche in posizioni di piena responsabilità. È indispensabile l’apporto della ricchezza e delle capacità intuitive insite nel genio femminile. La Chiesa senza le donne è un corpo mutilato. Tante sono oggi impiegate attivamente negli organismi ecclesiali. Possiamo immaginare oggi strutture comunitarie, caritative, culturali senza la presenza delle donne? Senza di loro le parrocchie chiuderebbero domani stesso. Nella realtà e nella Chiesa “in uscita” prefigurata dal Papa, le donne sono già avanti, sono alle frontiere.
Però, nei processi decisionali della Chiesa, le donne continuano ad essere quasi assenti. Per quali motivi?
Il passaggio decisivo prospettato dal Papa è che nella Chiesa l’autorità dei ministri consacrati e dei vescovi non è dominio, ma è sempre servizio al popolo di Dio e deriva dalla potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia. Intendere quindi l’esercizio dell’autorità legata al ministero ordinato in termini di potere è clericalismo. Questo si vede anche nella scarsa disponibilità di tanti presbiteri – sacerdoti e vescovi – a lasciare ai laici il controllo di ruoli di responsabilità che non richiedono il ministero ordinato. Nell’Evangelii gaudium il Papa si chiede se è proprio necessario che il prete stia in cima a tutto. Ciò infatti dà luogo a un immobilismo clericale, che a volte sembra aver paura di lasciar spazio alle donne, quindi anche di riconoscere lo spazio ad esse dovuto là dove si prendono decisioni importanti. Il nodo importante della questione di una loro presenza più incisiva negli ambiti decisionali è legato al fatto che alcuni ruoli nella Chiesa prevedono l’esercizio della potestà di giurisdizione che è connessa con il ministero ordinato. Ma non tutti i ruoli di governo o di amministrazione presenti nella Chiesa implicano la potestà di giurisdizione. Questi dunque possono essere affidati a laici e quindi anche alle donne. Se ciò non avviene, non si può in nessun modo giustificare questa esclusione delle donne dai processi decisionali nella Chiesa.
Facciamo allora qualche esempio concreto. In quali organismi curiali possono rivestire incarichi di responsabilità?
Possono rivestire incarichi di responsabilità in quegli organismi che, anche ai livelli più alti, non implicano necessariamente la potestà di giurisdizione connessa con il ministero ordinato: nei Pontifici Consigli, ad esempio. Nei Consigli per la famiglia, per i laici (ricordiamo che la metà dei laici sono donne) per la cultura, per le comunicazioni sociali, per la promozione della nuova evangelizzazione, solo per citarne alcuni. In essi non troviamo ad oggi alcuna presenza femminile in posizione di rilievo. Questo è assurdo. Nei Consigli, ed in altri organismi vaticani, l’autorità potrebbe essere esercitata dalle donne anche ai livelli più alti, con responsabilità piena.
In quali altri?
Negli uffici dedicati all’amministrazione, agli affari economici, nei tribunali. Ambiti di competenze nei quali le rinomate capacità professionali delle donne spiccano, ma non sono state qui ancora adeguatamente considerate.
E nelle Congregazioni?
A mio avviso occorrerebbe riflettere più in profondità sul legame tra ordine e giurisdizione. Tuttavia le Congregazioni hanno una struttura collegiale. I prefetti delle Congregazioni sono collaboratori del Papa a livello della Chiesa universale. Le decisioni vengono ratificate dal prefetto e dal segretario, ma nelle Congregazioni, così come nei tribunali, le decisioni vengono assunte attraverso processi collegiali di consultazione. La decisione non cade infatti dal cielo, è frutto di consultazione che il prefetto e il segretario con la loro autorità poi confermano. Perché allora non coinvolgere, nel rispetto della dinamica collegiale, anche la presenza femminile nelle consultazioni? Pur rimanendo ferma e distinta la firma dell’autorità, anche una donna può essere sempre presente nelle decisioni e può quindi benissimo assolvere il compito di sottosegretario. Sono perciò convinto che anche con le vigenti regole canoniche si possa già fare qualcosa nelle Congregazioni, valutando le singole possibilità.
E in quali Congregazioni precisamente potrebbero rivestire tale funzione?
