martedì 11 marzo 2014

"Non siamo poliziotti, ma aiutiamo a costruire una comunità di vita"

Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e unico cardinale elettore della Gran Bretagna, parla delle sue priorità pastorali


Il cardinale Vincent Nichols fa parte del gruppo dei 19 prelati che lo scorso 22 febbraio hanno ricevuto la porpora cardinalizia dalle mani di papa Francesco. L'arcivescovo di Westminster, che è anche presidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, ha concesso a ZENIT un’intervista, nella quale tocca vari temi, fra cui i prossimi Sinodi dei Vescovi sulla famiglia e il matrimonio.
Eminenza, in che modo la sua elevazione al Collegio dei Cardinali cambierà il Vostro lavoro come arcivescovo?
Card. Vincent Nichols: Beh, questo lo devo ancora scoprire, non lo so esattamente. Sicuramente, la prima cosa che ho imparato è che è più facile attirare l'attenzione dei media. Ovviamente ci sono ulteriori responsabilità qui a Roma. Sono membro della Congregazione per i Vescovi, che si riunisce qui abbastanza regolarmente, e sono appena stato nominato alla Congregazione per le Chiese Orientali. Non so esattamente cosa comporta. E poi, in terzo luogo, ritengo che probabilmente ci saranno più aspettative in Inghilterra e Galles, appunto per occasioni molto speciali, quindi dobbiamo vedere come vanno le cose.
Ci sono non poche sedi episcopali vacanti in Inghilterra e Galles. Lei, essendo membro della Congregazione per i Vescovi, intende svolgere un ruolo chiave nel contribuire a riempire questi posti vacanti?
Card. Vincent Nichols: Ho partecipato finora ad una sola sessione della Congregazione ed è stata una grande sessione, quindi non è che una singola persona possa orientarla o dominarla. La procedura che è stata usata l’ho trovata personalmente piuttosto impressionante, per essere la prima sessione. Così farò la mia parte e, ovviamente, ho alcune cose ben in mente, ma è una Congregazione per la Chiesa in tutto il mondo e dobbiamo, come lei sa, fare il nostro giro.
I suoi progetti e le vostre priorità sono cambiati, o cambieranno, ora che è cardinale?
Card. Vincent Nichols: Non credo. Nell’arco degli ultimi anni, tre sono le cose sulle quali ho concentrato sempre di più l’attenzione: una è il servizio ai poveri, perché sia papa Benedetto che papa Francesco evidenziano chiaramente questa priorità. Papa Benedetto XVI ha detto infatti che il nostro servizio ai poveri è quello che dà credibilità al Vangelo. Questa è un’affermazione forte. Dunque è una vera e propria priorità e nella diocesi, ovviamente, stiamo sviluppando una Caritas che funga da ombrello per aiutare le parrocchie a concentrarsi su questo servizio ai poveri e portare le proprie risorse.
La seconda cosa deriva dal fatto che sono a Londra: voglio continuare l'impegno che ho con la comunità imprenditoriale, perché Londra è una città opulenta. Oltre che per la povertà, bisogna impegnarsi con il mondo imprenditoriale e, per lo più, ho ricevuto una risposta veramente positiva, soprattutto con gli imprenditori che in qualche modo sanno di aver affrontato una crisi di fiducia e sono pronti a riconsiderare i loro principi di base e a riconoscere che gli affari mossi da uno scopo sono gli affari migliori. Quindi abbiamo questo progetto intitolato Blueprint for a Better Business.
La terza priorità per me è la vita parrocchiale. È il luogo dove la maggior parte delle persone sperimentano e vivono la loro fede, e la arricchiscono. Questo, ovviamente, richiede il sostegno e la preparazione dei sacerdoti e l'incoraggiamento delle parrocchie, che guardano in avanti, che guardano alle loro sfide, e cercano di rispondere nel miglior modo possibile. Prendiamo, per esempio, il tema dei prossimi due sinodi sulla famiglia e il matrimonio: questa è una priorità per ogni parrocchia e considero questi momenti come un buon esame di coscienza su quello che stiamo facendo in questi settori pastorali nelle nostre parrocchie.
