I mutamenti nella società impongono un ripensamento alle famiglie religiose.
(Grazia Loparco) Ci prepariamo al sinodo sulla famiglia. La Chiesa è provocata a mettersi maggiormente in ascolto e in dialogo con tutti. Nella Chiesa ci sono molte sedicenti famiglie religiose composte di religiosi, religiose, laici che si riconoscono in una spiritualità. Viviamo in un contesto di famiglia sempre più plurale, con modelli antropologici, etici, relazionali combinati nei modi più vari. Pluralismo di forme nei nuclei familiari e ideologia di genere sono amplificati e molto diffusi attraverso i mass media, entrano nei comportamenti e nella mentalità di chi non ha punti di riferimento nelle scelte.
Comportamenti sempre più legittimati dall’opinione pubblica si sviluppano paralleli rispetto alle proposte ecclesiali. Di mezzo, evidentemente, c’è la persona, l’antropologia, che tipo di persone si concepisce, si vuole e si tenta di essere.
Hanno qualcosa da dire su questo cambiamento radicale le famiglie religiose? O nella società, pur diminuendo, specie in Occidente, esse hanno qualche significato e rilevanza solo per i servizi che prestano, per le attività caritative o educative che promuovono, ispirandosi al Vangelo che mette al centro la vita di ogni persona umana? Ma essi stessi, uomini e donne, come si percepiscono e si relazionano tra loro? Il presente è condizionato dalla loro storia. Molte congregazioni religiose sono sorte tra ’800 e prima metà del ’900, in diversi Paesi europei. Parecchie di esse hanno la duplice “versione”, maschile e femminile, a cui si sono associati laici per espandere la missione e, nei casi migliori, la ripercussione sociale di un progetto evangelico. Ma fino a pochi decenni fa le attività dei religiosi e delle religiose erano condotte in modo separato. Un po’ meno nelle terre di missione, dove si era costretti a lavorare insieme e non di rado i missionari riconoscevano l’apporto decisivo delle religiose per aprire le porte delle famiglie all’evangelizzazione. Nel caso degli istituti educativi e assistenziali, in Europa, invece, i sacerdoti erano confessori, predicatori, direttori spirituali delle comunità femminili e anche delle allieve dei collegi, degli oratori, dei convitti. Le religiose non intervenivano direttamente nelle opere di apostolato dirette dai religiosi, ma a volte erano addette a servizi domestici nei collegi e nelle case di formazione maschili. Diverse testimonianze parlano di suore percepite come madri sollecite e sorelle attente anche nei momenti difficili della salute o della vocazione. Ma ufficialmente la loro azione restava invisibile, il loro aiuto poco verbalizzato. Era normale, per il rapporto asimmetrico avvertito e coltivato con la figura dei sacerdoti. Così era la formazione sia delle religiose che dei religiosi. Si operava con lo stesso spirito, ma ognuno nel proprio campo, come la società e la Chiesa richiedevano e si aspettavano. D’altronde, campagne di stampa scandalistiche montate ad arte suggerivano somma prudenza, oltre alle normali misure di buon senso.
Con lo sviluppo della coeducazione, nelle opere soprattutto scolastiche, associative, del tempo libero, sia maschili sia femminili, sono entrati ragazzi e ragazze. E gli educatori e le educatrici hanno provveduto a inserire laici e laiche come insegnanti e animatori, in attenzione all’altera pars. Nei casi migliori, religiosi e religiose hanno provato a collaborare più direttamente, e i superiori hanno scritto testi per descrivere le caratteristiche e la comune missione delle famiglie che si riconoscono in una spiritualità. Però in realtà manca ancora molto a un salto qualitativo di fatto, visibile e identificabile, che oggi è strettamente dipendente da ogni persona. Siamo spesso lontani da una vera reciprocità nelle relazioni interpersonali e istituzionali, da una vera condivisione di decisioni, progetti e responsabilità. Su questo punto l’attualità sfida i religiosi e le religiose e, a ben pensarci, essi devono una risposta, essendo segni per definizione, anche come punta avanzata della Chiesa, come gente capace di rimettersi in discussione alla luce del progetto originario di Dio sull’uomo e sulla donna. È una sfida perché occorre andare verso l’inedito, sporgersi come persone e mettersi in gioco rimodulando i ruoli nelle relazioni, rinnovando le modalità della missione. Su questo punto la storia degli ultimi due secoli tace.