All’Educazione cattolica, ad esempio: basti pensare al talento educativo delle donne e ai ruoli che esse occupano in questo campo. Anche alle Cause dei santi sarebbe prezioso il discernimento spirituale femminile. Escludo ruoli di responsabilità delle donne per ovvi motivi nelle Congregazioni per i vescovi e il clero. Ma già alla Dottrina della fede, ad esempio, c’è un’assemblea di teologi che prepara tutte le sessioni e nella quale a tutt’oggi la presenza femminile è ancora assente. Eppure abbiamo tante teologhe che sono anche docenti nelle università pontificie. Un loro contributo sarebbe auspicabile. Questo è vero a maggior ragione nella Congregazione per la Vita consacrata: l’ottanta per cento delle persone consacrate appartengono all’universo femminile.
La selezione per l’affido di questi possibili incarichi a quali criteri dovrebbe rispondere?
Il criterio dovrebbe basarsi sulla competenza e sullo spirito di servizio. Ovviamente, anche le donne possono essere mosse dalla smania di far carriera sul modello maschile. Ci sono alcune che manifestano questo problema, ma molte altre no. Occorre dunque saper scegliere con discernimento le persone giuste, non scegliere persone che rispondono a dinamiche viziate.
Ha in proposito qualche esempio positivo?
Mary Ann Glendon, la professoressa di Harvard, ad esempio. La Santa Sede le ha affidato un compito importante inviandola come rappresentante alle conferenze dell’Onu dove ha svolto un servizio eccellente, riconosciuto da tutti. Professioniste come lei danno una spinta in avanti alla Chiesa; hanno esperienza, competenze approfondite, posizioni definite nel mondo, dunque non hanno il problema di far carriera nella Curia. Offrono con spirito di servizio la loro sapienza ed esperienza alla Chiesa. Penso che un certo numero di donne così potrebbero contribuire a sanare il clericalismo e il carrierismo nella Curia, che è un vizio terribile.
Anche nel recente Concistoro il Papa ha rimarcato il male provocato dal carrierismo. Ma ci sono, secondo lei, rimedi concreti per questo in Curia?
Forse l’impiego con incarichi a tempo determinato potrebbe essere un rimedio. Si potrebbero impiegare persone con esperienza pastorale alle spalle, che hanno esperienza in diocesi, nelle parrocchie e affidare loro incarichi a tempo determinato. Ad esempio per un quinquennio. Un periodo al termine del quale alcuni potrebbero rimanere ma tutti gli altri tornerebbero in diocesi portando la propria esperienza nella Chiesa locale. Con questa prospettiva si potrebbe forse eliminare il problema delle persone che agiscono avendo come unico criterio il proprio avanzamento sulla scala. Mi chiedo inoltre: è indispensabile che tutti i segretari dei dicasteri vaticani debbano essere vescovi? Nella Curia c’è oggi un’alta concentrazione di vescovi. Tanti svolgono funzioni di burocrati, e questo non va bene. Il vescovo è un pastore. La consacrazione episcopale non è un’onorificenza, è un sacramento, riguarda la struttura sacramentale della Chiesa. Perchè dunque è necessario un vescovo per svolgere funzioni burocratiche? Qui, a mio avviso, si rischia un abuso dei sacramenti. Neppure il cardinale Ottaviani, storico segretario della Congregazione del Sant’Uffizio, era vescovo; lo divenne dopo, con Giovanni XXIII.
Tornando alla questione femminile, lei all’inizio diceva che nella realtà ecclesiale le donne si trovano avanti, nelle frontiere. Può spiegare meglio?
A me preme sottolineare che per Papa Francesco è importante la Chiesa “in uscita” verso le periferie. A questo bisogna dare rilievo. La Chiesa non è la Curia. Si continua a parlare dei ruoli che le donne possono rivestire all’interno degli organismi e delle istituzioni curiali. Ma credo che anche il ruolo delle donne nella Chiesa vada valorizzato e proiettato in chiave di conversione missionaria e pastorale. Ci sono realtà dalle quali abbiamo molto da imparare. Penso all’Africa, dove ho sempre visto molte laiche e moltissime religiose che fanno un lavoro importante, di frontiera e molto spesso eroico. Quando volevo farmi un’idea esatta della situazione reale di un determinato contesto mi sono sempre rivolto alle religiose che operano sul campo da tanti anni. A Roma ci sono le case generalizie di molte congregazioni missionarie, con una moltitudine di religiose che hanno grande conoscenza del mondo e delle realtà con le quali sono state a contatto. La loro conoscenza potrebbe essere ascoltata. È un’esperienza che andrebbe considerata, valorizzata e messa a frutto anche in Curia.
