Non ci sono alternative all’ecumenismo
(Kurt Koch) Per concretizzare il compito ecumenico tratteggiato dal concilio Vaticano II, il decreto sull’ecumenismo distingue, nel suo terzo capitolo, tra «due principali categorie di scissioni che hanno intaccato l’inconsutile tunica di Cristo», ovvero il grande scisma della Chiesa tra Oriente e Occidente, nell’xi secolo, e la grande divisione all’interno della Chiesa in Occidente, nel XVI secolo. Si tratta qui di scissioni fondamentalmente differenti, di cui si occupano, da molti decenni, dialoghi ecumenici diversi. Innanzitutto, per quanto riguarda lo scisma tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, è stato un progressivo allontanamento tra le due la causa reale della loro successiva rottura, per la quale diverse spiritualità hanno svolto un ruolo di non poco conto, conducendo spesso all’incomprensione e alla sfiducia. Certamente, in questo processo di crescente allontanamento tra Oriente e Occidente, erano in gioco anche serie questioni teologiche.
Tuttavia, se consideriamo il tutto nel suo insieme, dobbiamo dire che sono state le diverse interpretazioni ad aver provocato in gran parte la divisione della Chiesa, come ha osservato giustamente il cardinale Walter Kasper: «I cristiani non si sono allontanati principalmente a livello di discussioni e di dispute su differenti formule dogmatiche, ma si sono allontanati a livello di vita».
Alla luce di questo processo di crescente allontanamento, che si è maggiormente acuito dopo lo scisma nel secondo millennio, dobbiamo riconoscere come un grande passo in avanti il fatto che, già durante il concilio e soprattutto dopo, siano stati intrapresi intensi sforzi per giungere a un’intesa e a una riconciliazione, sforzi iniziati in maniera promettente con l’incontro tenutosi cinquant’anni fa a Gerusalemme tra il Patriarca ecumenico Athenagoras di Costantinopoli e il vescovo di Roma, Papa Paolo VI, evento questo che è stato commemorato con il nuovo incontro a Gerusalemme, lo scorso maggio, tra il Patriarca ecumenico Bartolomeo e Papa Francesco.
Fa parte di tali sforzi anche il dialogo ecumenico della verità che, portato avanti con grande impegno dal 1979, si è concentrato innanzitutto su quelle questioni di fede che accomunano l’ortodossia e la Chiesa cattolica e si sta occupando al momento del rapporto tra il primato e la sinodalità. Seppure non sia possibile prevedere quando si potrà giungere a un consenso costruttivo sull’argomento, il dialogo teologico ha mostrato chiaramente che, tra tutte le Chiese e le comunità ecclesiali cristiane, ortodossi e cattolici sono tra loro i più vicini, poiché hanno mantenuto la stessa struttura ecclesiale della Chiesa primitiva e sono pertanto, insieme, la Chiesa di Gesù Cristo in Oriente e in Occidente. Per questo, sono chiamati in modo particolare a ristabilire la piena unità e a rafforzare la comunione ecclesiale nella partecipazione condivisa all’unica eucaristia. La carità ecclesiale risvegliata deve infatti sfociare nell’agape eucaristica, come ha sottolineato cinquant’anni fa con parole appassionate il Patriarca ecumenico Athenagoras di Costantinopoli: «È giunta l’ora del coraggio cristiano. Ci amiamo gli uni gli altri; professiamo la stessa fede comune; incamminiamoci insieme verso la gloria del sacro altare comune».Per ciò che concerne la divisione del XVI secolo all’interno della Chiesa d’Occidente, il cinquecentesimo anniversario dell’inizio della Riforma programmato per il 2017 rappresenta una sfida importante, di cui ha preso atto il documento From Conflict to Communion prodotto dalla Commissione luterana-cattolica per l’unità. La sfida consiste soprattutto nel capire come, dai dialoghi teologici condotti finora, si possa trarre frutto per una commemorazione comune della Riforma e per ulteriori passi verso l’unità. Al centro dei dialoghi futuri dovrà esserci soprattutto la questione della natura della Chiesa e della sua unità. La questione si rivela particolarmente urgente anche alla luce della constatazione storica che la divisione della Chiesa del XVI secolo ha comportato nel corso del tempo ulteriori scissioni, che le Chiese e le comunità ecclesiali nate dalla Riforma si sono sviluppate in un vasto e complesso pluriverso, e che anche oggi all’interno del protestantesimo mondiale sono riscontrabili soltanto marginali sforzi a favore di una maggiore unità, mentre si presentano crescenti frammentazioni e svariati processi di scissione.
Negli ultimi tempi, questo fenomeno trova un’ulteriore conferma nel rapido e considerevole aumento dei gruppi evangelicali e carismatici e soprattutto nella straordinaria crescita che hanno conosciuto i movimenti e le Chiese pentecostali nell’emisfero meridionale e, nel frattempo, anche in altri continenti. Con circa 400 milioni di fedeli, i pentecostali rappresentano dal punto di vista numerico la comunità cristiana più grande, dopo la Chiesa romano-cattolica. Si tratta di un fenomeno talmente diffuso che potremmo parlare di una pentecostalizzazione del cristianesimo e vedere in esso una quarta forma dell’identità cristiana, accanto alle Chiese ortodosse e ortodosse orientali, alla Chiesa cattolica e alle Chiese e comunità ecclesiali nate dalla Riforma.
Non da ultimo, il pentecostalismo evidenzia che, nel ricordare i cinquant’anni trascorsi dalla promulgazione del Decreto sull’ecumenismo, dobbiamo prendere atto del fatto che la geografia mondiale della cristianità si è profondamente trasformata e la situazione ecumenica è diventata molto più indecifrabile nel suo insieme e sicuramente non più semplice di prima. Dobbiamo anche riconoscere con onestà che l’obiettivo del movimento ecumenico, ovvero il ristabilimento dell’unità della Chiesa, non è stato raggiunto e richiederà evidentemente molto più tempo di quanto si era immaginato all’epoca del concilio.
Questo pesante cambiamento non deve però essere un motivo di rassegnazione. Infatti, non esiste assolutamente alternativa all’ecumenismo: esso corrisponde alla volontà del Signore e alla sua preghiera sacerdotale per l’unità ed è essenziale per la credibilità della fede cristiana nel mondo di oggi. La rinnovata lettura del Decreto sull’ecumenismo è pertanto una proficua occasione per ridare vita alle sue convinzioni fondamentali e per promuovere ulteriormente il lavoro ecumenico, proprio grazie a quella presenza dello Spirito, di cui era convinto il concilio. Di fatti, se il concilio ha visto all’opera lo Spirito santo nel movimento ecumenico, noi daremmo prova di poca fede se non ci fidassimo di questo Spirito e se non credessimo che esso porterà a compimento, nei modi e nei tempi in cui vorrà, ciò che ha iniziato in maniera così promettente.
L'Osservatore Romano