lunedì 19 gennaio 2015

Un nuovo popolo

di Costanza Miriano
Sabato a Milano è successa una cosa grandissima, una cosa che da tempo non succede più ai convegni di partito, alle convention, alle primarie, ai raduni. Sabato a Milano le sale erano stracolme di gente, tutte le sale che la Regione aveva a disposizione, e altre 500 persone stavano in fila fuori sperando di entrare. Sabato a Milano si è ritrovato un popolo di amici veri, un popolo di fratelli con i cuori che battevano insieme, e la misura di quanto è successo ce la danno le bugie che si sono scritte su di noi. Evidentemente hanno paura.
E le hanno scritte sui giornaloni le bugie, le hanno dette in tv. Golia è sceso in campo con tutto l’esercito, tutti contro questo Davide che dice cose pericolosissime, tipo “i bambini hanno diritto a un padre a una madre”. Facciamo paura, molta paura a qualcuno, anche se ci siamo chiamati a raccolta coi blog, su facebook, su twitter, per telefono. Loro con le corazzate dei grandi giornali letti – tra online e carta – da milioni di persone, noi con gli smartphone a chiamarci uno a uno. Sì, è vero, da tre giorni c’è anche un giornale che parla di noi, ma la macchina è partita prima, col passaparola. E non è che abbiamo scherzato. La gente è partita da tutta Italia.

Gente normale, per lo più non ricca, gente a cui dunque questo viaggio è costato sacrifici. Uomini e donne con famiglie, spesso numerose, che si sono organizzati con amici e parenti perché tenessero i bambini, a volte vagonate di bambini. Amici che sono partiti da tutta Italia, hanno preso giorni di ferie, hanno preso pullman e treni e macchine, sono arrivati da Caltanissetta e Vicenza, da Verona e Torino, da Forlì da Parma da Firenze da Roma da Teramo da Cagliari e mi fermo perché con le lacrime negli occhi non riesco a scrivere.
Volevamo parlare dei falsi miti di progresso che stanno costruendo una cultura che mette sotto assedio la famiglia – come ha detto il Papa da Manila il giorno prima(che carino, a ricordarsi di noi e a darci la sua benedizione) – e i giornali dal 3 gennaio a oggi hanno cominciato a darci degli omofobi. Non siamo totalmente sprovveduti, sappiamo che c’entra il fatto che a invitarci è stata la Regione Lombardia, e quindi la battaglia è diventata politica. Sappiamo che inquieta il fatto che sabato in sala ci fossero varie anime del centrodestra.
Ma a noi, a nessuno di noi quattro – Mario, Marco, Padre Maurizio e me – questo aspetto interessa. Fatto sta che l’accusa di omofobi ce la siamo presa tutti, e senza che nessuno di noi avesse praticamente mai nominato il tema omosessualità, che troviamo tutti pochissimo avvincente. A noi interessa, questo sì, che i bambini non si possano produrre a pagamento, vendere, comprare, cosa che si rende necessaria se a volere un figlio sono due persone dello stesso sesso; a noi sembra che la cultura del gender equity and equality sia nemica della famiglia, e siccome sembra anche a Ratzinger siamo abbastanza certi di non essere vittima di un’allucinazione da ultras scatenati; noi soprattutto vogliamo che le famiglie siano aiutate, che alle donne si dica quanto è bello essere mamme, e che siano aiutate a diventarlo e incoraggiate e sostenute in ogni modo, vogliamo ricordare che maschi e femmine sono ontologicamente diversi, e che sono fatti per generare e poi sostenere nuove persone, e che il sesso fatto senza opporsi alla vita è molto più bello, e infatti i cattolici lo fanno meglio.
Crediamo anche che il motivo dell’attacco non sia solo politico: certo il luogo del convegno ci ha messo sotto i riflettori, ma le cose che diciamo danno davvero tanto fastidio, come prova l‘avversione alle Sentinelle, e le botte prese da anziani preti, da bambini, a donne che stavano in piedi per opporsi a una legge che voleva sei anni di carcere per chi dice che i bambini non si comprano.
costanza a milanoSiamo certi che la cosa che fa paura sia il fatto che noi siamo un popolo, una vera compagnia. Non abbiamo fondi, nessuno ci sostiene, non rappresentiamo nessuno. Ci prestiamo le case, le macchine, ci apriamo le porte di casa e del portafogli pur senza esserci mai visti dal vero, a volte. Ci riconosciamo dalla fotina su facebook, ci abbracciamo come fratelli, finiamo per fare le vacanze insieme, perché crediamo nella stessa Persona che un giorno ci ha sfiorato il cuore, e questo i giornalisti non lo possono capire.
