In un libro di Sarah Helm. La Shoah delle donne
Il dibattito sul negazionismo. «Questa legge sul negazionismo è stata un errore anche nei suoi compromessi. C’è la legge Mancino: basterebbe applicarla» sottolinea la storica Anna Foa in un articolo di Simonetta Fiori su «la Repubblica» del 30 aprile dedicato al dibattito italiano in merito alla condanna del negazionismo della Shoah. Un dibattito che si sta facendo sempre più vivo mentre il disegno di legge sul negazionismo è all’esame del Senato.
«C’è chi accusa Israele di una politica genocidaria, cosa che giudico completamente sbagliata — dichiara la storica — ma queste critiche potrebbero trovare un sostegno nella nuova legge». Un punto discusso del dispositivo legislativo riguarda l’accostamento della Shoah ad altri genocidi che vengono definiti in modo generico, come «crimini di guerra» e «crimini contro l’umanità».
(Anna Foa) Dal 1939 al 1945 fu in funzione a Ravensbrück, a un centinaio di chilometri a Nord di Berlino, un campo di concentramento per sole donne. Il campo, che inizialmente conteneva duemila donne, tutte prigioniere politiche tedesche e austriache, arrivò alla fine a contenerne oltre quarantacinquemila. Tranne che in alcuni momenti, in particolare nel periodo finale, le detenute erano in prevalenza politiche, asociali, zingare, donne accusate di avere avuto rapporti con ebrei inquinando la razza. Le ebree non superavano il 10 per cento. A partire dall’autunno 1944, quando le camere a gas di Auschwitz smisero di funzionare, il campo fu dotato di una, forse due, camere a gas e funzionò come campo di sterminio. Nel campo furono detenute anche prigioniere importanti, in genere trattate meglio delle altre in quanto considerate possibili ostaggi, come Gemma La Guardia, la sorella del sindaco di New York, ebrea, e come la nipote del generale De Gaulle, Geneviève. Il numero delle donne che vi perirono oscilla, a seconda degli storici, tra trenta e novantamila. Il numero delle donne che vi furono detenute complessivamente supera i centomila. Vi erano rinchiuse prigioniere di molte nazionalità: quelle dei Paesi occupati dai nazisti, con una prevalenza di russe, per lo più militari dell’Armata Rossa, polacche e francesi. C’erano anche dieci prigioniere inglesi, agenti dei servizi segreti arrestate in Francia. Le donne italiane furono circa mille, per la maggior parte detenute politiche. Ravensbrück fu liberato dall’Armata Rossa il 30 aprile 1945. È una storia terribile e appassionante, questa del campo femminile di Ravensbrück e delle sue detenute, narrata da Sarah Helm in un volume di oltre settecento pagine (Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück il campo di concentramento nazista per sole donne, Newton Compton, Roma, 2015, pagine 717, euro 12,90). Inglese, giornalista, l’autrice scrive in uno stile narrativo che rende il libro di piacevole lettura nonostante l’oggetto e la mole, pur muovendosi con il rigore di uno storico tra le fonti documentarie e orali, e le numerosissime interviste da lei stessa realizzate. Al cuore del suo interesse, non sono i numeri, ma i nomi. Ciò che la appassiona è restituire la vita a quelle donne, al modo in cui vissero nel campo, o in cui vi morirono, alle infinite storie di forza, eroismo, dolore, morte. A partire dal 1942, nel campo si realizzarono esperimenti medici sulle prigioniere. La maggior parte di queste cavie, un centinaio circa, erano polacche. Nel campo erano chiamate “conigli”. Molte morirono, alcune delle sopravvissute riuscirono a trasmettere in Polonia e poi agli Alleati le notizie dettagliate degli esperimenti e a chiedere aiuto. Senza risultato, come senza effetto fu anche il tentativo di fare recedere dalla sua posizione di non intervento la Croce rossa internazionale. La forte influenza di Ernst Grawitz, presidente della sezione tedesca della Croce rossa, amico di Karl Gebhardt, il direttore medico degli esperimenti di Ravensbrück, impedì ogni intervento fino al 1945. Grawitz si suicidò alla caduta del Reich, Gebhardt, che era anche il medico personale di Himmler, fu imputato nei processi ai medici di Norimberga e impiccato nel 1948. Un ulteriore tassello del coinvolgimento della classe medica nazista nello sterminio. A Ravensbrück, come in tutti i campi nazisti, quelli di concentramento oltre che quelli di sterminio, i bambini non