Ci sono alcune convinzioni, radicate nel pensiero dominante contemporaneo, che ci si può affannare a contrastare, alla luce della ragione e del buon senso, ma senza risultato. Chesterton diceva che sarebbe venuto un tempo in cui si sarebbero dovute sguainare spade, per dire che le foglie sono verdi. San Paolo, invece, scriveva: “Perché verrà il tempo in cui non si sopporterà più la sana dottrina; ma, per prurito d’udire, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole” (2 Timoteo 4, 3-4)
Quando gli uomini credono alle favole, quando la ragione divenuta flebile e afona, significa che è successo qualcosa di serio: che la realtà, in cui Dio ci ha messo, è stata snaturata al punto che non è più riconoscibile. Oggi, se si chiede ai bambini di che colore sono le mucche, non pochi, esperimento già fatto, risponderanno: “viola”. Come le mucche della Milka della televisione. Credere alle favole significa credere che la realtà fasulla che ci viene imposta, sia la realtà così come Dio la ha voluta.
Mi spiego con due esempi. Oggi dire che l’uomo non è solamente un animale, ma qualcosa di più, fa arrabbiare moltissimo un numero esorbitante di persone. Se dici: “Tu non sei solo una scimmia nuda, senza peli”, il tuo prossimo potrebbe imbufalirsi con te e caricarti, a mo’ di bufalo. Poi facendo uso della parola, potrebbe dirti: “certo, siamo solo scimmie evolute: che differenza c’è tra uomini e animali?”. E tu, lì, allibito, a far appello a Socrate, Gesù, sant’Agostino, alla scienza, al principio antropico, alla linguistica, alla musica, la letteratura, la filosofia, il diritto … senza risultato. Se uno vuole essere una scimmia, però, se si convince fermamente di esserlo, un motivo ci sarà. Forse sta qui: chi vive come gli animali, alla lunga finisce per ritenersi un animale. Il fatto, dunque, è questo: viviamo sempre di più come gli animali. Ci insegnano l’importanza del mangiare, del bere, del dormire, del consumare, del fare ciò che vogliamo, del seguire gli istinti, l’ombelico… Ci insegnano che l’amore è solo e soltanto esperienza fisica, reazioni chimiche a catena; che uccidere i malati è giusto, per non farli soffrire, come fanno i veterinari; che l’arte è fare scarabocchi, come quelli della scimmia di Desmond Morris; che la musica è fatta di suoni confusi e disarmonici; che il peccato non esiste, così come non esiste la libertà (questa è la trovata dei fan materialisti delle neuroscienze)… Ecco, se uno davanti a tutti questi insegnamenti, vive una vita vera, si fa l’esame di coscienza ogni sera, crede nel dovere, ama i suoi cari, si sacrifica per loro, educa i suoi figli, prega …allora la coscienza della sua umanità, gli rimane; altrimenti finisce che girerà anche lui, per le strade di cemento, a quattro zampe.
Secondo esempio: se oggi dici che un bambino ha diritto ad un padre e ad una madre, che tutti nasciamo da un ovulo e da uno spermatozoo, rischi di sentirti rispondere: “Chi lo ha detto? Chi ha detto che ci vogliano un padre e una madre?”. Allora provi a ragionare, ma spesso trovi l’uscio della ragione sbarrato. Cosa è accaduto? Semplice: come se qualcuno avesse colorato tutte le mucche di viola. Hanno cambiato la realtà: in questo caso la realtà della paternità e della maternità. Mi spiego: se cresci come per secoli, grazie al cristianesimo, per lo più, si è cresciuti – cioè con un padre e una madre che si amano e che si sacrificano per i loro figli; con dei nonni che fanno altrettanto da una vita-, allora ti è chiaro che tuo padre e tua madre sono insostituibili; te lo dice la ragione, te lo dice la scienza, te lo dice la psicologia, ma soprattutto lo dicono l’esperienza e l’amore che nutri per loro. Ipotizziamo invece che tuo padre sia uno dei tanti che hanno generato solo nel corpo, che non ti ha mai educato, amato, ma ha continuato sempre a vivere come un adolescente egoista. Tu lo guardi e dici: “è davvero necessario, un padre, per me, per gli altri?”. Poniamo che tua madre sia simile al padre suddetto: “a che mi serve?”. Perché, insomma, non si capisce più l’importanza dei genitori, di un padre e di una madre? Perché sono sempre meno i veri padri e le vere madri. Il matrimonio gay altro non è che il risultato della disgregazione della famiglia. Distrutta la famiglia naturale, si proveranno tutte le nuove forme di aggregazione, i matrimoni gay, il poliamore, la famiglia monoparentale… Poi, quando ogni esperimento avrà prodotto oceani di sofferenza, qualcuno avanzerà la proposta di un tempo e ripeterà che Dio ci ha creati maschio e femmina, perché uomo e donna siano una sola carne, generatrice di nuova vita…Allora sarà la fine delle favole-incubi, delle madri con la barba alla Elton John e dei padri con la gonna; degli uteri freddi di acciaio, delle provette di vetro, degli embrioni congelati, dei negozi di sperma… Arriverà, quel tempo, arriverà…sta già arrivando. Viva la France (sono così avanti, sono così stufi, i francesi, delle mucche viola, che scendono in strada a milioni, contro i “non padri” con cinque figli alla Hollande; questo è il parricidio che ci vuole, per ripartire). Agnoli
Il Foglio