È compito della nostra generazione. Nella confusione dei generi, nel disagio sociale di uomini e donne che tendono a strumentalizzare l’altro fino allo sfruttamento e all’omicidio, nella difficoltà di superare le prove nelle famiglie reali, la vita religiosa ha una parola da dire, una buona notizia da comunicare, dopo aver maturato un cambio al suo interno, un modo di pensarsi e di formarsi continuamente in rapporto all’altra metà del cielo. Se una famiglia religiosa matura relazioni di reciprocità tra le componenti adulte, potrà offrire una proposta significativa al disorientamento prodotto tra i giovani dalla propaganda di modelli senza prospettive di qualità di vita. Come impegnarsi sul serio a ripensare i modelli antropologici, di uomini e donne, padri e madri, fratelli e sorelle, nelle diverse parti del mondo, per esprimere la novità evangelica del progetto originario sulle persone chiamate al dialogo e alla comunione, alla cura reciproca e al rispetto? Soprattutto ai giovani, mi pare, dobbiamo uno sforzo in tale direzione, dato che come religiosi siamo segni per definizione. Sarebbe un ripensamento delle relazioni che tocca intimamente anche la Chiesa, un cambio che per i religiosi e le religiose comincia in casa, dalle collaborazioni quotidiane che possono essere funzionali oppure realmente umanizzanti con una ripercussione positiva ad ampio raggio.
Così le famiglie religiose tradizionali, chiamate a essere se stesse nel dinamismo della storia, diverse dalle nuove forme di vita consacrata dove le comunità miste sono originarie, possono offrire l’esperienza riflessa come base di un ripensamento antropologico, che trova elementi di profonda convergenza nella missione, nel servizio alle persone, a cominciare da se stessi. Probabilmente, diventando visibilmente più simili alla gente comune, nella specificità della propria vocazione, si riacquisterebbe anche trasparenza e incisività di testimonianza e di annuncio.
L'Osservatore Romano
Hanno qualcosa da dire su questo cambiamento radicale le famiglie religiose? O nella società, pur diminuendo, specie in Occidente, esse hanno qualche significato e rilevanza solo per i servizi che prestano, per le attività caritative o educative che promuovono, ispirandosi al Vangelo che mette al centro la vita di ogni persona umana? Ma essi stessi, uomini e donne, come si percepiscono e si relazionano tra loro? Il presente è condizionato dalla loro storia. Molte congregazioni religiose sono sorte tra ’800 e prima metà del ’900, in diversi Paesi europei. Parecchie di esse hanno la duplice “versione”, maschile e femminile, a cui si sono associati laici per espandere la missione e, nei casi migliori, la ripercussione sociale di un progetto evangelico. Ma fino a pochi decenni fa le attività dei religiosi e delle religiose erano condotte in modo separato. Un po’ meno nelle terre di missione, dove si era costretti a lavorare insieme e non di rado i missionari riconoscevano l’apporto decisivo delle religiose per aprire le porte delle famiglie all’evangelizzazione. Nel caso degli istituti educativi e assistenziali, in Europa, invece, i sacerdoti erano confessori, predicatori, direttori spirituali delle comunità femminili e anche delle allieve dei collegi, degli oratori, dei convitti. Le religiose non intervenivano direttamente nelle opere di apostolato dirette dai religiosi, ma a volte erano addette a servizi domestici nei collegi e nelle case di formazione maschili. Diverse testimonianze parlano di suore percepite come madri sollecite e sorelle attente anche nei momenti difficili della salute o della vocazione. Ma ufficialmente la loro azione restava invisibile, il loro aiuto poco verbalizzato. Era normale, per il rapporto asimmetrico avvertito e coltivato con la figura dei sacerdoti. Così era la formazione sia delle religiose che dei religiosi. Si operava con lo stesso spirito, ma ognuno nel proprio campo, come la società e la Chiesa richiedevano e si aspettavano. D’altronde, campagne di stampa scandalistiche montate ad arte suggerivano somma prudenza, oltre alle normali misure di buon senso.