nascevano. Non avevano diritto a nascere e quando nascevano erano subito uccisi. Nel periodo finale del campo, a partire dall’autunno 1944, quando il campo si riempì di prigioniere polacche e danesi e ungheresi (in questo caso, soprattutto ebree), molte donne arrivarono là già incinte. Fu loro consentito partorire, ma questi bambini furono lasciati morire di fame e di sete. Le donne lavoravano nelle sartorie create nel campo e negli stabilimenti della Siemens attigui al campo, come schiave. Chi non era più in grado di lavorare veniva selezionato per i “trasporti neri”, diretti alle camere a gas di Auschwitz o a quella del castello austriaco di Hartheim, che era stato uno dei luoghi dell’eliminazione dei disabili durante l’operazione t4, e che continuava ora a funzionare come luogo di eliminazione dei prigionieri dei campi. I trasporti neri a Ravensbrück cominciarono già a partire dal 1941. Sul ruolo della Siemens in questa vicenda di schiavitù e morte nessuno ha fatto chiarezza nel dopoguerra, nessuno ha pagato. La storia di Ravensbrück è anche una risposta chiara alla domanda che da qualche decennio la storiografia si è posta, quella se esistesse nella Shoah una differenza di genere, se la sorte di uomini e donne fosse sotto qualche aspetto diversa. La risposta più ovvia è quella del prevalere, nel campo, dell’interesse dei carnefici per il corpo femminile. In alcuni casi, anche se non in quello delle ebree considerate impure, ci fu un interesse sessuale, che diede vita alla selezione forzata delle detenute per i bordelli; ma soprattutto interesse per le funzioni del corpo femminile, per la maternità, che dava vita agli esperimenti, alle sterilizzazioni forzate di donne e bambine, al balletto diabolico sulla vita e la morte dei neonati. Ma la specificità non è solo qui. Due sono gli altri aspetti che emergono in questo gigantesco intreccio di storie, vite, volti: da una parte, la solidarietà femminile, i legami, gli affetti, i tentativi di sottrarre le compagne alla camera a gas. Infiniti ne sono gli esempi, nei racconti fatti dalle donne sopravvissute. Non a caso, il monumento simbolo di Ravensbrück, che si erge nel campo, è quello di una donna che regge un’altra donna, Tragende. Dall’altra, il coraggio. Perché queste donne sanno anche reagire, pur in questa situazione terribile: rifiutano, nonostante le minacce di morte, di lavorare per l’industria bellica tedesca, e tengono in mille casi alta la testa di fronte ai loro assassini. Straordinario è l’esempio delle donne dell’Armata Rossa, fiere e coraggiose, tanto più straordinarie se pensiamo al loro destino successivo: mandate nel gulag da Stalin, al loro ritorno in Urss, perché sospette di spionaggio o di tradimento. Le affiliazioni politiche, in particolare quella comunista, contano enormemente in questo contesto, determinando gerarchie interne che, se a volte funzionano come ulteriore momento di oppressione, talvolta invece servono a permettere la conservazione di un’identità forte, in qualche caso perfino di sopravvivere. A partire dall’autunno del 1944, nel campo e nei suoi sottocampi vengono trasferite, nelle terribili marce della morte, le donne di Auschwitz. Fra loro Charlotte Delbo, Liliana Segre, Giuliana Tedeschi e tante altre. Giungono le donne polacche dopo la rivolta di Varsavia, le ebree ungheresi. Fu a quel momento che il campo divenne campo di sterminio. Chiuso il castello di Hartheim, demolite le camere a gas ad Auschwitz e fermati i trasporti, lo sterminio non avviene più trasportando il detenuto altrove e non avviene nemmeno più in base a una reale selezione: l’ordine di Hitler è quello di eliminare tutti, di accelerare il processo di sterminio, di non lasciare testimoni e prove del genocidio. Himmler, colui che dall’inizio ha diretto i campi, tentenna, pensando a una pace separata che non ci sarà. Tuttavia, grazie a un accordo fra il Governo svedese e Himmler, nell’aprile del 1945, a pochi giorni dalla Liberazione, si realizzò una grande opera di salvataggio, l’unica riuscita, condotta dal conte Folke Bernadotte: salvati oltre trentamila prigionieri dei campi, settemila donne portate in salvo da Ravensbrück. I camion bianchi della Croce rossa svedese attesero giorni accanto alle porte che le camere a gas e i crematori finissero il loro lavoro per iniziare i salvataggi, e solo alla fine fu