martedì 7 gennaio 2014

A cinquant’anni dalla visita di Paolo VI in Terra Santa



A cinquant’anni dalla visita di Paolo VI in Terra Santa (scritti di Paolo VI,  Adriana Zarri e Jean Guitton)

Il senso del viaggio. Pubblichiamo due commenti sul viaggio in Terra Santa scritti nell’imminenza del ritorno: ampi stralci dal testo dell’udienza che Paolo VI tenne il 15 gennaio e un articolo della teologa Adriana Zarri apparso sull’Osservatore della Domenica del 12 gennaio. A chiudere, alcuni passaggi del contributo che Jean Guitton scrisse per l’Osservatore Romano del 1° gennaio, presentando il pellegrinaggio che si apprestava a iniziare. Sul viaggio di Papa Montini rifletteranno il 10 gennaio a Brescia, ospiti dell’Istituto Paolo VI, il vescovo Luciano Monari, don Angelo Maffeis, presidente dell’istituto, padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, e Giuseppe Caffulli, direttore delle Edizioni Terra Santa. Verrà anche proiettato il documentario, del 1964, Ritorno alle sorgenti: Paolo VI in Terra Santa.
Allocuzione di Papa Paolo VI.
Oggi il successore di san Pietro è guardato da voi, come del resto è guardato dal mondo, sotto questo aspetto del pellegrino che ha visitato i luoghi santi, dell’apostolo che è ritornato là, donde circa venti secoli fa era partito. Pare il ripetersi della favola di colui che si addormenta in un dato luogo e in un dato momento del racconto, e si desta cento anni dopo, e crede trovare il mondo che lo circonda come lo aveva lasciato quando il sonno lo prese, e vede invece che tutto è cambiato, e nessuno egli conosce e nessuno conosce lui che si risveglia.
Ebbene, vi diremo, fra le tante, una delle impressioni di questo nostro risveglio nella terra di Gesù, dalla quale il Papa, il Vicario di Cristo, era assente da oltre diciannove secoli. Ma prima dobbiamo notare una cosa stranissima, una cosa che costituisce una delle meraviglie di questo nostro viaggio singolarissimo; e la meraviglia è questa: d’esserci svegliati in un mondo incomprensibile, e, invece di essere forestieri e sconosciuti — pensate, dopo tanto tempo trascorso e dopo tanti avvenimenti radicalmente trasformatori — noi eravamo colà perfettamente conosciuti; proprio come successore di Simone, figlio di Giona, il pescatore di Bethsaida, fratello di Andrea, chiamato Pietro dal Messia Gesù, capo di quella società religiosa che si chiama la Chiesa.
Si direbbe che Pietro fosse partito di là poco prima, e che fosse aspettato al suo paese per fargli festa a causa della sua acquisita celebrità, e ancor più a causa delle tante ragioni che sempre lo legano a quei luoghi benedetti; e, per colmo di stupore, l’accoglienza a lui fatta, quasi improvvisata, non era promossa soltanto dai fratelli di fede di Pietro, ma anche dai fratelli da secoli da lui separati; e per di più, da musulmani ed ebrei, tutti gentilissimi e desiderosi di acclamare a quel suo inatteso, ma gradito e naturalissimo ritorno. Sarebbe questo uno degli aspetti del nostro viaggio ben degno di riflessione; ma non riguarderebbe quell’impressione nostra, di cui ora vi vogliamo far cenno.
Dunque: noi andiamo là, nei posti del Vangelo; e subito il Vangelo ci si presenta spiritualmente d’intorno, come se Gesù ancora fosse lì, davanti a noi: bambino a Betlemme, adolescente e operaio a Nazareth, maestro e profeta in Galilea, poi a Gerusalemme, come sapete per il grande dramma della sua Passione e del suo trionfo. Ebbene, qual è l’impressione spontanea, che a tale rievocazione nasce nel cuore? È una specie di confronto: tra lui, il Maestro divino, e noi; un bisogno di stabilire, di verificare il rapporto che esiste fra Gesù e il nostro essere; una domanda, che nasce nell’anima, silenziosa, ma tormentosa: siamo noi dei veri cristiani? Si identifica la nostra vita con la sua, com’era per san Paolo, che poteva dire di sé: «per me vivere è Cristo» (Phil. 1, 21)?
