lunedì 20 gennaio 2014

Con i piedi per terra e le mani sporche





Papa Francesco a colloquio con i giovani della comunità. 

Un progetto missionario per i giovani tra i 16 e i 30 anni, in cui preti, suore e laici lavorano insieme per crescere nella fede ed educare le coscienze all’apertura verso i bisogni dell’umanità. È «l’esperienza di risurrezione per i giovani del mondo» avviata cinque anni fa nella parrocchia del Sacro Cuore. Prima di lasciare Castro Pretorio, il Papa ha voluto conoscere meglio questa realtà trascorrendo oltre quaranta minuti con i protagonisti. Apertosi con il canto Jesus Christ you are my life, l’incontro è stato introdotto dal vicario parrocchiale don Salvatore Pollicino, da suor Maria José, delle missionarie di Cristo Risorto, e da due giovani volontari — Francesca e Paolo — che hanno parlato delle motivazioni che li spingono a essere «missionari con i piedi per terra e gli occhi rivolti al cielo». Quindi altri loro coetanei hanno sottoposto otto interrogativi al Pontefice. Il quale ha intessuto con loro un dialogo, alternando suggerimenti spirituali e pratici a confidenze personali.
Come vincere la tentazione di abbandonare la speranza? Alla prima domanda il vescovo di Roma ha risposto che purtroppo «la delusione è nei negozi dei saldi» e che nel cammino della vita è facile trovare «un albergo bello» in cui rimanere «tutta la vita», senza camminare più. «Quante persone rimangono a metà strada», ha constatato. Tanto che si trovano «persone di 40, 50 anni che hanno il cuore più preparato per un funerale che per una festa». Ma — ha rassicurato — la speranza è una cosa bella, perché non delude. Bisogna allora «scommettere su grandi ideali e avere sempre desiderio. Un giovane, una giovane che non desidera, mai allarga il cuore. E oggi la società ha bisogno di persone con il cuore largo, grande».
A un giovane che gli chiedeva come fosse nato il suo amore per Dio, ha confidato di sentirsi «un po’ un disgraziato in questo». Perché a suo giudizio non ama «Dio come lui dev’essere amato: io amo Dio come posso, ma sono sicuro che lui mi ama di più, ama me, e questo mi fa piacere», ha aggiunto. Da qui l’invito a lasciarsi «amare da lui, a non chiudere le porte», neanche quando si è stanchi e non si ha voglia di ascoltare i problemi degli altri.
Quanto alla sua vocazione personale, ha ricordato la scintilla scoccata a 17 anni, sottolineando che comunque il cuore di ognuno «è una strada dove passa di tutto», per cui è importante cercare di capire quando ci imbattiamo nelle cose importanti. Quindi, sul tema della riforma della Chiesa, ha invitato i giovani a “fare chiasso” e a muoversi, evitando comportamenti troppo rigidi. In proposito ha raccontato di essere stato invitato una volta a tenere una conferenza «a un gruppo di giovani che volevano rinnovare la Chiesa: erano tutti seri... Poi, nella messa, tutti con le mani incollate, rigidi... Ma io ho pensato a un certo momento che avevo davanti a me delle statue, e non delle persone. E questi dicevano: “Si deve fare questo...”. Avevano la ricetta. Poverini, tutti sono finiti male. Per questo, prendere le cose con serietà non significa giocare alla serietà. Significa gioia, preghiera, cercare il Signore, leggere la Parola di Dio, fare festa... Questa è la serietà cristiana. Un giovane che non sorride, che non fa un po’ di rumore, è invecchiato troppo presto».
Alla successiva richiesta di un consiglio per scoprire la volontà di Dio nella vita di ogni giorno, Papa Francesco ha invitato a non restare chiusi nell’egoismo ma ad aprirsi, anche rischiando qualche caduta. Perché è meglio una Chiesa “incidentata” che una Chiesa “malata” per chiusura.
Il Pontefice ha poi spiegato cosa significhi per il cristiano andare controcorrente: «Oggi le proposte che fanno sono nate dal consumismo, dall’edonismo», ma «se io voglio vivere il Vangelo, andare dai poveri, aiutare il prossimo, questo è andare controcorrente».
Infine, a chi chiedeva come riaprire un cuore chiuso per le ferite ricevute e per le esperienze vissute, ha rammentato l’immagine della Chiesa come “ospedale da campo” e proposto una ricetta. «Ci sono — ha detto — ferite nascoste. Non abbiate paura di dare un nome alle ferite, e questo si fa con il dialogo», con qualcuno che possa aiutare, che possa insegnare a «dare nomi alle ferite, ai lividi», perché «le ferite si guariscono con chiarezza, con tenerezza e lasciandosi amare. Questa è la strada. E così io posso amare e cercare un altro che sia più ferito di me». Del resto, ha concluso, bisogna “sporcarsi le mani”. Infatti, «chi è sempre pulito è perché non cammina». Mentre «chi cammina si sporca: o fisicamente o spiritualmente si sporca». Ma non c’è da aver paura, perché «il Signore ci pulisce tutti».
L'Osservatore Romano