Quando parla dei “poveri”, Lei include tra questi anche i nascituri, i più vulnerabili, e non necessariamente coloro che sono materialmente poveri?
Card. Vincent Nichols: Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, colpisce molto che il Papa dica che la forma più tragica forma di povertà è la povertà spirituale, cioè la mancanza di un certo stile di vita in cui la dimensione spirituale è veramente la fonte di tale arricchimento e il senso per cui ci alziamo ogni mattina. Se questo viene escluso, quello che resta è una forma piuttosto inaridita di vita umana. Quindi questa povertà c’è sicuramente, e poi ci sono quelli che sono i più vulnerabili - come Lei dice - i nascituri, e le persone molto anziane. Così stiamo combattendo - in particolare come conferenza episcopale - sul fronte dell'eutanasia e sul fronte dell'aborto.
Ci sono timori di possibili cambiamenti nella dottrina sotto questo pontificato legati ai due prossimi sinodi sulla famiglia, in particolare riguardo all’amministrazione dei sacramenti ai cattolici divorziati e risposati. Ce n’è motivo?
Card. Vincent Nichols: Ciò che è chiaro nella mente di Papa Francesco è che vuole coinvolgerci in una sorta di processo biennale di riflessione sulla realtà del matrimonio, su un rinnovato insegnamento sul matrimonio e sulla famiglia, e una rinnovata pastorale caratterizzata – come dice - dalle parole intelligenti, coraggiosa e piena di amore. Quindi penso che questa sia l’agenda che ha dato. Non credo minimamente che gli insegnamenti fondamentali della Chiesa cattolica cambieranno. Penso che esamineremo – e gli indizi c’erano già i durante i due giorni di conversazioni che hanno aperto questo concistoro - la necessità di essere più sensibili alle circostanze culturali e sociali nelle quali le persone sono arrivate al matrimonio, e quindi il grado in cui essi sono pienamente e, ad un livello sufficiente, consapevoli del consenso che stanno per dare. Credo ad esempio che molte persone contraggono matrimonio con la speranza che duri, ma non necessariamente con un impegno per la sua indissolubilità. Penso che questo tipo di atteggiamento abbia tutta una serie di implicazioni. Ha implicazioni per la preparazione al matrimonio, ha implicazioni per il sostegno che la vita familiare e coniugale ricevono, ha implicazioni per le procedure della giustizia ecclesiastica: la gente ha il diritto che la validità del loro matrimonio venga esaminata e di cercare la verità.

Il cardinale Kasper ha menzionato la possibilità di usare il sacramento della Penitenza per affrontare la delicata questione dei cattolici divorziati e risposati. Lei pensa che sia una possibilità reale?
Card. Vincent Nichols: Avendo ascoltato il cardinale Kasper e tutti i discorsi successivi, è chiaramente una linea da esplorare. Ma come ha spiegato Kasper, quello che ha fatto è stato un’ouverture e un’ouverture riprende soltanto alcuni dei temi chiave che l'opera o la sinfonia poi svilupperà. Quindi non è una buona idea di cercare di indovinare l’iter.
Ritiene che si nasconda un pericolo nell’invio di un questionario, perché - come è accaduto durante il Concilio Vaticano II – consente ai media di sollevare false aspettative, influenzando in ultima analisi l’esito o impatto del Sinodo?
Card. Vincent Nichols: Il grande problema di questo questionario è che molto facilmente può essere interpretato come un sondaggio e dunque da inserire in quel modello di vita politica che conosciamo molto bene. Ci sono sondaggi che vengono usati per orientare la formulazione della politica, perché le politiche devono avere il sostegno del pubblico. Qui non siamo di fronte a nulla del genere.
Alcuni affermano che sembra proprio così.
