Parlano i discendenti dei perseguitati in Giappone.
(Cristina martini Grimaldi) Nel 1587 a Imamura, un piccolo villaggio a un’ora di treno da Fukuoka, c’erano 7.000 cristiani. Il daimyo era solito invitare i missionari come Fransisco Baez sul territorio a convertire la popolazione. È solo in seguito alla rivolta di Shimabara del 1637 che il governo locale vincitore costrinse tutti a registrarsi presso il tempio buddista. Quindi seguirono le persecuzioni condotte anche attraverso le delazioni. Venivano affisse per le strade delle targhe di legno (visibili ancora oggi in diversi musei in tutto il Giappone) con su scritta la ricompensa in argento per ogni prete, missionario o cristiano nascosto denunciato alle autorità.
Il 26 febbraio del 1867, oltre duecento anni dopo l’inizio delle persecuzioni, quattro cattolici di Urakami (Nagasaki) — ma c’è chi dice fossero due catechisti — vennero qui e con grande stupore trovarono moltissimi cristiani nascosti. Dodici anni dopo, nel 1879, un missionario francese divenne il primo parroco di Imamura: dopo oltre due secoli un parroco ordinato tornava ad amministrare i sacramenti nel piccolo villaggio. La prima chiesa venne costruita in legno nel 1881, e trent’anni dopo, sopra questa, venne costruita nel 1913 l’attuale chiesa.E proprio nella chiesa di Imamura incontriamo gli eredi dei kakure kirishitan assieme al parroco della parrocchia. Ci sediamo attorno un tavolo nella canonica bevendo del the freddo in bottiglia.
«Il primo dicembre di quest’anno la chiesa compie cento anni!», mi dice sorridendo padre Joseph. «In molti vengono qui a visitarla. Non per le storie di persecuzioni — continua il parroco — o per vedere i luoghi dove si nascondevano i kakure kirishitan, ma solo per la bellezza dell’edificio. Anche cinquecento persone al mese, tantissime se consideri che siamo nel mezzo di una campagna a più di un’ora da un grande centro abitato. E vengono da tutto il Giappone. La chiesa è un modello architettonico raro nel kyushu, ce ne sono pochi del genere. I mattoni rossi usati per la costruzione sono un’attrazione in sé».
Ottantacinque anni l’uno, ottantatré l’altro. Hitotsugu Hitoshi e Aoki Yasuo sono nipoti di cristiani battezzati in segreto. Hitotsugu prende subito la parola.
«Non si sa perché i cristiani si siano nascosti qui nel mezzo della campagna dove non c’è modo di potersi nascondere. C’è chi ha fatto delle ricerche ma nessuno è riuscito a trovare una risposta ragionevole». Hitotsugu si esprime in un giapponese con un forte accento locale, quasi incomprensibile perfino alla nostra interprete. Il parroco deve tradurre a sua volta in un giapponese corrente.
«Ci sono 1.000 cristiani oggi nell’area di Imamura, su un totale di 15.000 persone, quasi il 7 per cento. In tutto il Giappone i cattolici sono lo 0,3 per cento. E qui vivono tutti su un lembo di terra piccolissimo. I nuclei sono concentrati in poche aree distinte, in questo caso sono tutte le case che vedi intorno alla chiesa. La grande maggioranza sono eredi diretti dei kakure kirishitan. Al tempo del mio bisnonno c’era la regola che se uno moriva doveva avere una cerimonia esclusivamente buddista, pena la prigione, a cui seguivano torture atroci. Allora i cristiani nascosti celebravano segretamente i funerali con rito cristiano immediatamente prima che cominciasse la cerimonia buddista. Quando il mio bisnonno morì, mio nonno fu trovato a celebrare una cerimonia cristiana e fu imprigionato per questo. Diventò pazzo in prigione in seguito alle torture, morì senza più riaversi da quell’esperienza».
Furono ambedue battezzati di nascosto?
Mio nonno fu battezzato dai missionari francesi di nascosto in casa, e il mio bisnonno, anche lui è stato battezzato di nascosto in casa, non dai missionari bensì dal mizukata. Mizu in giapponese significa acqua. Il mizukata non era un sacerdote ordinato, ma un laico, ovvero colui che tra i kakure kirishitan era incaricato dei battesimi.