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Papa Francesco nella parrocchia romana Sacro Cuore di Gesù. Scene di un pomeriggio di festa

(Gianluca Biccini)
Il parroco imbraccia la chitarra e intona Piazza grande di Lucio Dalla, insieme a un gruppo di senzadimora. I ragazzi dell’oratorio nel cortile innalzano uno striscione su cui c’è scritto Bella Fra’! per dirgli il loro affetto con un’espressione tipica del gergo giovanile.
Papa Francesco ai rifugiati racconta delle lamentele di san Pietro col Signore «perché la croce che portava era troppo pesante», ma poi si fa serio per invitare all’accoglienza e alla condivisione. Scene di un pomeriggio di festa nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, dove il vescovo di Roma si è recato domenica 19 gennaio.
È giunto intorno alle 16, accolto da tantissimi fedeli che non si sono lasciati scoraggiare dalla pioggia e hanno gremito la strada antistante l’ingresso di via Marsala, il cortile del centro Don Bosco — cuore pulsante della comunità — e la basilica costruita dal fondatore dei salesiani. Tutti, grazie anche ai maxischermi dislocati nel grande complesso parrocchiale, hanno potuto seguire ogni momento della visita pastorale.
Hanno dato il benvenuto al Pontefice, su un palchetto allestito all’aperto, il parroco e quattro ragazzini del catechismo: Kevin, Michael, Mumbere e Giovanni. «Un mare di gente — ha detto don Valerio Baresi presentando le attese dei fedeli e dei confratelli — ha affermato di appartenere al Sacro Cuore. La sua visita ha fatto moltiplicare il numero dei parrocchiani e delle nostre vocazioni. Da parte nostra desideriamo che questa gioia non appartenga solo a noi, ma vogliamo condividerla con tutti». A cominciare proprio dai quattro ragazzini che hanno salutato il Papa per primi: «Vogliamo ringraziare Gesù: lei è un uomo fantastico, altruista e semplice, che aiuta la nostra fede a crescere» gli hanno detto, invocandone la preghiera per le famiglie del quartiere, per le Filippine colpite dal tifone Haiyan e per i Paesi in guerra, in particolare per la Repubblica democratica del Congo.
Sorridente, il vescovo di Roma ha risposto prendendo spunto dal maltempo. «Buon pomeriggio a tutti e grazie del calore dell’accoglienza... Anche dell’acqua benedetta che viene... Che il Signore ci benedica tutti, anche con quest’acqua». E proprio mentre parlava sono spuntati alcuni raggi di sole ed è apparso l’arcobaleno. «Vorrei rimanere qui alcune ore — ha promesso — per celebrare l’Eucaristia e lodare il Signore per le tante cose buone che fa nella sua Chiesa, e chiedergli che ci aiuti per andare avanti». Una promessa mantenuta: ha trascorso quasi quattro ore al Sacro Cuore, in un’atmosfera familiare, durante le quali ha voluto incontrare ogni singola realtà di questa comunità attiva in tanti campi, soprattutto nell’accoglienza di quelle periferie esistenziali a lui tanto care. Un canto in spagnolo durante la messa, il mate offertogli più volte e l’immagine collocata nel presbiterio della Virgen de Luján, patrona dell’Argentina, sono state alcune piccole testimonianze del calore con cui i parrocchiani hanno voluto stringersi accanto al Santo Padre.
Particolarmente festoso il clima nella saletta dov’erano una quarantina di senzatetto e una ventina di volontari che se ne prendono cura. Al suono della fisarmonica, col ritmo scandito dal battito delle mani, qualcuno ha anche accennato a passi di danza. Per questi clochard che trascorrono le loro giornate tra la stazione Termini e le strade adiacenti la parrocchia ha attivato il servizio Piazza grande. Ispirata alla nota canzone — che il parroco non ha esitato a intonare, subito seguito dai presenti — l’iniziativa propone momenti di gioia e di fraternità. Lo hanno spiegato a Papa Bergoglio due anziani, un uomo e una donna, che hanno voluto lasciare in dono una fotografia con le firme di tutti. Alle loro voci si è unita quella di Raffaele, che ha raccontato la sua storia di dolore lenito dall’incontro con i volontari della Banca dei talenti, giovani della parrocchia che il venerdì sera escono nelle strade per distribuire panini e tè caldo. E per il vescovo di Roma la richiesta di pregare insieme «perché il Signore ci dia coraggio e forza per ricominciare anche quando siamo troppo stanchi».