Card. Vincent Nichols: Beh, può essere interpretato in questo modo, sono d'accordo. Ma quello che era - ed è stato a mio parere giusto farlo - è stato un tentativo strutturato per ascoltare l'esperienza di vita cattolica e ogni sacerdote deve fare questo. Ogni sacerdote, quando visita la gente o la incontra in sacrestia, ascolta sempre l'esperienza del popolo. Ed è stato fatto alla grande. Penso che la maggior parte dei cattolici cominci a capire questa distinzione e sicuramente, quando ne ho parlato in pubblico, la gente sa che questo non è un sondaggio progettato per rimodellare una politica, perché non abbiamo politiche. Abbiamo insegnamenti e abbiamo una pratica pastorale, e la pratica pastorale a mio avviso è una cosa che ha perso un po' di attenzione nella Chiesa. Quindi per me è molto bello che la chiesa titolare mi è stata assegnata sia la chiesa di Sant’Alfonso. Sant’Alfonso è stato uno dei grandi maestri della pratica pastorale della Chiesa. Quindi abbiamo varie cose da recuperare dal nostro tesoro personale che ci può aiutare nella cura pastorale della famiglia.
Era dunque quasi inevitabile che alcuni Paesi, come Svizzera e Germania, dove il dissenso è grande, rendessero pubblici i risultati, in un tentativo di cercare di cambiare l'insegnamento della Chiesa su questi temi?
Card. Vincent Nichols: Beh, non mi metterei ad attribuire intenzioni al popolo. Ci è stato chiesto molto chiaramente - per quanto riguarda la Conferenza Episcopale Tedesca non so - di non dare pubblicamente la risposta formale alla Santa Sede e io ero d’accordo perché ho detto se ogni conferenza episcopale rende pubblica la sua risposta, allora limita lo spazio di manovra di cui il processo sinodale dispone. Ma rifletteremo sulle domande che abbiamo sentito per valutare esattamente quali sono le sfide per le parrocchie, perché questo, secondo me, non è un processo solo rivolto solo ai Sinodi dei Vescovi. Ci dice anche quale sfida è di domenica in domenica.
Una preoccupazione sempre più sentita nel corso degli anni è che i vescovi o sacerdoti “eterodossi” non vengono tanto severamente puniti quanto, ad esempio, in ambito tradizionalista. Cosa ne pensa?
Card. Vincent Nichols: La relazione tra un sacerdote e il suo un vescovo è sempre qualcosa di molto sensibile. Può essere molto delicata e, per quanto mi riguarda, la ritengo una relazione molto personale. Il mio obiettivo è sempre quello di cercare e di aiutare questo sacerdote a vivere il ministero al quale è stato chiamato e ordinato con l'azione di Dio, nel miglior modo possibile. Penso che quando uno si impegna con i sacerdoti, loro sanno qual è l'insegnamento della Chiesa. A volte sono molto testardi, e a volte, anche se non molto spesso, ho detto: 'No, non puoi fare questo. Non puoi fare questo!’. Penso che abbiano capito e accettato a malincuore. Ma non siamo poliziotti. È una comunione di vita, e un sacerdote e il popolo accettano, si potrebbe dire, l'autorità di un vescovo. Non hai molta scelta circa le regole di una nazione, bisogna accettarle, ma questo è qualcosa che viene formato e cresce e si nutre più attraverso le relazioni che qualsiasi altra cosa.
Ma se un sacerdote o un vescovo insegnano eresie, non è che espone molte anime al rischio di perdere la vita eterna? Non è una cosa talmente grave da richiedere un’azione speciale?
Card. Vincent Nichols: Sì, lo è - e come dicevo - a volte ho detto: ‘Non puoi fare questo'. Sono anche consapevole del fatto che quando mi siedo a parlare con i sacerdoti, coloro che sostenevano che fosse un'eresia hanno ascoltato solo in parte, e solo in parte hanno sentito quello che volevano sentire.
E. Pentin
[Traduzione dall’inglese a cura di Paul De Maeyer]