Ricorda ancora qualche parola che suo nonno pronunciava durante quei riti nascosti?
Mi ricordo la parola paraiso e ricordo bene la parola oratio, erano le preghiere che si passavano oralmente di generazione in generazione. La notte, ricordo, pregavano in casa nelle soffitte. C’era un muro con la statua di budda e dietro quella l’immagine di una croce.
Vi sentivate discriminati?
I buddisti e i cristiani erano in competizione. Avevamo degli amici buddisti ma non andavamo alle loro cerimonie funebri, la comunità degli eredi dei cristiani nascosti era molto chiusa mentalmente, non poteva essere altrimenti dopo oltre due secoli e mezzo di forzata “clausura”. Non volevano ripetere quelle ritualità buddiste. C’era ancora la percezione che qualcosa ci venisse imposto. È solo dopo la seconda guerra mondiale che le cose sono cominciate a cambiare, per cui ben oltre settant’anni dopo la fine ufficiale del divieto di professare la fede cristiana.
Durante la seconda guerra mondiale era un dovere per i soldati andare a pregare in un santuario shinto. Suo padre, a quel tempo, doveva avere l’età per essere arruolato, cosa sa in merito?
Sì, mio padre entrò nell’esercito e i miei nonni erano terribilmente preoccupati che il figlio potesse pregare in un santuario shinto. Gli eredi dei kakure kirishitan temevano che ne sarebbero derivate terribili sciagure se qualcuno avesse osato compiere gesti blasfemi. Ma i soldati non avevano scelta, dovevano andare al santuario, per cui nella comunità cristiana, coloro che partivano per la guerra venivano guardati con sospetto. In qualche modo tutta la comunità riviveva quell’esperienza di persecuzione, quando venivano costretti a calpestare le immagini sacre.
In questa chiesa, sotterrati, ci sono i resti del più famoso martire di Imamura. Juan Mataemon. Eppure non c’è una lapide che lo ricordi.
Qui c’era un campo di canne di bambù ed è lì che Juan venne seppellito. La leggenda vuole che dove fu seppellito non crebbe alcun bambù. Sopra quel luogo venne poi edificata la chiesa di Imamura. Ma lui in realtà venne ucciso poco lontano da qui. Venne impiccato.
Andiamo dunque sul luogo dell’impiccagione. A 83 anni Aoki guida ancora l’auto. Dopo dieci minuti raggiungiamo un piccolo raggruppamento di case. «Le famiglie qui hanno tutte una storia pluricentenaria, dai tempi dei primi missionari» dice Aoki mentra parcheggiamo l’auto nel mezzo della strada sterrata.
Di fronte a noi c’è un bivio e nel mezzo un tavolo in marmo nero dietro il quale sta un muro di mattoncini bianchi e sopra una croce in marmo grigio. Juan era il più talentuoso dei samurai di un daimyo del nord. Venne cacciato perché cristiano e si trasferì qui, dove cominciò una predicazione spontanea che avvicinò molti al cristianesimo. Venne arrestato e torturato, quindi crocefisso. Solo nel 1987 in onore al suo martirio fu costruito questo monumento.
«Fu crocifisso da solo. Perché fosse da esempio per tutti gli abitanti del villaggio» ci dice Hitotsugu. «Fino a un paio d’anni fa gli abitanti di questo piccolo centro celebravano anche una cerimonia una volta l’anno, ma ormai non più. Forse perché ci sono sempre meno persone. È un peccato che il ricordo si stia affievolendo. Molti giovani si sono trasferiti in città. Siamo solo vecchi qui ormai» aggiunge con un certo malinconico fatalismo Hitotsugu.
«Il corpo di Juan da qui venne portato nella chiesa di Imamura. Mio nonno mi disse che secondo la leggenda il cielo divenne scuro quel giorno e ci furono tuoni e fulmini». Ma Hitotsugu parla con un leggero sorriso tra le labbra, come se ormai quella leggenda, come tutta la storia dei kakure kirishitan di Imamura, fosse talmente consunta dal tempo che per non dissolversi del tutto, fosse costretta ad adottare perfino il più oleografico degli indizi di santità.