Da parte sua Papa Francesco ha esortato ad avere speranza, perché nella vita oltre ai momenti difficili ci sono «cose belle, come l’amicizia e come l’attesa di un bambino» ha detto indicando Salvatore e Luana, una coppia di volontari che aspettano un figlio. «Io so — ha spiegato — che tanti di voi hanno motivi per non essere gioiosi. Ma qui ho trovato gioia, perché c’è l’amicizia, c’è la vicinanza di tanti fratelli e sorelle, c’è Gesù. Dove c’è l’amicizia, la vicinanza, la fraternità, la pace: è Gesù». Infine ha invitato a non perdere la speranza, nemmeno quando la notte sembra più buia. Perché proprio in quel momento «incomincia l’aurora. E quando la notte è più scura, è perché il Signore, il sole di giustizia, si avvicina».
Oltre mezz’ora è durato il successivo incontro: quello con un’ottantina di rifugiati, scelti tra i quattrocento che qui ricevono aiuto e assistenza. Alcuni vestiti con gli abiti tradizionali dei loro Paesi, i migranti accolti al Sacro Cuore avevano volti giovani: sono arrivati passando per Lampedusa, qualcuno ha attraversato a piedi il deserto. Con loro una quarantina di volontari, coordinati da suor Mariana, religiosa argentina delle missionarie di Cristo Risorto, che ha presentato al Pontefice il progetto pastorale portato avanti dalla parrocchia in collaborazione con la sua comunità religiosa, con tanti studenti del territorio e con il vicino Centro Astalli. Accoglienza certo, ma anche percorsi di crescita nella fede e dialogo tra le religioni. Ne è nato una sorta di colloquio a più voci, apertosi con la testimonianza di Sami, il quale ha raccontato di essere arrivato dall’Etiopia nel 2007 e di aver trovato casa tra queste mura. L’uomo ha domandato al Papa come possono incontrarsi musulmani e cristiani. Daniela, a nome dei volontari, ha domandato invece quali sono la fame e la sete più diffuse oggi nel mondo. E la risposta del Pontefice è stata un appello alla condivisione dei bisogni materiali e spirituali, anche tra persone di religioni differenti. «Io — ha confidato — mi sento a casa tra voi. Perché uno può andare a fare una visita e sentire tutto educato, tutto con il protocollo, ma non c’è il calore»; mentre «tra voi ho trovato il calore dell’accoglienza, come in una famiglia». Poi ha accennato alle sofferenze delle persone, spiegando che anche il Papa soffre, perché è un uomo come gli altri. E ha stigmatizzato il comportamento di chi tende a piangersi addosso, raccontando la storia di san Pietro che si lamenta con il Signore perché la sua croce pesava troppo. Allora Dio per accontentarlo lo porta in una sala con tante croci e lo invita a sceglierne una. E quando, dopo diversi tentativi, l’apostolo si decide a prenderne una, il Signore gli fa notare che quella è proprio la sua croce.
A dimostrare ulteriormente la vitalità della parrocchia anche i tanti bambini battezzati negli ultimi mesi. Con loro, ma anche con i genitori, gli sposi novelli e le famiglie giovani, il Pontefice si è soffermato uscendo di nuovo nel cortile. Poi, dopo aver salutato giornalisti, cameramen, fotografi e un gruppo di filippini, è entrato in sagrestia, dove ha confessato un piccolo gruppo di fedeli, tra i quali un rifugiato, un senzadimora, una suora delle Figlie di Maria Ausiliatrice e due ragazzi.
Al termine dell’Eucaristia, il parroco ha rinnovato il suo ringraziamento. «Vogliamo continuare — ha assicurato al Papa — a essere chiesa missionaria, essere porto di terra per chiunque abbia bisogno di approdo, di ristoro e di perdono». Perché «nel cuore di Gesù» tutti possano sperimentare «la gioia di un abbraccio misericordioso e paterno nella periferia di Roma centro».
Dopo aver impartito la benedizione conclusiva, prima di uscire dalla basilica, Papa Francesco si è intrattenuto con i malati e i disabili seduti in carrozzella nelle prime file. Infine, dopo aver lasciato in dono un calice al parroco, in una sala attigua ha incontrato la numerosa famiglia religiosa dei salesiani con le quattro missionarie di Cristo risorto attive nella comunità. Nella circostanza ha posato per una foto ricordo con quelli che si chiamano Mario, nel giorno in cui la Chiesa celebrava la festa liturgica del santo martire.
L'Osservatore Romano