martedì 11 marzo 2014

La carità spirituale di Pio XII



12 marzo 1939: a settantacinque anni dalla incoronazione di Papa Pacelli. Nel ricordo di quattro testimoni.

A settantacinque anni dalla incoronazione di Papa Pacelli, nel pomeriggio del 12 marzo 2014 a Roma, alla Pontificia università lateranense, si terrà il convegno «Pio XII. Il Papa della carità». Anticipiamo stralci della relazione dell’assistente postulatore generale della Compagnia di Gesù. Sotto pubblichiamo la sintesi di un dettagliatissimo resoconto documentario che potrà essere consultato integralmente in rete (www.papapioXII.it).
(Marc Lindeijer) Un confratello gesuita, negli anni Cinquanta, fu incaricato da Papa Pio XII di preparare alla Pasqua gli operai del Vaticano. Dopo la predicazione il padre rimase in contatto con queste persone, interessandosi anche delle loro condizioni economiche, che talvolta erano penose.

E così avvenne che il governatore del Vaticano, il cardinale Canali, lo presentasse al Papa, che poi di tanto in tanto lo faceva chiamare per qualche consulenza. Conservando un ottimo ricordo dei suoi incontri personali con Pio XII, il gesuita, durante l’inchiesta diocesana per la canonizzazione di Papa Pacelli, era in grado di raccontare parole e gesti significativi. Una volta il Papa gli disse: «Spero di salvarmi l’anima». Il padre gli osservò: «Se non se la salva lei, chi se la salverà?». E lui: «Mah, con i Papi, Dio usa un metodo tutto speciale».
Lo stesso gesuita, incaricato di predicare al personale del Vaticano, si ricordò di aver parlato, durante tutto un mese di maggio, a oltre un centinaio di persone raccolte e protette dalla carità del Papa nella casa di via dei Penitenzieri a Roma. «La direttiva per questa e simili opere di carità — disse — era che quelle persone fossero difese nella vita materiale e che non si trascurasse di alimentarne l’anima in un clima di effettiva libertà». Consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori: sono queste le prime tre opere di misericordia spirituale, concretizzate nel magistero di Pio XII. Se vogliamo invece cogliere meglio lo spirito che animava le sue parole, bisogna dare uno sguardo ai suoi atti. Quanto era pubblica la misericordia espressa nelle parole rivolte ai dubbiosi, agli ignoranti, ai peccatori, tanto era privata e nascosta quella personale, riferita alla vita quotidiana nel palazzo apostolico o nella villa papale a Castel Gandolfo: il gesto paterno, il perdono dato, la molestia sofferta pazientemente, la preghiera per tutti. Soltanto coloro che vivevano assieme a Papa Pacelli hanno potuto sperimentare questa sua carità spirituale.
Lasciamo quindi la parola a quattro testimoni oculari: il domestico Giovanni Stefanori, che conobbe Pacelli dal 1909; la suora Maria Conrada Grabmair, incaricata di provvedere alla cucina e alle pulizie dell’appartamento papale dal 1938 al 1958; il gesuita Guglielmo Hentrich, per sedici anni membro della segreteria privata, dal 1942 in poi; e Cesidio Lolli, dell’Osservatore Romano, che dopo l’elezione di Pacelli a Pontefice fu da lui ricevuto almeno due o tre volte alla settimana, per sottoporgli le bozze dei discorsi che dovevano essere pubblicati nel giornale.
Può stupire che fosse necessario per Pio XII, nella vita quotidiana, sopportare le persone moleste e perfino perdonare le offese. L’impressione che abbiamo della corte papale è che il Pontefice vivesse in uno “splendido isolamento”, circondato da persone servili che gli mostravano di continuo il massimo rispetto, mentre lui teneva lo sguardo fisso su Dio e sulle carte sulla sua scrivania. È vero che Pacelli era osservante a perfezione del protocollo, come pure di tutte le altre prescrizioni che regolavano la sua vita: le rubriche liturgiche, i precetti di digiuno, le prescrizioni dei medici, e così via. Naturalmente non tutti erano così osservanti, però, come dice Cesidio Lolli, «se qualche visitatore non si comportava secondo la tradizione e il protocollo, non si affliggeva: anzi, dopo, ne sorrideva». Quello che però non sopportava era la durezza nel comportamento: corresse madre Pasqualina quando era severa con le altre suore, dicendole: «Più buona, più calma!».