E infatti della giornata di Milano hanno scritto solo dello studentello bocconiano (lui non ha attraversato l’Italia prendendosi le ferie o portandosi i bambini ad aspettare al freddo tre ore, lui è stato al caldo, e sappiamo chi lo ha fatto entrare) che è salito sul palco, un palco che non aveva nessun diritto di calcare, ha fatto la scena del poverino a cui si toglie la parola, ha rubato la scena e alla fine – il tempo era poco, il clima si era guastato, il moderatore si era innervosito – ha impedito di parlare a Padre Maurizio, a un uomo che aveva tutto il diritto di parlare, quello che ne aveva più di tutti, perché è da lui che è partito tutto, lui che ci ha messi insieme. Lo studentello con la sua arroganza e il falso vittimismo, facendo una domanda su un tema che non ci interessa (se ho capito bene le terapie riparative, di cui nessuno di noi sa molto), ha impedito di parlare a un uomo vero, che poteva spalmarlo via con una manata, un uomo che stava lì accreditato dalle migliaia di giovani che lo amano e lo seguono. Un leone che si è fatto agnello e si è fatto mitemente togliere il microfono, e quindi si è fatto mille chilometri di treno per parlare forse treo quattro minuti, che ha dimostrato cosa vuol dire essere cristiani. Noi vorremmo dire al ragazzo che lui il suo convegno se lo può pure organizzare dove vuole, vediamo se anche per lui qualcuno attraverserà l’Italia. Lui al suo convegno potrà dire quello che vuole, nessuno di noi lo disturberà né cercherà di salire sul palco, nessuno fingerà di fare la vittima quando invece sta usurpando un palco che non gli appartiene.
Infine vorrei dire che sono tornata a casa con tre dico tre buste di regali. Piadine che sono state prontamente farcite con i deliziosi salumi Gran Brianza (per stemperare la tensione di una giornata piena di emozioni aggiungere una fetta di mortadella), rosari, collanine, libri, cioccolatini, orecchini, sciarpe, trucchi (devo ringraziare sedici persone, piano piano lo farò) e lettere in cui si effonde il cuore come tra amiche di infanzia. Questa vera amicizia, questo vero affetto, per fortuna a volte anche non dimostrato con regali ma con sguardi di vera amicizia, con una stretta di mano, con una lacrima, questi abbracci sorridenti, questi grazie detti e ricevuti col cuore, queste attese di amiche anche malate rimaste fuori, anche con bambini piccoli, anche incinta, amici senza cappotto con le mani congelate, non potranno mai e poi mai neanche lontanamente essere paragonati alle paginate di bugie scritte sui giornali.
Vorrei vedere a quante persone che parlano ai convegni succedono queste cose. E io lo so benissimo che questa amicizia non è perché qualcuno di noi sia migliore degli altri. È che tutti ci aiutiamo a guardare all’Amico vero, che è l’unica garanzia della vera amicizia.
Grazie a tutti, soprattutto a Raffaella Frullone, Benedetta Frigerio, Andrea (ti chiami Andrea, ragazzo con la barba che eri con la Raffa?) che si sono fatti il mazzo per organizzare tutto e poi sono rimasti fuori al freddo, perché finché c’era qualcuno fuori loro non volevano godere di nessun privilegio. Certi questi omofobi sono proprio brutta gente.

convegno milano
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di Mario Adinolfi

Per la famiglia si paga prezzo

E’ stata una festa, prima di tutto una festa. Migliaia di persone, tre sale piene all’inverosimile in Regione Lombardia, con ottocento amici che non sono riusciti a entrare e per loro qui sulle pagine di lacrocequotidiano.itabbiamo subito approntato uno streaming video con un liveblogging condotto dal nostro prezioso Lorenzo Ciampoli. E’ stata la festa dello stare insieme, dell’incontrarci e abbracciarci per darci forza l’un l’altro e dirci: non siamo soli. Non siamo soli nella difesa della famiglia naturale, non siamo soli nel voler prima di tutto tutelare i piccoli, i figli, gli indifesi. Non siamo soli nel dire che non esiste il diritto ad avere figli, esiste il diritto dei figli ad avere una mamma e un papà. Tutto questo lo abbiamo ripetuto con un entusiasmo che è stato contagioso.
