venerdì 21 novembre 2014

Dichiarazione finale della conferenza del Kaiciid.




La religione non va strumentalizzata

La condanna esplicita e senza riserve della «grave violazione dei diritti umani in Iraq e in Siria» e il ripudio «di ogni sfruttamento della religione nei conflitti politici», che avviene anche attraverso «l’usurpazione di simboli religiosi da parte di estremisti, così come il suo uso quale mezzo di segregazione e motivo di ingiustizia e di oppressione». Non lascia spazio a dubbi la dichiarazione finale della conferenza promossa a Vienna dal Centro internazionale per il dialogo interreligioso e interculturale Re Abdullah bin Abdulaziz (Kaiciid) sul tema «Uniti contro la violenza in nome della religione».
Dopo due giorni di lavori, in cui si sono confrontati sulla necessità di sostenere la diversità religiosa e culturale nei due Paesi teatro di sanguinosi scontri, i leader religiosi riuniti nella capitale austriaca hanno rilasciato mercoledì 19 novembre una dichiarazione articolata in otto punti, che fissa l’adozione del dialogo come «strumento principale e più potente per risolvere conflitti e disaccordi» e mira a sostenere «iniziative e istituzioni che considerano il dialogo il metodo migliore per costruire la pace, la coesistenza e per promuovere una cittadinanza comune». 
I partecipanti alla conferenza condividono «l’indignazione di coloro che devono subire gravi ingiustizie e abusi arbitrari». Infatti, ribadiscono, «a prescindere dalla religione che una persona ha scelto, essa ha il diritto di essere trattata con umanità e con dignità». In particolare, «l’assassinio di massa e il conflitto cruento incontrollati sono giustamente classificati come crimini contro l’umanità». 
Nella dichiarazione trova spazio anche la ferma denuncia del sostegno dato al terrorismo e del finanziamento dello stesso, e viene rivolto un appello ai leader e ai governi del mondo, alla Lega degli Stati arabi, e al Consiglio di sicurezza dell’Onu, affinché si intervenga «con misure appropriate per fermare i crimini e porre fine ai conflitti, i quali sono distruttivi tanto per le persone quanto per le civiltà», perché «nulla giustifica la violenza contro i civili o le minacce alla loro vita e al loro sostentamento». 
Successivamente si esprime solidarietà nei confronti di quanti «sono oppressi a causa di tali eventi», specie coloro che «sono stati sradicati e allontanati dalle loro case e dalla loro patria». Da qui l’invito a cercare di «riportare queste persone nelle loro città e nei loro villaggi, per farle ritornare alle loro case e a condizioni di vita normali». 
Particolarmente significativo il rifiuto dell’insegnamento distorto dei valori in seno all’islam, «specialmente da parte di coloro che rivendicano un Governo islamico in Iraq e in Siria e dei loro seguaci», con l’invito a tutte le persone di fede e di buona volontà a condannare queste pratiche e a opporsi unite a queste tattiche. 
Infine, la riaffermazione del fatto che «l’eredità religiosa, etnica, culturale o linguistica è una parte insostituibile e inerente alla cultura araba, radicata nella sua storia, e contribuisce alla vitalità e alla diversità del tessuto di quelle comunità». Da qui l'auspicio che venga preservata «questa diversità nelle società arabe, essendo un’eredità plurimillenaria», perché — è la conclusione — si ritiene «imprescindibile che cristiani, musulmani e le altre componenti culturali e religiose diventino un’unità coesa nelle società arabe». Del resto la coesistenza tra persone di diversa religione è «uno tra i pilastri principali della civiltà araba e serve come prova della relazione reciprocamente feconda tra musulmani e cristiani».
Alla conferenza sono intervenuti, tra gli altri i patriarchi cattolici di Babilonia dei caldei, Sako, di Antiochia dei greco-melkiti, Laham, di Antiochia dei siri, Younan, e, in rappresentanza del patriarca di Antiochia dei maroniti, monsignor Gemayel. Il comboniano Miguel Ángel Ayuso Guixot, segretario del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e membro del consiglio di amministrazione del Kaiciid, ha sottolineato come la violenza non è mai sconfitta dalla violenza, ma è sconfitta dalla pace.
L'Osservatore Romano

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