Come potete comprendere, un tale quesito mette nello spirito un interesse vivissimo, anche se solleva qualche inquietudine. Ebbene, pensate alla nostra gioia, alla nostra umiltà nel sentire nascere dentro una prima, trionfante risposta; sì, noi siamo cristiani, veramente; dopo tanti secoli, e tanta trasformatrice esperienza storica, siamo ancora come Lui ci fece e ci volle, siamo, per grazia sua, suoi autentici discepoli, anzi noi siamo suoi autentici apostoli, suoi autentici rappresentanti. Quale prodigio! Quale gaudio! E ciò che, sprofondati nella gratitudine e nell’abbandono, possiamo dire di noi, ogni cattolico, ognuno di voi, lo potrebbe dire analogamente di sé: sì, questa benedetta madre ch’è la Chiesa di Cristo, ci genera proprio simili a lui, suoi fratelli, suoi seguaci, suoi prediletti amici, di lui viventi, e per lui! La fede, la grazia, la inserzione nel suo Corpo mistico, realizzano questo portento; e ciascuno di noi può dire, ancora con san Paolo: «io vivo, ma non più io; vive in me Cristo» (Gal. 2, 20).
Ringraziamo il Signore di questa realtà. Occorrerebbero qui i pianti di gioia di Pascal per esprimere qualche cosa della impressione che tale ineffabile realtà deve suscitare dentro di noi.
Ma, ahimé!, il confronto non è completo: è vero che fra noi e il Signore esiste una parentela, anzi quasi una mistica identità; siamo alter Christus: ma questo basta? Non sorge da questa coincidenza mistica con Cristo tanto più forte — e per fortuna, tanto più facile — l’obbligo d’una coincidenza morale? Cioè d’una imitazione di Cristo nei pensieri, nelle azioni, nei fini della vita, quale egli ci insegnò? Qui la nostra impressione non può essere soddisfatta e felice, ma è turbata dalla osservazione della nostra difformità dal modello divino, su cui dobbiamo ricalcare la forma della nostra vita. Noi ne sentiamo, al tempo stesso, confusione e fiducia; perché, se è vero che tanto rimane in noi e nella Chiesa ed in ogni anima, anche cristiana, da correggere e da perfezionare per accostarsi a quel tipo perfetto di umanità santificata dalla Grazia, che è Gesù Cristo, ne abbiamo almeno il desiderio, il proposito, la preghiera. Non è stato, a questo riguardo, il nostro viaggio un umile, ma coraggioso atto di buona volontà? E non è il Concilio ecumenico, che stiamo celebrando, uno sforzo per dare a noi, alla Chiesa, al mondo, qualche migliore somiglianza con Gesù benedetto?
Questo discorso, diletti figli e figlie, potrebbe continuare a lungo; ma noi lo fermiamo qui, con una domanda eguale a quella che noi abbiamo sentito sorgere nel nostro animo laggiù, nella patria di Gesù Cristo e di Pietro. Voi siete nella casa del Papa, in questo momento. Non sentite dentro di voi spuntare questo interrogativo: noi, sì, siamo cattolici, siamo cristiani. Potete anche rispondere: siamo dei buoni e fedeli cattolici, siamo dei veri cristiani? Ciascuno di voi, noi pensiamo, avvertirà il bisogno di rispondere a se stesso: bisogna ch’io sia migliore cattolico, più fedele, più virtuoso, più coraggioso; bisogna ch’io sia più vero cristiano!