Permettetemi un piccolo inciso. Voglio rivolgere un personale ringraziamento ai tanti lettori de La Croce che si sono fatti decine o centinaia di chilometri per venire a testimoniarci il loro affetto con una copia del quotidiano in mano. E’ stata una emozione non da poco incontrarvi e avere la sensazione che una piccola grande storia sia cominciata.
E ora cinque brevi considerazioni:
1. Al convegno di Milano sono state dette cose giuste, è stata fatta la cosa giusta. Ho avuto perplessità iniziali perché ho una qualche esperienza nel ramo e sapevo che la politica avrebbe tentato una forma di strumentalizzazione. Le perplessità sono svanite perché ho visto i politici sorridere, essere toccati davvero da quanto abbiamo detto. C’è un dovere di testimonianza anche presso la politica e con un presidente di Regione, un ministro, diversi parlamentari e senatori presenti abbiamo semplicemente portato la nostra testimonianza, anche la mia di ex parlamentare e di uomo di sinistra: tutte le aree politiche erano rappresentate, trasversalmente. Certo, c’era una distanza tra noi oratori “contro i falsi miti di progresso” e i politici. Ma loro hanno detto le loro parole, noi abbiamo detto le nostre. Tutte le parole dette hanno detto cose giuste. Conta solo questo.
2. Come partecipante al progetto “Contro i falsi miti di progresso” mi sono entusiasmato nel vedere i miei amici e compagni di viaggio in grande spolvero. Marco Scicchitano lucidissimo e quasi spietato nel descrivere scientificamente la differenza tra il maschile e femminile, tanto documentato e preciso che tutti coloro che si sono riferiti a lui negli interventi successivi lo hanno chiamato “professore”. Davvero un bell’intervento. Costanza Miriano, che ve lo dico a fare, prima di tutto bellissima (ma dove l’ha trovato quel vestito con spalla scoperta, gliel’ho detto “non temere i gay, tu oggi qui devi temere gli etero”) e poi di una simpatia travolgente, perché con il sorriso ha fatto passare i concetti decisivi sul ruolo della donna, sul bene prezioso della maternità da tutelare. Padre Maurizio Botta, il nostro leader, che con puntualità ha riportato le parole di Papa Francesco e ha parlato da prete e allo stesso tempo è stato umanissimo, accogliente, raziocinante come pochi meglio di lui sanno essere e che ha meritato tutti i caldi applausi che i tanti amici, anche arrivati dalla sua Biella, gli hanno tributato. E un grazie a Massimo Introvigne che con quattro tesi ha spiegato bene l’idea di famiglia che abbiamo in mente, così come a Luigi Amicone che ha condotto con grazia un convegno difficilissimo e che la mistificazione mediatica aveva trasformato in una potenziale bomba a orologeria.
3. A proposito di bomba a orologeria, la trappola è stata fatta scattare dopo il mio intervento. Un ragazzo che si era fatto accreditare da un europarlamentare è salito sul palco e per una cinquantina di secondi si è messo a contestarci le famose “teorie riparative” a cui nessuno sul palco aveva neanche lontanamente fatto cenno e a chiederci se sapevamo se i nostri figli erano omosessuali. Una brutale, premeditata e cattiva provocazione costruita ad arte per avere i trenta secondi da mandare in rete e sui telegiornali e nella puntata di mercoledì de le Iene. Ma davvero è stata una festa troppo bella, la nostra, per attardarci a discutere di questo episodio programmato a tavolino. Non mi ha sorpreso, avevo avvertito che avrebbero provato a salire sul palco, conosco bene le tecniche di disturbo che vengono messe in atto in queste occasioni. La risposta migliore l’ha data un’anziana signora dal pubblico, giustamente irritato: “Noi mai e poi mai andremmo a disturbare un convegno di persone che non hanno le nostre idee”. Basta, non c’è da aggiungere altro.