Avvenire
Eminenza, nella sua relazione tenuta al Concistoro lei ha fatto riferimento alla condizione delle donne nel contesto attuale della famiglia. Quali sono i criteri di riferimento quando si considera il ruolo delle donne nella dimensione ecclesiale?
I punti di partenza per considerare il loro ruolo nella prospettiva ecclesiale sono due: la creazione e il battesimo. Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine, con identica dignità, dunque non può esserci alcuna discriminazione per le donne. Con il battesimo uomo e donna sono cristiani allo stesso titolo.
Sono in preparazione due Sinodi sulla famiglia. Qual è stato fino ad oggi il contributo delle donne nelle assemblee sinodali?
Finora ai sinodi le donne sono state presenti generalmente in veste di uditrici e in posizione di scarso rilievo. Ci sono sempre due o tre uditrici che intervengono alla fine dei lavori, quando ormai hanno parlato tutti. Mi domando: come si possono preparare due sinodi sulla famiglia senza coinvolgere in primis anche le donne? Senza le donne la famiglia semplicemente non esiste. È insensato parlare della famiglia senza ascoltarle. Credo che debbano essere chiamate e ascoltate fin da ora, nella fase della preparazione.
Ma il sinodo che ora si è avviato è un sinodo straordinario nel quale partecipano solamente i presidenti delle conferenze episcopali, i capi dicastero romani, i patriarchi e i rappresentanti di soli tre istituti religiosi maschili…
Questo è un limite. Ma si può sempre disporre diversamente, il Papa può farlo per una consultazione ed una elaborazione che sia realmente effettiva.
Il dinamismo sinodale può aprire nuove strade per la valorizzazione del contributo femminile?
Il Papa considera la dimensione sinodale di primaria importanza per il cammino della Chiesa. Per ora i sinodi hanno solamente potere consultivo, ma questa consultazione è il fondamento per le decisioni finali del Papa. Su questa scia sinodale la Chiesa può ascoltare e integrare le donne non in modo simbolico. Il loro ruolo va riconsiderato in questa prospettiva. E, a mio avviso, è una questione da non posticipare rispetto ad altre.
Il tema dei ruoli della donna nella Chiesa è sempre molto dibattuto. La sua opinione a riguardo qual è?
Penso che le donne debbano essere presenti a ogni livello, anche in posizioni di piena responsabilità. È indispensabile l’apporto della ricchezza e delle capacità intuitive insite nel genio femminile. La Chiesa senza le donne è un corpo mutilato. Tante sono oggi impiegate attivamente negli organismi ecclesiali. Possiamo immaginare oggi strutture comunitarie, caritative, culturali senza la presenza delle donne? Senza di loro le parrocchie chiuderebbero domani stesso. Nella realtà e nella Chiesa “in uscita” prefigurata dal Papa, le donne sono già avanti, sono alle frontiere.
Però, nei processi decisionali della Chiesa, le donne continuano ad essere quasi assenti. Per quali motivi?
Il passaggio decisivo prospettato dal Papa è che nella Chiesa l’autorità dei ministri consacrati e dei vescovi non è dominio, ma è sempre servizio al popolo di Dio e deriva dalla potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia. Intendere quindi l’esercizio dell’autorità legata al ministero ordinato in termini di potere è clericalismo. Questo si vede anche nella scarsa disponibilità di tanti presbiteri – sacerdoti e vescovi – a lasciare ai laici il controllo di ruoli di responsabilità che non richiedono il ministero ordinato. Nell’Evangelii gaudium il Papa si chiede se è proprio necessario che il prete stia in cima a tutto. Ciò infatti dà luogo a un immobilismo clericale, che a volte sembra aver paura di lasciar spazio alle donne, quindi anche di riconoscere lo spazio ad esse dovuto là dove si prendono decisioni importanti. Il nodo importante della questione di una loro presenza più incisiva negli ambiti decisionali è legato al fatto che alcuni ruoli nella Chiesa prevedono l’esercizio della potestà di giurisdizione che è connessa con il ministero ordinato. Ma non tutti i ruoli di governo o di amministrazione presenti nella Chiesa implicano la potestà di giurisdizione. Questi dunque possono essere affidati a laici e quindi anche alle donne. Se ciò non avviene, non si può in nessun modo giustificare questa esclusione delle donne dai processi decisionali nella Chiesa.
