Corruzione ed effetti collaterali.
(Ugo Sartorio) Chi ha mai sentito dal pulpito una predica sulla corruzione? Magari con la giusta dose di indignazione per atteggiamenti che feriscono e impoveriscono la comunità civile, sottraendo risorse destinate al bene di tutti.
Più facilmente abbiamo visto interminabili talk-show televisivi su questo argomento, oppure abbiamo assistito a estenuanti campagne elettorali in cui l’accusa di ospitare dei corrotti nel proprio partito rimbalzava da una fazione all’altra.
Senza che alla fine, a quanto pare, sia successo davvero qualcosa. Dalla base poi, dalla gente comune l’indignazione contro la corruzione e i corrotti è tanto rancorosa quanto spuntata nella possibilità di raggiungere il suo effetto.
Alla marea montante della protesta segue, il più delle volte, la risacca della delusione e del riflusso nel privato. Se abbiamo imparato dalla lezione di Hannah Arendt che il male, in senso tragico, può essere «banale», si può dire che la corruzione può diventare «abituale», quasi ambientale, realtà che si insinua dentro i gangli della società perché ancora prima si annida nel cuore dell’uomo.
È questo il punto di novità — insistito da Lorenzo Biagi nel suo ultimo libro Corruzione (Padova, Editore Messaggero Padova, 2014, pagine 116, euro 11) — che Papa Francesco ha apportato al dibattito attorno a un tema che sul piano civile si presenta per lo più consunto e quasi disarmato, incapace di suscitare grandi passioni e indignazione che non sia effimera. Soprattutto a causa delle molte, troppe, letture minimaliste o fatalistiche che con la corruzione cercano di patteggiare: se da un lato la «comprendono», perché farebbe parte del sistema, dall’altro rischiano di legittimarla.
Ma dove sta più precisamente, secondo Biagi, la novità della lettura di Papa Francesco in tema di corruzione, soprattutto nel famoso testo scritto nel lontano 1991 sull’onda della delicata situazione argentina ripreso nel 2005 da «Editorial Claretiana» (Corrupción y pecado) ed edito in italiano con il titolo Guarire dalla corruzione (Bologna, Editrice Missionaria Italiana, 2013, pagine 64, euro 6,90)? Nel fatto che Bergoglio ne indaga la struttura interna cogliendone la curvatura antropologica, cioè non restando — come fanno tutti — sulla soglia della fenomenologia dell’uomo corrotto, ma chiamando in causa proprio l’esistenza concreta e singolare. Quindi andando oltre quell’impostazione avalutativa delle scienze sociali che rischiano di restituirci una visione moralmente neutra della corruzione.
In pratica «Papa Francesco ci obbliga a domandarci se c’è una nostra responsabilità di fronte al formarsi di uomini corrotti» (pagina 74).
Prima di scagliare pietre contro chiunque «altro» ritenuto colpevole, si deve dubitare di se stessi, verificando se anche in noi non abiti quell’autosufficienza che porta a stancarsi della trascendenza, poiché la radice della corruzione consiste nel chiudersi in un mondo autoreferenziale in cui non c’è più posto né per gli altri né per Dio.
L’autore, in riferimento alla deregulation finanziaria che ha condotto all’attuale drammatica crisi economica globale, lascia parlare Gordon Gekko, personaggio immaginario impersonato da Michael Douglas nel film del 1987 Wall Street e nel sequel Wall Street - Il denaro non dorme mai, del 2010, entrambi diretti da Oliver Stone. «L’avidità è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona» sentenzia Gekko, da non pochi eletto a icona culturale del nostro tempo, un tempo in cui si idolatra la ricchezza e per la prima volta nella storia il denaro non serve a comprare qualcosa ma soprattutto a produrre altro denaro, più denaro.
Rimanendo nel filone cinematografico si può citare anche il più recente The Wolf of Wall Sreet (2013), un film in cui Martin Scorsese narra la vertiginosa ascesa e la rovinosa caduta di un broker di New York, interpretato da Leonardo Di Caprio. Una delle prime lezioni che gli viene impartita sul lavoro da svolgere è la seguente: «La regola numero uno consiste nello spostare i soldi dalle tasche del cliente alle tue».
Poiché si tratta della trasposizione cinematografica di una storia vera, non è difficile immaginare come sono andate realmente le cose fino al 2007, quando il meccanismo si è incrinato fino a saltare. Se la corruzione in Europa del sud e nel Terzo mondo — qui l’autore segue l’ipotesi antropologica di Marcel Hénaff — è data per lo più da falsati rapporti di reciprocità, da arcaici clientelismi e favoritismi verso il gruppo di appartenenza, in Europa del nord e nel mondo angloamericano alcuni metodi di corruzione sono stati tacitamente legalizzati: basti pensare a quelle spericolate operazioni finanziarie che sfuggono a ogni regolamentazione e tassazione. Insomma, non c’è solo la corruzione omertosa, ma vi sono leggi corrotte, come anche una carenza di legislazione che apre la porta al malaffare.
Se da una parte Papa Francesco dà un volto alla corruzione parlando senza mezzi termini dell’uomo corrotto, il suo contributo sul tema consiste anche nel dare un volto alle vittime della corruzione.
Al di fuori della relazione tra il corruttore e il corrotto, infatti, esiste sempre un terzo che subisce l’urto violento di questa connivenza: certamente il cittadino comune, chi paga le tasse, la persona onesta, ma ancor più il povero in senso sia materiale che spirituale.
Con questa precisazione, scrive Biagi, Papa Francesco «toglie ancora una volta la corruzione dall’impersonalità, tipica di un processo anonimo e fatale, e attribuisce un volto anche al terzo che paga il prezzo della corruzione (pagina 80).
L’ultimo approfondimento del libro — che si verticalizza quando svolge la sua analisi sulle riflessioni di Bergoglio, anche se non manca di fornire uno sfondo ben documentato al tema attualissimo della corruzione — è dedicato alla questione del perdono (impossibile) dell’uomo corrotto.
La domanda, che si basa sulla distinzione di Papa Francesco tra peccato e corruzione, suona in questi termini: «Perché l’uomo corrotto non può essere perdonato?». Stupisce — commenta l’autore — come il Papa che ci ha catturato e persuaso con la buona notizia di un Dio misericordioso, che perdona sempre, possa pensarla in tal modo. Eppure è proprio così, non perché Dio si stanchi di offrire il proprio perdono anche all’uomo corrotto, ma per il fatto che costui si trova sigillato in un mondo in cui la corruzione è diventata male abituale, non un atto ma uno stato, uno stile. C’è salvezza per chi pecca e non vorrebbe peccare, non per chi fa la doppia vita, e in questo senso va intesa l’affermazione di Bergoglio: «Peccatori sì, corrotti no!». Il testo di Biagi, segretario generale della Fondazione Lanza di Padova, ci introduce a un tema urgente e decisivo, auspicando un salto di qualità che porti a percepire la corruzione non solo nella sua oggettività statistica e dannosità economica, ma anche come una questione insieme antropologica, etica e spirituale.
L'Osservatore Romano