possibile mettere in salvo anche delle donne ebree, che i dirigenti del campo rifiutavano di lasciar andare. Il conte Bernadotte fu ucciso a Gerusalemme nel 1948 dalla banda Stern, gruppo sionista estremista, durante una missione di pace. La storia del campo di Ravensbrück rimescola così la divisione troppo rigida tra campi di concentramento e di sterminio e ci mostra che, alla fine, il destino di morte toccato agli ebrei si sarebbe esteso a tutti i detenuti dell’universo concentrazionario. La Shoah dei non ebrei, potremmo definirla. Il libro è fitto di storie, di donne note e sconosciute. Quelle note, come Margarete Buber Neumann, scampata al gulag di Stalin per essere consegnata ai nazisti, o come Milena Jesenská, la donna amata da Kafka e morta nel campo, sono state oggetto di memorie (è il caso di Buber Neumann in Prigioniera di Stalin e di Hitler). Di quelle ignote, le più numerose, alcune sono state raccolte pazientemente dall’autrice dalla voce delle sopravvissute o delle loro discendenti. Nel libro molto si insiste sull’oblio che avrebbe circondato, fino ad anni recenti, il campo. Certamente, il rilievo del campo femminile di Ravensbrück è stato, nella memoria della Shoah, inferiore alla sua effettiva importanza. Ma libri importanti sono stati scritti su di esso, a cominciare dal Ravensbrück di Germaine Tillon (prefazione di Tzvetan Todorov, Fazi Campo dei fiori, Roma 2012, pagine 364, euro 18) grande etnologa francese, resistente, nel campo dal 1943 fino al 23 aprile 1945, su cui Sarah Helm molto si appoggia, la cui traduzione italiana si avvale della bella introduzione di Tsvetan Todorov. Il libro è stato scritto in tre diverse redazioni: nel 1946, nel 1973, nel 1988. Un libro straordinario, di grande lucidità e rigore. Sia Germaine Tillon che Sarah Helm hanno passato quasi totalmente sotto silenzio le vicende delle prigioniere italiane, che furono certo di numero molto minore delle polacche o delle francesi ma che furono comunque circa un migliaio, quasi tutte politiche tranne quelle che raggiunsero il campo da Auschwitz nelle marce della morte del 1945. Come non ricordare qui gli scritti straordinari di Lidia Beccaria Rolfi, la sua narrazione del campo? E le altre voci raccolte da lei e da Anna Maria Bruzzone in quel libro — anch’esso di rivelazione — che fu nel 1978 Le donne di Ravensbrück? No, l’esclusione del caso italiano resta misteriosa.
L'Osservatore Romano
«C’è chi accusa Israele di una politica genocidaria, cosa che giudico completamente sbagliata — dichiara la storica — ma queste critiche potrebbero trovare un sostegno nella nuova legge». Un punto discusso del dispositivo legislativo riguarda l’accostamento della Shoah ad altri genocidi che vengono definiti in modo generico, come «crimini di guerra» e «crimini contro l’umanità».
(Anna Foa) Dal 1939 al 1945 fu in funzione a Ravensbrück, a un centinaio di chilometri a Nord di Berlino, un campo di concentramento per sole donne. Il campo, che inizialmente conteneva duemila donne, tutte prigioniere politiche tedesche e austriache, arrivò alla fine a contenerne oltre quarantacinquemila. Tranne che in alcuni momenti, in particolare nel periodo finale, le detenute erano in prevalenza politiche, asociali, zingare, donne accusate di avere avuto rapporti con ebrei inquinando la razza. Le ebree non superavano il 10 per cento. A partire dall’autunno 1944, quando le camere a gas di Auschwitz smisero di funzionare, il campo fu dotato di una, forse due, camere a gas e funzionò come campo di sterminio. Nel campo furono detenute anche prigioniere importanti, in genere trattate meglio delle altre in quanto considerate possibili ostaggi, come Gemma La Guardia, la sorella del sindaco di New York, ebrea, e come la nipote del generale De Gaulle, Geneviève. Il numero delle donne che vi perirono oscilla, a seconda degli storici, tra trenta e novantamila. Il numero delle donne che vi furono detenute complessivamente supera i centomila. Vi erano rinchiuse prigioniere di molte nazionalità: quelle dei Paesi occupati dai nazisti, con una prevalenza di russe, per lo più militari dell’Armata Rossa, polacche e francesi. C’erano anche dieci prigioniere inglesi, agenti dei servizi segreti arrestate in Francia. Le donne italiane furono circa mille, per la maggior parte detenute politiche. Ravensbrück fu liberato dall’Armata Rossa