Facciamo allora qualche esempio concreto. In quali organismi curiali possono rivestire incarichi di responsabilità?
Possono rivestire incarichi di responsabilità in quegli organismi che, anche ai livelli più alti, non implicano necessariamente la potestà di giurisdizione connessa con il ministero ordinato: nei Pontifici Consigli, ad esempio. Nei Consigli per la famiglia, per i laici (ricordiamo che la metà dei laici sono donne) per la cultura, per le comunicazioni sociali, per la promozione della nuova evangelizzazione, solo per citarne alcuni. In essi non troviamo ad oggi alcuna presenza femminile in posizione di rilievo. Questo è assurdo. Nei Consigli, ed in altri organismi vaticani, l’autorità potrebbe essere esercitata dalle donne anche ai livelli più alti, con responsabilità piena.
In quali altri?
Negli uffici dedicati all’amministrazione, agli affari economici, nei tribunali. Ambiti di competenze nei quali le rinomate capacità professionali delle donne spiccano, ma non sono state qui ancora adeguatamente considerate.
E nelle Congregazioni?
A mio avviso occorrerebbe riflettere più in profondità sul legame tra ordine e giurisdizione. Tuttavia le Congregazioni hanno una struttura collegiale. I prefetti delle Congregazioni sono collaboratori del Papa a livello della Chiesa universale. Le decisioni vengono ratificate dal prefetto e dal segretario, ma nelle Congregazioni, così come nei tribunali, le decisioni vengono assunte attraverso processi collegiali di consultazione. La decisione non cade infatti dal cielo, è frutto di consultazione che il prefetto e il segretario con la loro autorità poi confermano. Perché allora non coinvolgere, nel rispetto della dinamica collegiale, anche la presenza femminile nelle consultazioni? Pur rimanendo ferma e distinta la firma dell’autorità, anche una donna può essere sempre presente nelle decisioni e può quindi benissimo assolvere il compito di sottosegretario. Sono perciò convinto che anche con le vigenti regole canoniche si possa già fare qualcosa nelle Congregazioni, valutando le singole possibilità.
E in quali Congregazioni precisamente potrebbero rivestire tale funzione?
All’Educazione cattolica, ad esempio: basti pensare al talento educativo delle donne e ai ruoli che esse occupano in questo campo. Anche alle Cause dei santi sarebbe prezioso il discernimento spirituale femminile. Escludo ruoli di responsabilità delle donne per ovvi motivi nelle Congregazioni per i vescovi e il clero. Ma già alla Dottrina della fede, ad esempio, c’è un’assemblea di teologi che prepara tutte le sessioni e nella quale a tutt’oggi la presenza femminile è ancora assente. Eppure abbiamo tante teologhe che sono anche docenti nelle università pontificie. Un loro contributo sarebbe auspicabile. Questo è vero a maggior ragione nella Congregazione per la Vita consacrata: l’ottanta per cento delle persone consacrate appartengono all’universo femminile.
La selezione per l’affido di questi possibili incarichi a quali criteri dovrebbe rispondere?
Il criterio dovrebbe basarsi sulla competenza e sullo spirito di servizio. Ovviamente, anche le donne possono essere mosse dalla smania di far carriera sul modello maschile. Ci sono alcune che manifestano questo problema, ma molte altre no. Occorre dunque saper scegliere con discernimento le persone giuste, non scegliere persone che rispondono a dinamiche viziate.
Ha in proposito qualche esempio positivo?
Mary Ann Glendon, la professoressa di Harvard, ad esempio. La Santa Sede le ha affidato un compito importante inviandola come rappresentante alle conferenze dell’Onu dove ha svolto un servizio eccellente, riconosciuto da tutti. Professioniste come lei danno una spinta in avanti alla Chiesa; hanno esperienza, competenze approfondite, posizioni definite nel mondo, dunque non hanno il problema di far carriera nella Curia. Offrono con spirito di servizio la loro sapienza ed esperienza alla Chiesa. Penso che un certo numero di donne così potrebbero contribuire a sanare il clericalismo e il carrierismo nella Curia, che è un vizio terribile.
