sabato 18 gennaio 2014

Settimana per l'unità: le altre Chiese sono "dono dello Spirito"



"Le Chiese devono riconoscersi come il luogo attraverso cui l'atto di fiducia, speranza, amore di Dio vero l'umanità e verso il povero mondo deve farsi storia e concretezza. In questo cammino comune le Chiese, oserei dire, sono già unite". P. Giancarlo Bruni, fratello della Comunità di Bose e docente di ecumenismo alla Pontificia facoltà teologica Marianum, riflette sul magistero ecumenico di Papa Francesco, all'apertura della Settimana di preghiera per l'unità. "E' molto interessante la lettura degli altri, delle altre Chiese, data dal Papa nella Evangelii Gaudium", spiega p. Bruni. "Non basta essere informati gli uni degli altri, ma bisogna leggere le altre Chiese, quella riformata e quella ortodossa, come evento dello Spirito, come Chiese orientate dallo Spirito. Ancora, come dono dello Spirito alle altre Chiese. Un dono per il quale bisogna ringraziare il Signore e con il quale bisogna camminare insieme, con lo spirito di agape, per testimoniare la passione di Dio per il mondo. E così si sciolgono più facilmente anche gli eventuali nodi del dialogo ecumenico". A questo proposito al n. 246 della Evangelii Gaudium, Papa Francesco scrive che 'nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più su collegialità episcopale e sinodalità'. "Nell'ambiente latino - spiega mons. Ioannis Spiteris, arcivescovo di Corfù e membro della Commissione mista teologica per il dialogo cattolica-ortodossa - la sinodalità ha avuto difficoltà ad emergere perché nel secondo millennio ha prevalso un modello di Chiesa strutturale, basato sul primato del vescovo di Roma inteso come monarchia di Pietro. Nel contesto cristiano queste espressioni di ordine politico non devono però esistere. Il dialogo con gli ortodossi ha permesso a noi cattolici non di scoprire la sinodalità, che è dentro la struttura della Chiesa, ma di prenderla sul serio e di viverla attraverso istituzioni che ci consentono di armonizzarla con il primato del Papa". "La strada è però ancora lunga. Non è facile ma troveremo un modo, perché sia il Papa che i vescovi lo vogliono. Il primato dovrebbe convivere con un organo sinodale permanente, che attui una sinodalità attiva ed efficace in via ordinaria, anche al di là delle assemblee sinodali occasionali. Il tema degli ultimi incontri della Commissione mista è proprio questo", spiega mons. Spiteris. "E abbiamo preparato un testo che deve essere approvato dalla Commissione nel suo insieme nella riunione che si terrà dal 15 al 23 settembre di quest'anno a Novi Sad, in Serbia. Speriamo di raggiungere un testo che sia accettato anche dalle chiese ortodosse, non sarà facile".

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Cristo non può essere diviso!
In occasione della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani un video realizzato durantre il XXI convegno internazionale di Spiritualità ortodossa
Il contenuto video sul Convegno e le interviste ai suoi partecipanti è a partire da 20:20. Vai al video.
Per approfondire puoi leggere:
Jean-Marie Ploux, Il dialogo cambia la fede?
Kurt card. Koch, Il cammino ecumenico


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Il dialogo inscrive nell’umanità la coscienza che ciascuno non vive che grazie alla sua relazione con gli altri


Jean-Marie Ploux
Il dialogo cambia la fede? 

Niente è in grado di sostituire nel dialogo l’attesa gratuita, la capacità di stupirsi. Questo non vuol dire predicare l’ingenuità e mettere tra parentesi il senso critico. Ma la radice dell’ascolto dipende da questa disponibilità ad accogliere l’altro, non solo ad accoglierlo ma a raccogliere in sé quel che egli accetterà di condividere di se stesso, della sua sete di essere. Come è possibile ascoltare l’altro senza essere sensibili alla bellezza dell’uomo, all’unicità di ciascuno?
Non c’è dialogo vero né possibile se non si attende niente dall’altro, se non si attende dagli altri qualcosa di vitale, qualcosa che tocchi la verità e la vita. Ora, questo ha senso solo confessando in sé una mancanza, un’incompiutezza o, meglio, un’insufficienza. L’esperienza dell’amore, l’esperienza più fondamentale ed universale che ci sia, lo insegna a ciascuno di noi. 
La sufficienza nega l’altro, o assimilandolo a sé in quanto cosa nostra o negandolo con il rifiuto stesso di vederlo. Accogliere l’altro senza ridurlo al proprio bisogno è vivere nel desiderio scavato da una mancanza fondatrice, da un’apertura. Questo significa vivere secondo lo Spirito, lo Spirito di colui che è andato incontro alla donna di Samaria domandandole da bere quando invece, dice il testo, “i giudei non hanno rapporti con i samaritani” (Gv 4,9).
Il dialogo di cui stiamo parlando, si appoggia al contrario su questa convinzione: abbiamo l’umanità in comune, l’umanità che ci è data e, più ancora, l’umanità come qualcosa di fragile su cui occorre vigilare, l’umanità come compito da adempiere. Ogni essere umano, ogni cultura porta in sé un volto dell’umanità messo in pericolo dal solipsismo o dall’uniformità.
Il dialogo, invece, inscrive nell’umanità la coscienza che ciascuno non vive che grazie alla sua relazione con gli altri, e suggella il carattere simbolico di ogni umanità. Ciò dice la necessità per ogni essere umano di accettare questa mancanza costitutiva che fonda la sua capacità di entrare in alleanza o in solidarietà e, perciò, di nascere alla propria identità.

Vai al libro:  Jean-Marie Ploux
Il dialogo cambia la fede?