Quando non si può fare del giornalismo
di ADRIANA ZARRI

Forse l’aveva immaginato diverso il Papa il suo pellegrinaggio in Terra Santa; forse l’aveva desiderato e sperato diverso: una sosta raccolta e silenziosa. Invece è stata tumultuosa e travolgente, spesso caotica. La Via Crucis, violentemente mutilata di parecchie stazioni, non è stato itinerario intimo e meditante, se non forse in un segreto spazio dell’anima. Non è stato neanche coralità, ché la coralità suppone un ordinato convenire, un consapevole farsi una di molte voci discordanti. Niente di tutto questo: non un popolo ma migliaia e migliaia di singole presenze irrompenti, prepotenti, esigenti nella loro incontenuta esigenza di contatto: un contatto che diremmo romantico, singolo ed indisciplinato. Uomini, uomini, uomini; ogni uomo un viso, ogni mano una supplica, ogni voce una storia, ogni occhio una preghiera. Uomini che non avevano mai sperato di vedere il Pontefice romano. Roma: città lontanissima, città che è la patria di tutti, ma una patria dell’anima che i piedi non potranno mai calcare. Ma ecco l’Italia che viene in Palestina, Roma a Gerusalemme. Anche Gerusalemme è la patria di tutti; e i piedi di chi non ha calcato i luoghi santi hanno la stessa nostalgia dei piedi che non hanno mai calcato le vie che percorse l’Apostolo, sopra al suolo di Roma. E ora, ecco, le due patrie si toccano, sono una patria sola, un uomo solo: il Papa che è ancora Pietro, che è ancora Cristo, peregrinante nei secoli. E tutti vogliono toccarlo. Sulla via della croce egli ondeggia, tra la calca, paurosamente. È pure un uomo come noi: un uomo che può vacillare e cadere come ondeggiò e cadde Gesù Cristo, su questa stessa strada. E se il Papa non cade forse è perché non può cadere: perché la stessa folla che lo travolge lo sorregge, con sponde folte di braccia, di mani, di spalle, di prepotenti presenze.
Poi la basilica del Sepolcro, la cappella stipata ma oramai chiusa; e la folla (quel po’ di folla che ha potuto entrare) non è più fiume ma lago, come quello vicino di Tiberiade, quando ha le ondate grosse ma contenute sempre nel suo letto, tra le sponde verdi di olivi e palme. Ora la liturgia disciplina ed unifica; di innumerevoli presenze disordinatamente sovrapposte, fa coro, fa Chiesa. «Dominus vobiscum... Et cum spiritu tuo»: il dialogo rituale perenne: la stessa invocazione per tutti, la stessa risposta di tutti.
Poi, davanti alla luminosa illusione dello schermo (ma è anch’essa una concreta realtà), abbiamo visto, con lui, strade deserte, dune di sabbia e groppe d’asini: un paesaggio arcaico che, ad ogni villaggio si ravvivava di presenze: quelle urgentemente odierne, quelle remotamente antiche, l’uomo di sempre, di venti e di duemila anni. E spesso un sottofondo di corali solenni, tra i quali lo splendido terzo movimento della Cantata 140 «Wachet auf, ruft uns die Stimme», una delle più alte pagine di Bach: un’ondulazione di coro denso e lontano che accompagna l’accavallarsi delle dune, lo svoltar lento delle strade, lo stendersi piano del gran lago.
È qui, sul lago, che sorge la cappella del primato, dove la tradizione colloca il dialogo più patetico e drammatico tra il Cristo e Pietro.
Cosa può dire un Papa, il primo e fino ad ora il solo che sia tornato su quel luogo? Certo è un colloquio che sgomenta: «Son qui, Signore, son qui di nuovo; e non chiedermi ancora se Ti amo perché mi metteresti in imbarazzo come mettesti il primo Pietro. Ma Tu lo sai, come io sapevo di Lui, Tu lo sai che Ti amo, e proprio perché Ti amo sono qui. Le tue pecore ho cercato di pascerle; e Tu che sei l’unico pastore sai anche questo, e come l’abbia fatto...».
Poi scende rapido, il nuovo Pietro, per un sentiero fino all’acqua. Sopra a quell’acqua fatta solida, come un lucido marmo, Gesù una volta camminò; e camminò anche Pietro (il primo) fino a che la sua fede venne meno e i suoi piedi affondarono. Dovette tirarlo su il Signore. In quel lago i pesci allora erano docili, e bastava un comando del Maestro per radunarli tutti nelle reti: correvano volonterosi e lieti, come se pensassero al simbolo — agli uomini catturati dalla grazia — anziché alla sorte del pesce che una volta preso, finisce sulle bracie. Si china il Papa su quell’acqua a bagnarvi le dita per farsi il segno della croce. Poi, con rito nuovo e bellissimo, inventato al momento, ne attinge ancora e ne asperge la folla.
