I religiosi e il voto di povertà.
Una storia di fede. «La vita consacrata come storia di fede» è il titolo dell’articolo che il maestro emerito dell’ordine domenicano ha firmato per «Omnis Terra», mensile del Segretariato Internazionale della Pontificia Unione Missionaria. Ne pubblichiamo un estratto dedicato a «L’attrattiva della bellezza».
(Timothy Radcliffe) Uno dei racconti elaborati dalla moderna immaginazione è quello della ricchezza, ovvero del diventare ricchi. Questa è la meno seducente delle tre narrazioni che mi accingo a prendere in considerazione, ma è anche quella in cui noi religiosi manchiamo più radicalmente al momento di porla in discussione. Una volta mi recai a confessare in una scuola a Berkley, California.Mi fu detto che alcuni dei ragazzi non erano cattolici, ma che forse sarebbero venuti da me per ricevere la benedizione. Quando uno di questi bambini mi lasciò io gli dissi: «Recita una preghiera per me», egli immediatamente si voltò e disse: «Caro Dio, per favore, concedi a padre Timothy molti danari, una grande casa e una macchina lussuosa». Ecco il sogno di molta gente.
Belinda Lipscomb e Melvin Gentry scrissero una canzone dal titolo: «I wanna be rich» (Voglio diventare ricco): «Voglio danaro, sempre più danaro / desidero un castello nel cielo / Voglio danaro sempre più danaro / Ma non chiedermi perché». Non domandare perché, in quanto il danaro è per molti un fine in se stesso. È divenuto la maniera indiscutibile attraverso la quale noi vediamo il mondo, la metafora fondamentale di ogni valore. Tutto è “monetarizzato” e tutte le relazioni sono divenute commerciali. L’arcivescovo di Canterbury ha scritto: «Il linguaggio del consumatore e del produttore ha praticamente penetrato tutti i campi della nostra vita sociale, anche quello della educazione e della sanità e noi dimentichiamo che è una metafora chiamare consumatore uno studente, un paziente, o un viaggiatore?». Le università producono la conoscenza.
Karl Polanyi ha descritto come gradualmente, a partire dal XVI secolo, tutto si sia andato trasformando in beni di consumo fondamentali. I nostri antenati europei non avrebbero mai potuto immaginare che ai nostri giorni si sarebbero potuti possedere la terra o l’acqua. Si può possedere il loro uso, ma mai in modo assoluto, perché la terra appartiene al Signore. Essa è stata affidata alla nostra cura. Ma ora tutto è in vendita. Perfino i genitori pagano i figli perché contribuiscano alla vita della famiglia. I poveri vendono la loro prole e l’industria del sesso sfrutta il corpo delle persone.
Il danaro stesso si è staccato dalla realtà. Il danaro vende e compra danaro. Ha in gran parte cessato di avere una qualunque relazione con le cose reali come la terra, il cibo, le abitazioni e le belle cose. Philip Blond ha scritto: «Dal momento in cui il commercio commercia con se stesso, esso si separa completamente dalla economia reale». Il danaro fa come il re Mida, che trasformava in oro tutto quel che toccava, e così moriamo di fame.
Il nostro voto di povertà interpella questo mondo fantastico. Esso dovrebbe liberarci dalla sua seduzione. Ogni volta che ho incontrato dei religiosi che vivono una vita semplice confidando nella liberalità di Dio, ho potuto constatare come essi fossero felici e liberi; vivevano nel mondo reale dove le cose devono essere considerate e apprezzate per quello che sono e non per quello che valgono. Essi hanno l’immensa ricchezza di poter godere e di potersi servire di tutto senza la necessità di possedere. Il maestro Eckart, domenicano tedesco del secolo XIV, disse che se «l’unica preghiera che io abbia mai fatto... fu grazie, è sufficiente». Il voto di povertà dovrebbe significare che incarniamo la gratitudine, confidando nel Signore che è il datore di ogni bene. Questo impegno nei confronti della povertà ci pone anche in contatto con la sfida più urgente del nostro tempo: la crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri, che sta lacerando sempre più la società. Una grande indignazione è esplosa ed è dilagata in tutto il mondo per gli scandalosi profitti dei banchieri, dando luogo a violenti tumulti. Scott Fitzgerald ha scritto: «Permettetemi di parlarvi delle persone molto ricche. Esse sono diverse da voi e da me». Vi è un disprezzo crescente per i poveri. Owen Jones ha asserito in un suo libro recente che i membri delle classi lavoratrici «sono demonizzati dalla stampa sensazionalista e le trasmissioni televisive popolari li presentano come tossicomani incapaci di assicurare il benessere, che bevono troppo, fumano troppo, mangiano troppo, procreano troppo e sono cattivi genitori. Sono diventati il bersaglio regolare nel teatro mediatico della crudeltà». Si considerano i poveri pericolosi, da rinchiudere o da rendere invisibili. Per questo, tale voto, che sembra tanto estraneo ai nostri contemporanei, ci aiuta a restare in contatto con la maggiore sfida del nostro tempo, la disintegrazione sociale.
Al sinodo sulla vita religiosa nel 1993, il cardinale Etchegaray ci chiese di abbracciare una vita povera. Questa sfida è fondamentale per la ripresa della vita religiosa. Un membro di un altro ordine religioso mi disse che i suoi confratelli facevano solo un voto, il voto di una vita agiata e confortevole. Molti entrano nelle nostre congregazioni non per abbracciare “Madonna povertà”, ma per trovare una ricchezza e una sicurezza relative. Se potessimo trovare di nuovo un qualche indizio della follia dei santi, quali Francesco e Domenico, e il loro amore per la semplicità, allora la gente certamente correrebbe in massa a unirsi a noi.
Nel libro Des hommes et des dieux intravediamo questa vita semplice e gioiosa: questi monaci che non possiedono praticamente nulla e condividono la loro vita con quella degli abitanti musulmani dei villaggi, che sono quasi ugualmente poveri. I monaci sopravvivono coltivando la loro terra e vendendo il loro miele, abitando in un monastero costruito rozzamente senza alcun lusso. L’anziano fratello Luca produce delle bottiglie di vino, poiché essi mangiano e bevono, senza curarsi della morte, nella gioia e nel dolore, confrontandosi con il loro più profondo impoverimento, la perdita della loro vita. All’inizio di quest’anno visitai la stanza di Christian de Chergé all’Istituto Cattolico di Parigi dove egli aveva studiato. Lessi sulle pareti il suo ultimo testamento da leggersi dopo la sua morte. Un testamento che è pieno della gioia e della gratitudine di un povero monaco: «Se arriverà un giorno — e potrebbe essere oggi — che io cada vittima del terrorismo, che ora sembra voler inglobare tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita è stata donata a Dio e a questo Paese, e accettassero che il Maestro unico di ogni vita non è stato estraneo a questa partenza brutale. Per questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta interamente per questa gioia e malgrado tutto. E anche tu, amico mio dell’ultima ora — si riferisce alla persona che lo ucciderà — che non saprai quel che stai facendo, sì, anche per te io dico questo: “Grazie” e questo “A Dio” affidando te a questo Dio nel cui volto io vedo il tuo. E ci sia concesso di ritrovarci, felici “buoni ladroni”, in Paradiso, se piacerà a Dio, Padre nostro di entrambi. Amen. Inshallah».