il 30 aprile 1945. È una storia terribile e appassionante, questa del campo femminile di Ravensbrück e delle sue detenute, narrata da Sarah Helm in un volume di oltre settecento pagine (Il cielo sopra l’inferno. La drammatica storia vera di Ravensbrück il campo di concentramento nazista per sole donne, Newton Compton, Roma, 2015, pagine 717, euro 12,90). Inglese, giornalista, l’autrice scrive in uno stile narrativo che rende il libro di piacevole lettura nonostante l’oggetto e la mole, pur muovendosi con il rigore di uno storico tra le fonti documentarie e orali, e le numerosissime interviste da lei stessa realizzate. Al cuore del suo interesse, non sono i numeri, ma i nomi. Ciò che la appassiona è restituire la vita a quelle donne, al modo in cui vissero nel campo, o in cui vi morirono, alle infinite storie di forza, eroismo, dolore, morte. A partire dal 1942, nel campo si realizzarono esperimenti medici sulle prigioniere. La maggior parte di queste cavie, un centinaio circa, erano polacche. Nel campo erano chiamate “conigli”. Molte morirono, alcune delle sopravvissute riuscirono a trasmettere in Polonia e poi agli Alleati le notizie dettagliate degli esperimenti e a chiedere aiuto. Senza risultato, come senza effetto fu anche il tentativo di fare recedere dalla sua posizione di non intervento la Croce rossa internazionale. La forte influenza di Ernst Grawitz, presidente della sezione tedesca della Croce rossa, amico di Karl Gebhardt, il direttore medico degli esperimenti di Ravensbrück, impedì ogni intervento fino al 1945. Grawitz si suicidò alla caduta del Reich, Gebhardt, che era anche il medico personale di Himmler, fu imputato nei processi ai medici di Norimberga e impiccato nel 1948. Un ulteriore tassello del coinvolgimento della classe medica nazista nello sterminio. A Ravensbrück, come in tutti i campi nazisti, quelli di concentramento oltre che quelli di sterminio, i bambini non nascevano. Non avevano diritto a nascere e quando nascevano erano subito uccisi. Nel periodo finale del campo, a partire dall’autunno 1944, quando il campo si riempì di prigioniere polacche e danesi e ungheresi (in questo caso, soprattutto ebree), molte donne arrivarono là già incinte. Fu loro consentito partorire, ma questi bambini furono lasciati morire di fame e di sete. Le donne lavoravano nelle sartorie create nel campo e negli stabilimenti della Siemens attigui al campo, come schiave. Chi non era più in grado di lavorare veniva selezionato per i “trasporti neri”, diretti alle camere a gas di Auschwitz o a quella del castello austriaco di Hartheim, che era stato uno dei luoghi dell’eliminazione dei disabili durante l’operazione t4, e che continuava ora a funzionare come luogo di eliminazione dei prigionieri dei campi. I trasporti neri a Ravensbrück cominciarono già a partire dal 1941. Sul ruolo della Siemens in questa vicenda di schiavitù e morte nessuno ha fatto chiarezza nel dopoguerra, nessuno ha pagato. La storia di Ravensbrück è anche una risposta chiara alla domanda che da qualche decennio la storiografia si è posta, quella se esistesse nella Shoah una differenza di genere, se la sorte di uomini e donne fosse sotto qualche aspetto diversa. La risposta più ovvia è quella del prevalere, nel campo, dell’interesse dei carnefici per il corpo femminile. In alcuni casi, anche se non in quello delle ebree considerate impure, ci fu un interesse sessuale, che diede vita alla selezione forzata delle detenute per i bordelli; ma soprattutto interesse per le funzioni del corpo femminile, per la maternità, che dava vita agli esperimenti, alle sterilizzazioni forzate di donne e bambine, al balletto diabolico sulla vita e la morte dei neonati. Ma la specificità non è solo qui. Due sono gli altri aspetti che emergono in questo gigantesco intreccio di storie, vite, volti: da una parte, la solidarietà femminile, i legami, gli affetti, i tentativi di sottrarre le compagne alla camera a gas. Infiniti ne sono gli esempi, nei racconti fatti dalle donne sopravvissute. Non a caso, il monumento simbolo di Ravensbrück, che si erge nel campo, è quello di una donna che regge un’altra donna, Tragende. Dall’altra, il coraggio. Perché queste donne sanno anche reagire, pur in questa situazione terribile: rifiutano, nonostante le minacce di morte, di lavorare per l’industria bellica tedesca, e tengono