Con lo sviluppo della coeducazione, nelle opere soprattutto scolastiche, associative, del tempo libero, sia maschili sia femminili, sono entrati ragazzi e ragazze. E gli educatori e le educatrici hanno provveduto a inserire laici e laiche come insegnanti e animatori, in attenzione all’altera pars. Nei casi migliori, religiosi e religiose hanno provato a collaborare più direttamente, e i superiori hanno scritto testi per descrivere le caratteristiche e la comune missione delle famiglie che si riconoscono in una spiritualità. Però in realtà manca ancora molto a un salto qualitativo di fatto, visibile e identificabile, che oggi è strettamente dipendente da ogni persona. Siamo spesso lontani da una vera reciprocità nelle relazioni interpersonali e istituzionali, da una vera condivisione di decisioni, progetti e responsabilità. Su questo punto l’attualità sfida i religiosi e le religiose e, a ben pensarci, essi devono una risposta, essendo segni per definizione, anche come punta avanzata della Chiesa, come gente capace di rimettersi in discussione alla luce del progetto originario di Dio sull’uomo e sulla donna. È una sfida perché occorre andare verso l’inedito, sporgersi come persone e mettersi in gioco rimodulando i ruoli nelle relazioni, rinnovando le modalità della missione. Su questo punto la storia degli ultimi due secoli tace.
È compito della nostra generazione. Nella confusione dei generi, nel disagio sociale di uomini e donne che tendono a strumentalizzare l’altro fino allo sfruttamento e all’omicidio, nella difficoltà di superare le prove nelle famiglie reali, la vita religiosa ha una parola da dire, una buona notizia da comunicare, dopo aver maturato un cambio al suo interno, un modo di pensarsi e di formarsi continuamente in rapporto all’altra metà del cielo. Se una famiglia religiosa matura relazioni di reciprocità tra le componenti adulte, potrà offrire una proposta significativa al disorientamento prodotto tra i giovani dalla propaganda di modelli senza prospettive di qualità di vita. Come impegnarsi sul serio a ripensare i modelli antropologici, di uomini e donne, padri e madri, fratelli e sorelle, nelle diverse parti del mondo, per esprimere la novità evangelica del progetto originario sulle persone chiamate al dialogo e alla comunione, alla cura reciproca e al rispetto? Soprattutto ai giovani, mi pare, dobbiamo uno sforzo in tale direzione, dato che come religiosi siamo segni per definizione. Sarebbe un ripensamento delle relazioni che tocca intimamente anche la Chiesa, un cambio che per i religiosi e le religiose comincia in casa, dalle collaborazioni quotidiane che possono essere funzionali oppure realmente umanizzanti con una ripercussione positiva ad ampio raggio.
Così le famiglie religiose tradizionali, chiamate a essere se stesse nel dinamismo della storia, diverse dalle nuove forme di vita consacrata dove le comunità miste sono originarie, possono offrire l’esperienza riflessa come base di un ripensamento antropologico, che trova elementi di profonda convergenza nella missione, nel servizio alle persone, a cominciare da se stessi. Probabilmente, diventando visibilmente più simili alla gente comune, nella specificità della propria vocazione, si riacquisterebbe anche trasparenza e incisività di testimonianza e di annuncio.
L'Osservatore Romano