Betlemme, Nazaret, Betania... Giordano, piscina di Siloe, pozzo di Giacobbe, fontana di Maria... altre acque, altri luoghi, altri visi. E il viso del Papa è sempre eguale, fermo come di pietra. Ci si chiede come resista senza incrinarsi, senza erodersi, nella stanchezza di una fatica immane. No: è sempre eguale, come una pietra del deserto; e l’emozione la scava dal profondo, senza quasi parere.
E poi l’incontro storico: un altro volto, più antico: la biblica barba di Atenagora sotto a due occhi intensi... Il Padre nostro recitato insieme... A questo punto non si può fare del giornalismo e della cronaca: è storia: la storia sacra del popolo di Dio.
A Ciampino e, più tardi, a san Pietro, quando, nel discorso, il Papa vi accenna, la sua voce si rompe, in una commozione intensa. E si riempie anche il protocollo della cerimonia ufficiale, in un applauso fuori regola. A Roma l’aria è limpida ma fredda e l’ora è giusto quella della cena; eppure una folla senza numero gremisce strade e piazze.
Ci debbono essere stati dei permessi speciali, anche per le suore che, alle nove di sera, di solito sono in monastero. Stasera invece sono anch’esse per strada. (In Palestina abbiamo visto delle monache di clausura strettissima, mescolate alla folla; ed erano disinvolte e semplici niente affatto «disadattate»: segno evidente che la clausura l’avevano vissuta bene: in spirito di comunità e di unita con tutto il resto della Chiesa).
Ancora folla; e le braccia del Papa che debbono essere stanchissime e seguitano a levarsi, aperte come in croce. Piazza san Pietro è densa e nera, come quando moriva Giovanni, come quando si affacciava Pio, e poi, più indietro, Benedetto... e, alla finestra, non c’è né Pio, né Giovanni, né Paolo: c’è Pietro. È tornato di là, di dove venne per la prima volta.
Pellegrinaggio alle fonti
di JEAN GUITTON

Tra le parole antiche che la nostra epoca ha rivestito di un valore nuovo metto la parola Fonte. Desideriamo rinfrescarci ritornando alle fonti della vita, come la donna di Samaria che attingeva l’acqua profonda. A dire il vero, nell’umanità c’è sempre stato questo desiderio insaziabile di ritornare al luogo delle origini. Gli immensi movimenti dei pellegrinaggi medievali, che mettevano in cammino le masse verso il sepolcro di san Giacomo, verso Roma, verso Gerusalemme, erano in fondo provocati dal desiderio di risalire alla Fonte primaria, da dove il Tempo scorre a partire dall’Eternità. Si potrebbe dire che se i nostri antenati prendevano il bastone del pellegrino, lasciando la loro casa paterna ed esponendosi a rischi inimmaginabili, era per raggiungere infine il luogo in cui giace la Fonte. Le lunghe distese ostili che percorrevano erano in realtà un simbolo, com’è anche un simbolo quel faticoso pellegrinaggio che chiamiamo vita. Attraversando lo spazio, risalivano il tempo, «approfittavano del tempo», come dice Paolo.
Ormai lo spazio è quasi soppresso: non c’è più viaggio. Si viene gettati da un punto all’altro. Roma è separata da Gerusalemme solo da un jet, da un colpo d’ali. Ormai il corpo umano ottiene quell’ubiquità che solo il rapido pensiero aveva. E il Papa, che è il padre dell’immensa famiglia, il segno della sua unità, si può recare, con qualche ora di volo, laddove lo Spirito gli chiede di andare.
Era giusto che il primo di questi decolli fosse da Roma verso Gerusalemme, come a risalire il tempo, per ricollegare più visibilmente la Chiesa ai luoghi stessi in cui ebbe origine, per ritornare a quell’unica Fonte che è il sangue di Gesù. Il Vangelo di san Giovanni lo dice bene: la Chiesa nacque dal cuore trafitto dalla lancia da dove scorrevano e scorrono sempre l’acqua battesimale e il sangue eucaristico. Se c’è mai stato nella storia di questi primi venti secoli un pellegrinaggio alla Fonte, è stato quello di Paolo VI.
