sabato 15 novembre 2014

Non c’è Chiesa senza carità



Il cardinale Parolin a Praga ricorda sant’Agnese di Boemia.

Principessa di rara bellezza, rifiutò categoricamente più volte offerte di matrimonio regali per seguire le orme di Francesco e Chiara d’Assisi. È Agnese di Boemia che, nella prima metà del XII secolo, vendette tutti i suoi beni per fondare a Praga un ospedale per i poveri e i malati e un monastero per le cosiddette sorelle povere. «Pur essendo vissuta in un’epoca assai lontana dalla nostra», resta «una santa di grande attualità» e ci ha lasciato «una ricca eredità spirituale: la testimonianza viva del suo amore per il Signore, mediante il “servizio della carità” verso i poveri, i malati, i bisognosi». Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha così inquadrato la figura di sant’Agnese, a venticinque anni dalla canonizzazione, nella messa celebrata a Praga nella cattedrale di San Vito la mattina di sabato 15 novembre.
Una testimonianza, quella di sant’Agnese, che si incastona perfettamente nella bimillenaria storia della Chiesa che è appunto, come diceva Paolo VI, «storia della carità». E in questa storia — ha sottolineato il segretario di Stato — «si inserisce la vita e l’attività della Chiesa cattolica nella Repubblica Ceca». In questo senso il porporato ha voluto anche «ricordare quanto Papa Francesco disse ai rappresentanti della Caritas internationalis nel maggio 2013: “Una Chiesa senza la carità non esiste”, aggiungendo che la carità è la carezza della Chiesa al suo popolo; la carezza della Madre Chiesa ai suoi figli; la tenerezza, la vicinanza».
Nata nel 1211 da Ottocaro i, re di Boemia, e da Costanza d’Ungheria, Agnese fece la solenne professione di povertà, castità e obbedienza il giorno di Pentecoste del 1234. Sono rimaste famose, ha ricordato il cardinale Parolin, «le lettere che santa Chiara le indirizzò per esortarla a proseguire nel suo cammino di adorazione e di consacrazione a Dio e al prossimo». E lei, «indossando la virtù della carità, seppe adoperarsi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di mansuetudine, di magnanimità, aprendo il suo cuore ai bisogni dei poveri e dei malati». Morì il 2 marzo 1282.
Dopo sette secoli, esattamente il 12 novembre 1989, nella basilica vaticana — ha ricordato il porporato — «l’indimenticabile pontefice Giovanni Paolo II, oggi anch’egli santo», elevò Agnese alla gloria degli altari. L’anniversario rappresenta «un momento di gioia per l’intera comunità cattolica della Repubblica Ceca» che, guardando alla sua santa, «volge lo sguardo verso il futuro per raggiungere vette sempre più alte di crescita umana, sociale e spirituale e traguardi di santità».
Il venticinquesimo anniversario della canonizzazione coincide, con una differenza di pochi giorni (il 17 novembre 1989), con quello della Rivoluzione di velluto che, ha detto il segretario di Stato, «felicemente pose fine all’oppressione del regime totalitario allora dominante nel Paese e ripristinò la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti dell’uomo». All’epoca la Chiesa offrì il suo coraggioso contributo: «Mentre a Praga si moltiplicavano le iniziative e le manifestazioni contro il regime, la comunità cattolica, riunita in preghiera in questa cattedrale, rendeva grazie al Signore per il dono della canonizzazione di Agnese, evento che preannunziava la liberazione della nazione dalla schiavitù atea». E ricordando le parole dell’«intrepido» cardinale Tomášek, il porporato ha aggiunto: «Erano dalla parte del popolo, a sostegno delle sue legittime aspirazioni di libertà, indipendenza e autodeterminazione».
Di quegli anni il cardinale Parolin ha parlato anche durante l’incontro avuto con l’episcopato locale nel palazzo arcivescovile: «Sono consapevole — ha detto — delle sofferenze e delle persecuzioni che questa Chiesa dovette affrontare durante i quaranta anni di dominazione totalitaria che in tutti i modi tentò di mettere a tacere la sua voce»; ma, ha continuato, «non mancarono figure di vescovi, sacerdoti, religiosi e laici che si distinsero per la loro eroica testimonianza di fedeltà a Cristo». Tra questi, gli arcivescovi Beran e Tomášek, come pure «alcuni di voi qui presenti che non avete mancato di levare la vostra voce contro l’oppressione dittatoriale».
Anche grazie a queste testimonianze di fede, ha concluso il segretario di Stato, «oggi la Chiesa gode ampia libertà e può organizzare la sua vita e le sue attività apostoliche, anche se essa deve affrontare nuove sfide, in particolare quelle del secolarismo e del relativismo». Ai pastori il compito di incoraggiare la gente a «riscoprire le radici e le tradizioni cristiane che stanno alla base della vita e della cultura del Paese», affinché — come sottolineato in precedenza dal cardinale Parolin nell’omelia — «il processo di risanamento e ricostruzione morale e spirituale della nazione» possa continuare «ad affermarsi e consolidarsi sempre più nella società ceca, per un futuro di giustizia, di pace e di prosperità per tutti i suoi figli».
L'Osservatore Romano