Anche nel recente Concistoro il Papa ha rimarcato il male provocato dal carrierismo. Ma ci sono, secondo lei, rimedi concreti per questo in Curia?
Forse l’impiego con incarichi a tempo determinato potrebbe essere un rimedio. Si potrebbero impiegare persone con esperienza pastorale alle spalle, che hanno esperienza in diocesi, nelle parrocchie e affidare loro incarichi a tempo determinato. Ad esempio per un quinquennio. Un periodo al termine del quale alcuni potrebbero rimanere ma tutti gli altri tornerebbero in diocesi portando la propria esperienza nella Chiesa locale. Con questa prospettiva si potrebbe forse eliminare il problema delle persone che agiscono avendo come unico criterio il proprio avanzamento sulla scala. Mi chiedo inoltre: è indispensabile che tutti i segretari dei dicasteri vaticani debbano essere vescovi? Nella Curia c’è oggi un’alta concentrazione di vescovi. Tanti svolgono funzioni di burocrati, e questo non va bene. Il vescovo è un pastore. La consacrazione episcopale non è un’onorificenza, è un sacramento, riguarda la struttura sacramentale della Chiesa. Perchè dunque è necessario un vescovo per svolgere funzioni burocratiche? Qui, a mio avviso, si rischia un abuso dei sacramenti. Neppure il cardinale Ottaviani, storico segretario della Congregazione del Sant’Uffizio, era vescovo; lo divenne dopo, con Giovanni XXIII.
Tornando alla questione femminile, lei all’inizio diceva che nella realtà ecclesiale le donne si trovano avanti, nelle frontiere. Può spiegare meglio?
A me preme sottolineare che per Papa Francesco è importante la Chiesa “in uscita” verso le periferie. A questo bisogna dare rilievo. La Chiesa non è la Curia. Si continua a parlare dei ruoli che le donne possono rivestire all’interno degli organismi e delle istituzioni curiali. Ma credo che anche il ruolo delle donne nella Chiesa vada valorizzato e proiettato in chiave di conversione missionaria e pastorale. Ci sono realtà dalle quali abbiamo molto da imparare. Penso all’Africa, dove ho sempre visto molte laiche e moltissime religiose che fanno un lavoro importante, di frontiera e molto spesso eroico. Quando volevo farmi un’idea esatta della situazione reale di un determinato contesto mi sono sempre rivolto alle religiose che operano sul campo da tanti anni. A Roma ci sono le case generalizie di molte congregazioni missionarie, con una moltitudine di religiose che hanno grande conoscenza del mondo e delle realtà con le quali sono state a contatto. La loro conoscenza potrebbe essere ascoltata. È un’esperienza che andrebbe considerata, valorizzata e messa a frutto anche in Curia.
Avvenire
*
Kasper: «Donne a capo dei pontifici consigli»
Nell'intervista ad «Avvenire» la proposta di portare ai vertici le presenze femminili. «In Curia ci sono troppi vescovi». E contro il carrierismo curiale, la proposta di mandati a tempo
ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
«Il ruolo delle donne nella Chiesa va riconsiderato e integrato nella prospettiva del dinamismo sinodale e della conversione missionaria indicati dal Papa»: le donne possono essere coinvolte in ruoli guida nei pontifici consigli e nella futura Congregazione per i laici, in una Curia dove ci sono troppi vescovi e dove per contrastare il fenomeno del carrierismo si potrebbero introdurre mandati a tempo determinato, chiamando sacerdoti che hanno già un'esperienza pastorale alle spalle. È quando ha detto il cardinale Walter Kasper in una lunga intervista con Stefania Falasca pubblicata oggi su «Avvenire».
«Finora ai sinodi le donne - ha detto Kasper - sono state presenti generalmente in veste di uditrici e in posizione di scarso rilievo. Ci sono sempre due o tre uditrici che intervengono alla fine dei lavori, quando ormai hanno parlato tutti. Mi domando: come si possono preparare due sinodi sulla famiglia senza coinvolgere in primis anche le donne? Senza le donne la famiglia semplicemente non esiste. È insensato parlare della famiglia senza ascoltarle. Credo che debbano essere chiamate e ascoltate fin da ora, nella fase della preparazione».