Gerusalemme-Roma: sono i due assi, o almeno i due poli, attorno ai quali ruota la sfera misteriosa dei fedeli e dei santi. E, nel disegno divino, sembra che Gerusalemme dovesse essere il centro della religione di Gesù, che realizzava la speranza di Israele. Fino al 63 i cristiani e gli ebrei sparsi nell’Impero pregavano nella stessa direzione: quella del Tempio di Gerusalemme, che non era lontano dal Golgota e dal monte dell’Ascensione. Ma Gerusalemme fu conquistata, rasa al suolo; gli ebrei furono dispersi. Pietro e Paolo morirono martiri al centro dell’Impero; e Roma divenne per i cristiani la seconda Gerusalemme. Ma non eclissò la prima, la Terra veramente santa, luogo dell’unico Evento, centro e focolare della storia, asse attorno al quale ruota tutta la Storia umana: l’Incarnazione.
In verità, è per ragioni fortuite che i successori di san Pietro non sono «risaliti verso Gerusalemme»: la lunghezza e la pericolosità del viaggio, l’occupazione della Terra Santa da parte dell’Islam, il fallimento delle crociate, la divisione dei cristiani, lo stabilirsi del Papa a Roma, complicazioni internazionali. Ma una volta aggirati gli ostacoli attraverso la storia o la tecnica, era ragionevole e salutare che il vicario di Cristo mettesse i propri passi in quelli del suo unico Signore, rifacesse il cammino della sua croce, si accampasse sulle alture della sua gloria. Sì, tutto era così naturale, così semplice da concepire, da fare. Ma occorreva ancora vederlo e volerlo in uno di quegli atti insieme tanto semplici e tanto difficili come lo sono gli atti profetici.
In effetti io vedo tre modi per uno spirito di comunicare con un altro spirito e, al limite, con la moltitudine degli spiriti presenti in uno stesso istante nell’universo. Il primo modo è la parola, che passa dalla bocca all’orecchio prima di seppellirsi nella Scrittura muta e immobile, da dove il pensiero la fa risorgere. Il secondo è il silenzio, che esprime, dopo la parola, ciò che è indicibile, inesprimibile, l’intimità del mistero, l’amore e l’adorazione.
Ma esiste anche una terza lingua, familiare agli artisti, ai poeti, ai profeti: è il simbolo. È senza dubbio la comunicazione più simile alla luce: universale, adatta ai saggi e ai bambini, ricca di significati diversi, duratura, inesauribile. Da un simbolo si può sempre trarre un nutrimento nuovo.
Paolo VI si avvale di questi tre modi del linguaggio umano: ed ecco che sale a Gerusalemme, facendo così atto di nabi, creando un evento di cui nessuno in quel momento può esaurire i significati.
Io che, per tutta la vita, ho riflettuto sul mistero del Tempo nel suo rapporto con l’Eternità, vedo in questo viaggio del Pellegrino il simbolo stesso del Tempo cristiano. Cristo, nel quale si svolgono i secoli che egli ha fatto, è allo stesso tempo dietro di noi, per farci muovere, e davanti a noi, per attenderci. È l’alfa e l’omega, colui che inizia, colui che consuma, colui nel quale tutto si articola e si ricapitola. Paolo VI va da Gesù solo. Rimonta il tempo fino alle origini del Cristianesimo. Ma si fa anche carico di quei venti secoli di storia, delle divisioni dei cristiani, delle scissioni tra i figli di Abramo nostro Padre. Accelera il corso del tempo, offre il tempo a quel Cristo del futuro nel quale Dio sarà tutto in tutti, secondo il pensiero profondo dell’Apostolo di cui ha voluto portare il nome.
L’altro giorno, a San Pietro, sono stato colto dalla sorpresa nell’ascoltare l’annuncio di questo Pellegrinaggio profetico alle fonti, che niente faceva prevedere e che ora appare così naturale, così semplice. Una parola mi ha colpito; quella del primo annuncio che, come una chiave musicale, dà senso a tutto il brano: humillime. È anche la parola di san Paolo — ho pensato —, la parola della Lettera ai Filippesi, dove san Paolo annuncia che l’incarnazione è stata un atto dell’umiltà divina.
L'Osservatore Romano