sabato 4 gennaio 2014

Non si deve sterilizzare la preghiera




Il segretario generale della Cei sulla pastorale vocazionale. 

Preghiera ed esempio per le vocazioni. Parola di monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all’Jonio, alla sua prima uscita pubblica in veste di segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei). Il presule è intervenuto ieri, venerdì 3, al convegno annuale promosso dall’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Cei sul tema «Apriti alla verità, porterai la vita. Vocazioni testimonianza della verità», che prosegue fino a domani, domenica 5 gennaio, presso la Domus Pacis di Roma.Parlando di fronte a un uditorio di oltre cinquecento persone, in rappresentanza di 130 diocesi italiane, il segretario generale della Cei ha suggerito di imboccare in modo netto la via indicata da Papa Francesco. Una impostazione rinnovata che deve investire con decisione anche la pastorale vocazionale. In primo luogo, dunque, l’attenzione alla preghiera, senza la quale, è assodato, «non andiamo da nessuna parte». Tuttavia, ha aggiunto, «guardando alla mia esperienza di formatore, mi sento di dire che forse una cosa nella quale non mi sembra ci sia sufficiente consapevolezza da parte nostra è che la preghiera va bene, ma dobbiamo renderci conto molto di più che l’esempio è indispensabile. Senza esempio da parte delle persone consacrate, le preghiere non vanno da nessuna parte». Infatti, ha aggiunto, «abbiamo un brutto potere noi: con il cattivo esempio, la mancanza di passione o di lealtà, possiamo anche sterilizzare la preghiera. E qui l’augurio che faccio a tutti quanti noi, è quello di sentirci spinti, sulla linea di quanto Papa Francesco ci sta dicendo, a rendere testimonianza con gioia di quello che viviamo dentro di noi». In questo senso, monsignor Galantino si è anche augurato di «avere sempre più persone consacrate, sacerdoti che non siano faccendieri e professionisti della pastorale vocazionale, ma gente che — proprio perché crede in Gesù Cristo e sente la passione forte per Lui — sia capace di spendersi in maniera credibile per gli altri».
Nel presentare il tema del convegno, monsignor Nico Dal Molin, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per la pastorale delle vocazioni, ha spiegato che «essere persone vere significa raccontare, cercare e amare la verità, fino a farsi carico della vita degli altri con la propria vita». Infatti, si è chiesto il sacerdote, «che cosa significa oggi essere persone vere? Che cosa ci richiede l’apertura e la testimonianza della verità in un mondo dove, talvolta, l’ipocrisia, il double face e la mistificazione della realtà divengono stili di vita diffusi e contagiosi?».
Per questo, anzitutto è necessario «raccontare la verità», in un tempo in cui «la parola è malata e questa malattia si chiama banalità e menzogna». In secondo luogo occorre, ha proseguito monsignor Dal Molin, «cercare la verità», la quale richiede «la ricerca della verità di se stessi, della vita, del senso e del perché noi facciamo qualcosa piuttosto che qualcos’altro». Nella consapevolezza che la «verità non si compera in nessun negozio» e «ha un prezzo da pagare: la fatica dell’interiorità». Terzo elemento: «Il modo migliore per capire quello che sta avvenendo nel cuore di una persona, e cioè se davvero essa vuole essere trasparente e non menzognera, è quello di guardarla negli occhi», perché «lo sguardo negli occhi va dritto al cuore e lì si può capire ciò che crea tensione e angoscia, malinconia e demotivazione, voglia di scegliere e paura di lanciarsi in una decisione».
Dunque, ha proseguito Dal Molin «amare la verità significa diventare “figli della luce”, essere donne e uomini “mattinali”, in attesa dell’aurora che dipinge di luce, in maniera sempre più luminosa, l’orizzonte». Infatti, il metro dell’amore alla verità rimane l’attenzione all’altro: «Quando si perde l’attenzione e il senso di comprensione verso la difficoltà della singola persona, quando si tende a massificare anche la sofferenza allora si comincia a essere dislocati e disumani, si tende perciò a entrare nella sfera di tenebra e a non lasciarsi più attrarre nell’orbita della luce».
L'Osservatore Romano

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Celebrazione Eucaristica di S. E. Mons. Beniamino Stella al Convegno Nazionale dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni

UNPV
Leggiamo sempre con molta emozione la storia della chiamata dei due discepoli, di cui ci parla  proprio il Vangelo di oggi, sabato 4 Gennaio. Un Vangelo emblematico, con dei particolari per nulla insignificanti e secondari nella dinamica delle chiamate da parte del Maestro, Gesù di Nazareth. 
Il brano del Vangelo ci mostra “il metodo” di Gesù, che è quello dell’incontro personale con coloro che in seguito diventeranno suoi discepoli. In maniera assai diretta, Gesù non invita a ricevere spiegazioni astratte, ma propone un rapporto; non vuole convincere per forza, ma attrae con l’amore che diffonde intorno a sé. 
È toccante pensare a quella nota umanissima, “erano circa le quattro del pomeriggio”; solo chi ama e si sente amato ricorda simili dettagli; ricorda il momento in cui la sua vita ha conosciuto una svolta, storica e definitiva. Pensiamo a tutti i momenti in cui Gesù ha “attraversato” la nostra vita e ci ha fatto sentire la sua vicinanza, guidandoci alla comprensione e all’accoglienza della nostra vocazione. Chi si sente cercato ed amato può rispondere “sì” con entusiasmo, per sé e davanti alla comunità cristiana.
La vocazione, quindi, resta sempre un incontro personale con Gesù, che si svela a chi lo ascolta, a chi si ferma con lui – “quel giorno rimasero con lui” – e gli va plasmando nel cuore la verità profonda del proprio essere prescelti da uno speciale gesto di amore del Maestro. Gesù è la “verità che ci fa liberi”. Con la sua persona e la sua vita ha dato testimonianza alla verità più cara e più bella del nostro essere chiamati a diventare figli del Padre e, pertanto, discepoli e fratelli del Signore.

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Vocazione e testimonianza. "È un prete felice? Vedrete... saprà fare del bene". Intervista al cardinale Paul Poupard   
SIR
 
(Maria Chiara Biagioni) Classe 1930, il cardinale Paul Poupard è presidente emerito del Pontificio Consiglio della cultura e del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. A lui il compito di parlare della “ricerca della verità nella cultura contemporanea” al convegno (...)