in mille casi alta la testa di fronte ai loro assassini. Straordinario è l’esempio delle donne dell’Armata Rossa, fiere e coraggiose, tanto più straordinarie se pensiamo al loro destino successivo: mandate nel gulag da Stalin, al loro ritorno in Urss, perché sospette di spionaggio o di tradimento. Le affiliazioni politiche, in particolare quella comunista, contano enormemente in questo contesto, determinando gerarchie interne che, se a volte funzionano come ulteriore momento di oppressione, talvolta invece servono a permettere la conservazione di un’identità forte, in qualche caso perfino di sopravvivere. A partire dall’autunno del 1944, nel campo e nei suoi sottocampi vengono trasferite, nelle terribili marce della morte, le donne di Auschwitz. Fra loro Charlotte Delbo, Liliana Segre, Giuliana Tedeschi e tante altre. Giungono le donne polacche dopo la rivolta di Varsavia, le ebree ungheresi. Fu a quel momento che il campo divenne campo di sterminio. Chiuso il castello di Hartheim, demolite le camere a gas ad Auschwitz e fermati i trasporti, lo sterminio non avviene più trasportando il detenuto altrove e non avviene nemmeno più in base a una reale selezione: l’ordine di Hitler è quello di eliminare tutti, di accelerare il processo di sterminio, di non lasciare testimoni e prove del genocidio. Himmler, colui che dall’inizio ha diretto i campi, tentenna, pensando a una pace separata che non ci sarà. Tuttavia, grazie a un accordo fra il Governo svedese e Himmler, nell’aprile del 1945, a pochi giorni dalla Liberazione, si realizzò una grande opera di salvataggio, l’unica riuscita, condotta dal conte Folke Bernadotte: salvati oltre trentamila prigionieri dei campi, settemila donne portate in salvo da Ravensbrück. I camion bianchi della Croce rossa svedese attesero giorni accanto alle porte che le camere a gas e i crematori finissero il loro lavoro per iniziare i salvataggi, e solo alla fine fu possibile mettere in salvo anche delle donne ebree, che i dirigenti del campo rifiutavano di lasciar andare. Il conte Bernadotte fu ucciso a Gerusalemme nel 1948 dalla banda Stern, gruppo sionista estremista, durante una missione di pace. La storia del campo di Ravensbrück rimescola così la divisione troppo rigida tra campi di concentramento e di sterminio e ci mostra che, alla fine, il destino di morte toccato agli ebrei si sarebbe esteso a tutti i detenuti dell’universo concentrazionario. La Shoah dei non ebrei, potremmo definirla. Il libro è fitto di storie, di donne note e sconosciute. Quelle note, come Margarete Buber Neumann, scampata al gulag di Stalin per essere consegnata ai nazisti, o come Milena Jesenská, la donna amata da Kafka e morta nel campo, sono state oggetto di memorie (è il caso di Buber Neumann in Prigioniera di Stalin e di Hitler). Di quelle ignote, le più numerose, alcune sono state raccolte pazientemente dall’autrice dalla voce delle sopravvissute o delle loro discendenti. Nel libro molto si insiste sull’oblio che avrebbe circondato, fino ad anni recenti, il campo. Certamente, il rilievo del campo femminile di Ravensbrück è stato, nella memoria della Shoah, inferiore alla sua effettiva importanza. Ma libri importanti sono stati scritti su di esso, a cominciare dal Ravensbrück di Germaine Tillon (prefazione di Tzvetan Todorov, Fazi Campo dei fiori, Roma 2012, pagine 364, euro 18) grande etnologa francese, resistente, nel campo dal 1943 fino al 23 aprile 1945, su cui Sarah Helm molto si appoggia, la cui traduzione italiana si avvale della bella introduzione di Tsvetan Todorov. Il libro è stato scritto in tre diverse redazioni: nel 1946, nel 1973, nel 1988. Un libro straordinario, di grande lucidità e rigore. Sia Germaine Tillon che Sarah Helm hanno passato quasi totalmente sotto silenzio le vicende delle prigioniere italiane, che furono certo di numero molto minore delle polacche o delle francesi ma che furono comunque circa un migliaio, quasi tutte politiche tranne quelle che raggiunsero il campo da Auschwitz nelle marce della morte del 1945. Come non ricordare qui gli scritti straordinari di Lidia Beccaria Rolfi, la sua narrazione del campo? E le altre voci raccolte da lei e da Anna Maria Bruzzone in quel libro — anch’esso di rivelazione — che fu nel 1978 Le donne di Ravensbrück? No, l’esclusione del caso italiano resta misteriosa.
L'Osservatore Romano