Gesuiti 2015. Come la Compagnia di Gesù guarda al tema dell’ecologia.
La Compagnia di Gesù e l’ecologia è il tema centrale di «Gesuiti 2015». L’annuario dei figli di sant’Ignazio di Loyola si interroga sulle sfide che la questione della tutela del creato pone oggi in stretta connessione con tante altre emergenze relative alla difesa dei più poveri e alla giustizia sociale. Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo introduttivo.
(Patxi Álvarez) Oggi sappiamo bene che la Terra è in pericolo a causa dell’azione umana e che il nostro destino è legato alla vita sul nostro pianeta. Siamo di fronte a una sfida di civiltà. Il paradigma del consumo crescente basato su un modello produttivo insostenibile costituisce una minaccia per tutti gli esseri del pianeta. Ma non abbiamo ancora trovato un altro paradigma, sostenibile, che generi posti di lavoro per le persone e i beni necessari per tutti, in particolare per i più poveri. Ci troviamo quindi a un bivio.
Nella Compagnia di Gesù la preoccupazione per l’ecologia è recente, sebbene ci siano stati dei precedenti. Già nel 1983, la Congregazione generale (Cg) 33 citava la maniera in cui gli esseri umani stavano distruggendo la natura creata, qualcosa legato al disprezzo dell’amore creatore. Nel 1999, il Segretariato per l’apostolato sociale pubblicava il documento Viviamo in un mondo frantumato. Riflessioni sull’ecologia. Più recentemente, nel 2008, la Cg35 ha parlato della riconciliazione con la creazione come di un aspetto essenziale della nostra missione di riconciliazione tra Dio e gli esseri umani. Sottolineava come la massiccia distruzione dell’ambiente minacciasse il futuro della Terra. Nel 2011 è apparso un altro documento, Ricomporre un mondo frantumato, accompagnato da una lettera del padre generale nella quale si chiedeva un cambiamento dei cuori, grati a Dio per il dono della creazione e disposti a intraprendere un cammino di conversione.
Dobbiamo intraprendere un rinnovamento del cuore, una conversione, come ci chiede padre Nicolás Pachón. L’esperienza indica che l’annuncio di future catastrofi mobilita poco. Solo un atteggiamento di amore, apprezzamento e gratitudine per il creato ci porterà ad amarlo e a prendercene cura. Un cambio di atteggiamento che ci farà anche crescere come esseri umani. Il primo di questi è la cura della natura. Si tratta di conoscerla, amarla e proteggerla. Ciò implica un interesse per la vita in tutte le sue forme e una considerazione per la natura che ci circonda.
Nella tradizione cristiana, tutte le realtà ci conducono a Dio, in misura tanto maggiore quanto più sono complesse. Hanno un valore in se stesse; non sono là semplicemente perché se ne possa abusare, né degradarle o eliminarle. Di conseguenza ne deriva un atteggiamento di lode e gratitudine per il creato e la natura, un atteggiamento che è profondamente ignaziano. Negli ultimi decenni, nella teologia cristiana si sta sviluppando sempre più il concetto di “badanti” della creazione: chiamati a essere i suoi assistenti. Come in ogni famiglia, chi è più capace si prende la responsabilità della cura del più debole. Questo è il ruolo degli esseri umani nella grande famiglia della creazione.
Il secondo aspetto è, come abbiamo detto, la difesa dei più deboli, le comunità più povere e le generazioni future. Nel campo dell’ecologia si gioca una questione di giustizia. Le popolazioni che meno hanno contribuito al deterioramento dell’ambiente sono quelle maggiormente esposte e che pagheranno il prezzo più alto. Questo è il grande paradosso perché, al contrario, i Paesi che da più tempo beneficiano dello sviluppo industriale e che più hanno danneggiato la natura ed emesso una maggior quantità di gas serra, sono i meglio preparati a difendersi dalle conseguenze derivanti dalla crisi.
Il terzo aspetto che concerne il nostro impegno per l’ambiente si riferisce a un nuovo stile di vita. Lo stile di vita consumista dei Paesi che definiamo sviluppati, così come quello dei ceti benestanti degli altri Paesi, non si può applicare a tutti perché il pianeta non dispone di altrettante risorse. Questo è insostenibile e ingiusto. Abbiamo bisogno di una nuova forma di cultura. Padre Ignacio Ellacuría, assassinato in El Salvador nel 1989, soleva parlare della necessità di una «cultura della povertà», in contrapposizione alla «cultura della ricchezza» che depreda la natura e sottomette gli esseri umani. Conservando la validità delle sue parole, ma adattandole al nostro tempo, possiamo parlare della necessità di una «cultura della sobrietà condivisa», cioè rispettosa della creazione e solidale con gli esseri umani più vulnerabili.
Parliamo quindi di aver cura del creato, difendere i più vulnerabili e scoprire un nuovo modo di essere umani. Come si può vedere, la parola ecologia non raccoglie questa ricchezza di contenuti. Infatti, l’ultima Congregazione generale della Compagnia parlava di «riconciliazione con la creazione», un’espressione più completa. Ma l’uso della parola ecologia ci permette di costruire un ponte di dialogo con tante persone che, da altre tradizioni umane o religiose, difendono come noi la creazione.
Prima di tutto dobbiamo affermare con forza che c’è speranza. La crescente consapevolezza sta portando a un maggiore impegno, che emerge in diversi angoli del globo. In particolare, le giovani generazioni hanno una maggiore sensibilità. Tra i giovani si possono trovare scelte radicali di vita sobria e non consumistica. Da parte loro, le religioni hanno un ruolo cruciale da svolgere. Innanzitutto perché le motivazioni per impegnarsi in questo campo sono in definitiva spirituali. Poi perché offrono stili di vita buona. Gran parte della difesa dell’ambiente ha a che fare, come dicevamo, con un nuovo stile di vita che le religioni sono chiamate a promuovere. Optare per la vita oggi comprende la difesa del creato nel quotidiano.
La Compagnia sta cercando di rispondere a questa sfida in modi molto diversi. Ci sono comunità che riducono i loro rifiuti, riciclano, hanno introdotto una giornata vegetariana alla settimana, hanno eliminato l’uso delle auto private, tengono traccia della loro “impronta ecologica”, risparmiano l’acqua, utilizzano energia solare. Molte istituzioni come scuole, università, case di esercizi, centri sociali, hanno adottato programmi di efficienza energetica, gestiscono le risorse in vista del riciclo, diffondono la consapevolezza ambientale, costruiscono edifici ecocompatibili, mantengono campus verdi. Ci sono istituzioni che si dedicano alla protezione delle comunità povere che sperimentano ciclicamente gli effetti delle catastrofi naturali. Altre accompagnano le popolazioni cacciate dalle loro terre dai grandi progetti realizzati in nome dello sviluppo. Altre ancora sono impegnate da decenni nella ricerca di metodi di sviluppo sostenibile alternativi, che sostengano la vita umana e rispettino la natura. Tuttavia abbiamo ancora molto da fare. La sfida, come abbiamo detto, è una sfida di civiltà perché dobbiamo dare vita a un nuovo modo di essere umani, come individui e come società. E questo, considerato ciò che intendiamo come vivere bene nelle attuali condizioni, è una sfida rivoluzionaria.
L'Osservatore Romano
L'Osservatore Romano