«Penso che le donne - ha continuato il porporato tedesco al quale il Papa ha affidato la relazione di apertura dell'ultimo concistoro sulla famiglia - debbano essere presenti a ogni livello, anche in posizioni di piena responsabilità. È indispensabile l’apporto della ricchezza e delle capacità intuitive insite nel genio femminile. La Chiesa senza le donne è un corpo mutilato. Tante sono oggi impiegate attivamente negli organismi ecclesiali. Possiamo immaginare oggi strutture comunitarie, caritative, culturali senza la presenza delle donne? Senza di loro le parrocchie chiuderebbero domani stesso. Nella realtà e nella Chiesa “in uscita” prefigurata dal Papa, le donne sono già avanti, sono alle frontiere».
Kasper nell'intervista con «Avvenire» ha ricordato con le parole di Francesco che «nella Chiesa l’autorità dei ministri consacrati e dei vescovi non è dominio, ma è sempre servizio al popolo di Dio e deriva dalla potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia. Intendere quindi l’esercizio dell’autorità legata al ministero ordinato in termini di potere è clericalismo. Questo si vede anche nella scarsa disponibilità di tanti presbiteri – sacerdoti e vescovi – a lasciare ai laici il controllo di ruoli di responsabilità che non richiedono il ministero ordinato. Nell’Evangelii gaudium il Papa si chiede se è proprio necessario che il prete stia in cima a tutto. Ciò infatti dà luogo a un immobilismo clericale, che a volte sembra aver paura di lasciar spazio alle donne, quindi anche di riconoscere lo spazio ad esse dovuto là dove si prendono decisioni importanti».
Il cardinale affronta quindi il nodo importante della questione di una presenza più incisiva delle donne negli ambiti decisionali, legato al fatto che «alcuni ruoli nella Chiesa prevedono l’esercizio della potestà di giurisdizione che è connessa con il ministero ordinato». Ma non tutti i ruoli di governo o di amministrazione presenti nella Chiesa, ha ricordato, «implicano la potestà di giurisdizione. Questi dunque possono essere affidati a laici e quindi anche alle donne. Se ciò non avviene, non si può in nessun modo giustificare questa esclusione delle donne dai processi decisionali nella Chiesa».
La donne, ha spiegato Kasper, «possono rivestire incarichi di responsabilità in quegli organismi che, anche ai livelli più alti, non implicano necessariamente la potestà di giurisdizione connessa con il ministero ordinato: nei Pontifici consigli, ad esempio. Nei consigli per la famiglia, per i laici (ricordiamo che la metà dei laici sono donne) per la cultura, per le comunicazioni sociali, per la promozione della nuova evangelizzazione, solo per citarne alcuni. In essi non troviamo ad oggi alcuna presenza femminile in posizione di rilievo. Questo è assurdo. Nei consigli, ed in altri organismi vaticani, l’autorità potrebbe essere esercitata dalle donne anche ai livelli più alti, con responsabilità piena». La presenza femminile può essere preziosa anche «negli uffici dedicati all’amministrazione, agli affari economici, nei tribunali. Ambiti di competenze nei quali le rinomate capacità professionali delle donne spiccano, ma non sono state qui ancora adeguatamente considerate».
Per quanto riguarda le Congregazioni, il cardinale precisa: «Pur rimanendo ferma e distinta la firma dell’autorità, anche una donna può essere sempre presente nelle decisioni e può quindi benissimo assolvere il compito di sottosegretario. Sono perciò convinto che anche con le vigenti regole canoniche si possa già fare qualcosa nelle Congregazioni, valutando le singole possibilità». Tra le congregazioni, il cardinale cita «l’Educazione cattolica, ad esempio: basti pensare al talento educativo delle donne e ai ruoli che esse occupano in questo campo. Anche alle Cause dei santi sarebbe prezioso il discernimento spirituale femminile. Escludo ruoli di responsabilità delle donne per ovvi motivi nelle Congregazioni per i vescovi e il clero. Ma già alla Dottrina della fede, ad esempio, c’è un’assemblea di teologi che prepara tutte le sessioni e nella quale a tutt’oggi la presenza femminile è ancora assente. Eppure abbiamo tante teologhe che sono anche docenti nelle università pontificie. Un loro contributo sarebbe auspicabile. Questo è vero a maggior ragione nella Congregazione per la Vita consacrata: l’ottanta per cento delle persone consacrate appartengono all’universo femminile».