4. C’era gente fuori dal palazzo della Regione Lombardia, tanta gente. Gli ottocento nostri amici arrivati da ogni parte d’Italia che non sono riusciti a entrare perché le tre sale del convegno erano zeppe all’inverosimile e anche qualche centinaio di contestatori dell’iniziativa. Mi hanno scritto alcuni lettori che i due gruppi in qualche modo alla spicciolata allo sciogliete le righe hanno finito per parlarsi. E non c’è stato nessuno scontro, forse una provvidenziale forma di dialogo. I giornalisti che hanno mistificato, raccontato senza capire, spiegato male ai loro lettori e telespettatori sui quotidiani e sui telegiornali quel che è davvero accaduto al convegno di Milano, forse avrebbero potuto cogliere quell’occasione per capire che alla fine siamo persone che testimoniano le idee in cui credono. E qualsiasi sia l’idea è meglio della cappa d’indifferenza menefreghista di tutto che incombe su questa disgraziata contemporaneità.
5. Dopo una settimana di cartelli “io sono Charlie” mi sarei aspettato dai giornalisti più solidarietà verso la libera espressione delle idee che a Milano si è evidentemente, ampiamente, articolatamente manifestata nel convegno in Regione Lombardia. Si è cercato di non far svolgere l’iniziativa, è stato dato l’assalto alla redazione d Tempi, una collaboratrice di Libero è stata aggredita e intimidita (lo racconta il solo Andrea Morigi appunto su Libero, nessun’altra testata), sui giornali è stata data una versione dei fatti a dir poco distorta con la lodevole eccezione del bravo Umberto Folena su Avvenire. Per quanto riguarda l’informazione on line, roba da mani nei capelli, Repubblica.it nel pomeriggio di sabato titolava che noi eravamo quattrocento e i manifestanti duemila, l’ho detto all’inizio del mio intervento e l’urlo ritmato della sala “vergogna, vergogna” spero sia risuonato fin nelle stanze ovattate della redazione diretta da Ezio Mauro. Non si fa così. Se “io sono Charlie” si rispetta il diritto di tutti a parlare e se facciamo i giornalisti riportiamo le notizie, non le mistifichiamo, non le costruiamo a tesi per dimostrare che un convegno sulla famiglia è “omofobo”, non si racconta quel che non è, non si trasforma il falso in vero. Si potevano riportare almeno gli interventi (uno sforzo in questo senso lo hanno fatto la versione on line de La Stampa e Huffington Post, non senza imprecisioni, ma almeno il lavoro giornalistico c’è stato). Non è accaduto. Delle nostre parole sulla famiglia, sulla differenza tra maschile e femminile, sul ruolo della donna nella società e sulla maternità da tutelare, su Papa Francesco, sul no agli uteri in affitto e di conseguenza alla “stepchild adoption” contenuta nel progetto di legge in discussione al Senato sulle unioni omosessuali, perché le persone non sono cose e i figli non si pagano, di tutte queste nostre parole sui giornali nemmeno l’ombra. Ma è anche per questo che è nata La Croce. Per essere un ruolo di informazione vera su questi temi, contro i falsi miti di progresso.
Ci vediamo martedì in edicola. Oggi è il giorno del Signore e riposiamo con le nostre famiglie, dunque oggi come lunedì il giornale non esce. Martedì non perdetevi l’edizione con foto e commenti sul convegno di Milano, un bellissimo momento di incontro in cui ci siamo abbracciati e abbiamo ribadito chi siamo: persone libere.
Prima di lasciarvi ed augurarvi una Santa Domenica, un’ultima annotazione. Guardando le centinaia di agenti in tenuta antisommossa che hanno dovuto proteggere il nostro semplicissimo diritto di parola, il nostro banale voler dire che i bambini nascono da un uomo e da una donna, non ho potuto non pensare alla citazione più nota di Chesterton che tante volte ci ripetiamo l’un l’altro: “La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. E’ una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto. S’avvicina il tempo in cui una vita normale, una vita da onest’uomo, richiederà sforzi da eroe”.
Siamo in quel tempo. L’unico problema è che noi non siamo eroi, ma persone con le nostre fatiche e le nostre zoppie. Quel che possiamo prometterci l’un l’altro però è che lo sforzo lo produrremo, a dispetto di ogni mistificatore e di ogni falsificatore della verità. Verità di cui noi saremo, uno per uno, testimoni.
18/01/2015