Per Papa Pacelli, l’ordine e la puntualità non erano un fine in sé, ma segni di cortesia. Teneva all’orario, perché non gli piaceva far attendere i fedeli. Per se stesso invece sopportava pazientemente le mancanze di puntualità di uno dei suoi segretari, come pure le sue imprudenze, continuando a dimostrargli grande benevolenza e generosità, ma affidandogli, per prudenza, incombenze minori.
Prima di parlare del perdono delle offese come opera di misericordia spirituale di Pio XII, bisogna ricordare che lui per primo era pronto a chiedere perdono. Il suo segretario padre Guglielmo Hentrich ne dà vari esempi. Quando il Papa pensava di non essere stato sufficientemente cortese con lui, quando lo correggeva o lo ammoniva per qualche errore, più tardi lo faceva chiamare per esprimere la sua preoccupazione o, all’incontro seguente, gli chiedeva personalmente perdono. La stessa bontà si estendeva anche a persone più lontane. Il giornalista dell’Osservatore Romano racconta come una volta un articolo, non rispondente alla tradizione di esattezza del giornale, suscitò un certo scalpore. Il Pontefice ne fu molto addolorato e chiese alla direzione il licenziamento di quel redattore. «Io mi permisi — ricorda Lolli — di intercedere, assicurando precise cautele affinché l’incidente non si ripetesse. Non ebbe difficoltà ad accogliere subito la richiesta». E aggiunse: «Mentre sentiva sempre la grandezza del Sommo Pontificato, teneva a dimostrare che ciò era per l’istituzione e non per la sua persona».
Tant’è vero che, secondo suor Maria Conrada, il Papa si rammaricava con i dirigenti della Segreteria di Stato perché si interessavano delle sue ricorrenze (compleanno, onomastico), che egli avrebbe voluto che passassero inosservate. Invece, ricorda la suora, le calunnie, sia dei nazisti che dei comunisti, venivano sopportate «con mirabile eroismo. Spesso diceva: «Non mi importa della mia persona, ma io devo agire perché non ne rimanga menomata la reputazione della Chiesa».
Durante gli anni di guerra, prosegue la religiosa, «il Santo Padre riceveva per ore consecutive soldati, ascoltava tutti e a ciascuno distribuiva una parola di conforto, di speranza e di incoraggiamento. Qualche volta tornava in ritardo nell’appartamento privato, si metteva a tavola ma non riusciva a mangiare, perché aveva ancora nella mente e nel cuore le sofferenze di quei poveretti. Io lo pregavo di attenersi di più all’orario, perché diversamente il cibo perdeva gusto, ma egli rideva dicendo: “Oh, suora! È molto più importante mostrare un po’ d’amore ai poveri soldati, che non mangiare”».
La settima e ultima opera di misericordia spirituale è pregare Dio per i vivi e per i morti. Secondo Giovanni Stefanori, Pio XII durante tutta la giornata era in preghiera, cominciando con la Messa, che lo stesso Giovanni ha servito per ben trent’anni. Il Papa la celebrava con molta devozione e ad essa faceva seguire un ringraziamento «che non finiva mai, sicché io, che l’avevo lasciato solo, ero costretto ad andare a chiamarlo. Spessissimo lo trovavo ai piedi dell’altare a pregare con le braccia aperte». La preghiera del Pontefice non escludeva nessuno: dai suoi famigliari si estendeva alle persone bisognose sconosciute, e dal più umile operaio ai capi di Stato, quelli amici e quelli nemici. Il suo segretario padre Hentrich narra che, quando sorse il nazismo, Pacelli per due volte fece l’esorcismo solenne, ritenendo «che Hitler fosse stato invaso dal demonio», in altre parole che l’assoluto male che egli riconobbe nel Führer non potesse più essere d’origine umana.
Poi, quando lo stesso Hentrich gli comunicò la notizia della morte di Mussolini, il Papa si raccolse subito a pregare cristianamente per l’anima di lui, senza pronunciare alcuna parola di risentimento o di condanna. Il giornalista dell’Osservatore Romano ricorda una delle rarissime volte che egli vide Pio XII piangere, e cioè quando, durante la guerra, si seppe dello sbarco degli alleati in Sicilia. «In un attimo egli rivide tutto ciò che aveva fatto per risparmiare all’Italia gli orrori del flagello. Ma non ebbe parole amare verso nessuno, pur vedendo chiaramente le responsabilità dei governanti di quel tempo. Poi concluse: “Iddio ci aiuti, sempre”».