Il criterio con cui vagliare le candidature, «dovrebbe basarsi sulla competenza e sullo spirito di servizio. Ovviamente, anche le donne - dice Kasper - possono essere mosse dalla smania di far carriera sul modello maschile. Ci sono alcune che manifestano questo problema, ma molte altre no. Occorre dunque saper scegliere con discernimento le persone giuste, non scegliere persone che rispondono a dinamiche viziate». Il cardinale ha citato l'esempio positivo di Mary Ann Glendon, professoressa di Harvard, alla quale la Santa Sede «ha affidato un compito importante inviandola come rappresentante alle conferenze dell’Onu dove ha svolto un servizio eccellente, riconosciuto da tutti». «Penso che un certo numero di donne - aggiunge - così potrebbero contribuire a sanare il clericalismo e il carrierismo nella Curia, che è un vizio terribile».
Contro il carrierismo curiale, Kasper afferma: «L’impiego con incarichi a tempo determinato potrebbe essere un rimedio. Si potrebbero impiegare persone con esperienza pastorale alle spalle, che hanno esperienza in diocesi, nelle parrocchie e affidare loro incarichi a tempo determinato. Ad esempio per un quinquennio. Un periodo al termine del quale alcuni potrebbero rimanere ma tutti gli altri tornerebbero in diocesi portando la propria esperienza nella Chiesa locale. Con questa prospettiva si potrebbe forse eliminare il problema delle persone che agiscono avendo come unico criterio il proprio avanzamento sulla scala».
Infine Kasper si domanda se sia indispensabile che «tutti i segretari dei dicasteri vaticani debbano essere vescovi». Nella Curia «c’è oggi un’alta concentrazione di vescovi - osserva - Tanti svolgono funzioni di burocrati, e questo non va bene. Il vescovo è un pastore. La consacrazione episcopale non è un’onorificenza, è un sacramento, riguarda la struttura sacramentale della Chiesa. Perché dunque è necessario un vescovo per svolgere funzioni burocratiche? Qui, a mio avviso, si rischia un abuso dei sacramenti».
*
Osservatore Romano: Donne e arte. Incontro con l’alterità
(Lucetta Scaraffia) L’arte ha origine da un incontro con qualcosa di più grande e forte di noi. Che lo si chiami destino, o ispirazione. Tutte le protagoniste di questo numero dedicato a donne e arte si sono incontrate con questa alterità, che ha determinato la loro vita. Questo incontro ha suggerito loro come diventare agenti di trasmissione della bellezza per gli esseri umani sfavoriti, con il fine di alleviare la loro condizione di sofferenti, o ha ispirato la creazione di opere che — quasi misteriosamente e loro malgrado — rivelano poi la loro natura sacra.
Oppure può nascere da questo consapevole incontro una vera e propria creazione architettonica e artistica finalizzata a costruire la casa di Dio, coscientemente pensata in modo da rendere la sua presenza più percepibile agli esseri umani che ne varcheranno la soglia. Anche il modo in cui comprendiamo le opere d’arte ha una storia, che può venire attraversata da improvvise rivelazioni: come quella che suggerisce una rilettura della famosissima Pietà di Michelangelo, che si trova a San Pietro, in senso simbolico-femminile. L’arte quindi è una delle vie che le donne percorrono per parlare di Dio e con Dio, una delle vie che sempre più le vede protagoniste, così importanti che non si possono dimenticare o emarginare, come si è fatto per troppo tempo. È una prova che le donne fanno parte — proprio come gli uomini — della storia d’amore di Dio verso il suo creato. Come ricorda Barbara Hallensleben nella bella riflessione teologica che pubblichiamo questo mese, «la differenza tra uomo e donna ha a che fare con l’immagine che Dio ci rivela di se stesso», e quindi ogni approfondimento di questa differenza porta sulle tracce del mistero di Dio. Proprio per questo una riflessione sul ruolo della donna nell’arte — in particolare in un’arte che si apre consapevolmente alla spiritualità — costituisce un nuovo passo nella scoperta di come questa differenza diventi spirito di creazione e di rappresentazione della realtà umana e del suo rapporto con il divino. In questo caso — come in molti altri — non si parla di aprire nuovi ruoli alle donne, ma solo di vedere e riconoscere il lungo cammino che hanno percorso. (l.s.)
L'Osservatore Romano
L'Osservatore Romano