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Con prudenza, ma fatelo! I numeri degli aiuti agli ebrei romani
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(Dominiek Oversteyns) Gli ebrei perseguitati a Roma durante la seconda guerra mondiale furono un gruppo ben preciso e calcolabile. Ognuno di essi era una persona unica, con un nome, una famiglia, una storia, e un futuro in pericolo. Si stima che a Roma prima della razzia del 16 ottobre 1943 fossero presenti almeno 8.207 ebrei. Davanti alla loro sorte nessuno, tanto meno il vescovo di Roma, avrebbe potuto rimanere indifferente.

Basandoci sulla vastissima letteratura e su ricerche storiche negli archivi di istituzioni religiose, possiamo affermare che la Chiesa di Roma non è rimasta indifferente, anzi, che grazie ad essa più della metà degli ebrei romani ha potuto sopravvivere alla persecuzione nazista.
Innanzitutto alcuni numeri. Degli 8.207 ebrei presenti a Roma, si stima che 1.323 (dei quali 1.116 romani) avevano cercato rifugio già prima del 16 ottobre: 18 in Vaticano e nelle sue sedi extraterritoriali; 44 in parrocchie e collegi pontifici; 500 in 43 monasteri già conosciuti; 368 in case private di amici; e 393 nei villaggi intorno a Roma. Per i primi tre gruppi non c’è dubbio che lo stesso Pio XII sia intervenuto per dare loro un nascondiglio, mentre dei 368 ebrei nascosti in case private, 152 erano sotto la protezione di Delasem, organizzazione internazionale di soccorso agli ebrei in difficoltà, che il Papa aiutava con cibo e denaro. In totale si tratterebbe di 714 ebrei, quindi il 54 per cento dei 1.323 sopra indicati.
C’era, ad esempio, Erwin Stuckold (Stuecoli), famoso medico, che cominciò il suo servizio in Vaticano nel novembre 1942 come medico di casa. C’erano Laura Schaerf, sua madre e suo fratello, che intorno al 20 luglio 1943 furono portati da monsignor Alfredo Ottaviani con la sua macchina nel monastero di via Michelangelo Caetani. Nel diario del monastero delle Suore Francescane Missionarie dell’Immacolata Concezione si legge per la prima volta dell’affisso, anch’esso del 20 luglio 1943, con cui la Santa Sede proteggeva la casa e gli ebrei ivi rifugiati da possibili persecutori. C’erano lo studioso medievale Fritz Volbach, il senatore Giacobbe Isaia Levi, sua moglie e Giacomo Terracina, che il 30 settembre 1943 si trovavano nascosti nel monastero Maria Bambina. Dice il diario della comunità: «Ogni giorno v’era una nuova richiesta; di tanto in tanto una telefonata della Segreteria di Stato di Sua Santità chiamava in Vaticano la Reverenda Madre Provinciale, ed il motivo era sempre lo stesso: (...) una famiglia perseguitata da accogliere. (...) Ai rappresentanti del Papa non si doveva dare un rifiuto». C’erano la famiglia Mieli e Giovanni Astrologo con suo padre e quattro zii, ospitati nel Collegio Seminario Lombardo. Al rettore monsignor Giuseppe Bertoglio, Giusto tra le Nazioni, il Papa aveva detto: «Fatelo! Con prudenza, ma fatelo!».
Negli otto mesi fino al 4 giugno 1944, quando Roma fu liberata, si stima che fossero presenti 9.926 ebrei (dei quali circa 8.000 romani). 1.697 furono uccisi, in varie circostanze; soltanto 117 ebrei sopravvissero alle deportazioni. Degli 8.112 ebrei che rimasero vivi a Roma invece, 4.169 avevano trovato rifugio in almeno 234 monasteri, 344 nei collegi pontifici e nelle parrocchie romane, e 161 nel Vaticano, mentre 1.670 ebrei sopravvissero sotto la protezione di Delasem in case private a Roma. Significa che dei 9.926 ebrei, il 64 per cento fu in qualche modo aiutato da Pio XII.
Nonostante vari tentativi, il Papa non riuscì a fermare la razzia, ma certamente a salvare tanti ebrei dalla deportazione. C’erano, per esempio, i quasi 200 ebrei ai quali alcune ore dopo l’inizio della razzia furono aperte, con il permesso del Vaticano, le porte del monastero delle Suore di Nostra Signora di Sion. C’erano nel Pontificio Seminario Romano Maggiore ebrei famosi come il matematico Giorgio Del Vecchio e il clinico Frugoni, che dopo il 16 ottobre furono nascosti dal rettore monsignor Roberto Ronca. Questi era in contatto con Pio XII, che chiedeva la lista degli ebrei lì nascosti con il loro vero nome e quello falsificato. Nel diario delle Suore Agostiniane dei Santi Quattro Incoronati si legge che nel novembre 1943 Pio XII «desiderava che esse proteggessero i suoi figli: inclusi gli ebrei». Anche suor Assunta delle Clarisse di San Lorenzo ha testimoniato che «Pacelli aveva dato a tutti gli Istituti la facoltà di prenderli (...). Si trattava di un ordine orale arrivato dal Vicariato». Non c’era però l’ebreo Prospero Citone, arrestato il 14 aprile 1944. Padre Pfeiffer intercedette invano per la sua liberazione: morì ad Auschwitz il 30 giugno 1944. In linea di massima per il Papa era molto difficile liberare gli ebrei puri, mentre talvolta riuscì a liberare quelli uniti in matrimoni misti.
Con carità e prudenza, negli stretti limiti d’azione lasciatigli dai tedeschi, Pacelli fece nascondere piccoli gruppi in tanti luoghi diversi, affinché la probabilità di salvarli fosse più grande. Per questo Castel Gandolfo non fu usato; infatti, le poche famiglie ebree nascostevi furono uccise durante il bombardamento del 10 febbraio 1944. Elio Toaff, il rabbino capo di Roma, lodando «la grande compassionevole bontà e magnanimità del Papa» durante la persecuzione, disse che la comunità israelitica di Roma era convinta «che quanto è stato fatto dal clero, dagli istituti religiosi e dalle associazioni cattoliche per proteggere i perseguitati non può essere avvenuto che con la espressa approvazione di Pio XII».
L'Osservatore Romano