sabato 12 luglio 2014

15ª Domenica del Tempo Ordinario - Anno A



XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIOAnno A
Nella 15.ma Domenica del Tempo ordinario la Liturgia ci propone la parabola del seminatore in cui Gesù paragona la Parola di Dio al seme che in parte cade lungo la strada e viene mangiata dagli uccelli, in parte sul terreno sassoso e sui rovi e brucia e viene soffocata. Quindi aggiunge:
“Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”.  
Il Vangelo oggi risponde a due interrogativi che, ieri come oggi, si pongono alla Chiesa: Perché il Regno (la Chiesa) non è accolto da tutti? E Gesù risponde: ”Perché a voi è dato…, ma a loro non è dato”…; e ancora: perché alcuni che hanno accolto il Regno poi lo abbandonano? A questo risponde la parabola del seminatore: ci sono quattro atteggiamenti di fronte alla parola del Signore: la “strada”, chi non vuole ascoltare, e il Maligno, l’avversario, porta via tutto; la “roccia”, il superficiale e l’incostante, che accoglie la parola ma non ha terra dove possa crescere e dare frutto; le “spine”, chi si fa avvolgere dalle preoccupazioni del successo e delle ricchezze, che avvelenano la vita di Dio in noi; e infine il “terreno buono”, il cuore povero, mite, volto verso la parola, che si lascia chiamare a conversione: questi dà frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Tra la parabola e la sua spiegazione, c’è una domanda posta al Signore: “Perché alle folle parli in parabole?”. Una domanda che ci riguarda tutti. Ai discepoli, Dio concede la grazia di una conoscenza profonda del mistero del Regno, ma come ascolti? La parabola è un racconto semplice, che interroga, che obbliga chi ascolta a situarsi in essa. L’ascoltatore superficiale, o incredulo non è interessato: ha altro di più importante a cui pensare – è il peccato grave della insensibilità del cuore. E così con la parabola il Signore “mette a nudo” le disposizioni del cuore di chi ascolta. Oggi: davanti a questa parola dove sta il mio cuore?
(don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario Redemptoris Mater))
*

MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 16,15
Nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al mio risveglio mi sazierò della tua presenza.

Colletta

O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore...

 
Oppure:
Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell'umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura  Is 55, 10-11
La pioggia fa germogliare la terra.

Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:
«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».


Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 64
Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.
Tu visiti la terra e la disseti,
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu prepari il frumento per gli uomini.

Così prepari la terra:
ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.

Coroni l’anno con i tuoi benefici,
i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza.

I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di messi:
gridano e cantano di gioia!


Seconda Lettura
  Rm 8, 18-23
L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.


Canto al Vangelo
  
Cf Mt 13,19.23
Alleluia, alleluia.

Il seme è la parola di Dio
e il seminatore è Cristo:
chiunque trova lui, ha la vita eterna.

Alleluia.

   
   
Vangelo  Mt 13,1-23 
(Forma breve Mt 13,1-9)
Il seminatore uscì a seminare.

Dal vangelo secondo Matteo
[ Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».  
]
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
 

*

COMMENTO

Questa domenica Il Signore ci parla da una barca. La sua cattedra è un Legno che solca le acque, immagine della Croce, dalla quale ammaestra tutte le nazioni, attirando a sé ogni uomo. Il particolare è importante, è la chiave all’intelligenza della parabola di questa domenica.

La barca è anche immagine della Chiesa, novella Arca che, come accadde con Noè, pone in salvo un piccolo resto, generazione dopo generazione, ovvero la comunità degli eletti ad essere le primizie tra coloro che risuscitano dai morti.

Uniti al loro Capo, il Signore crocifisso e risorto, essi solcano le acque che separano dalla Terra Promessa, e attraversano i marosi di morte che dominano questo mondo; costituiscono la moltitudine di coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione, e hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello.

La barca unisce dunque i simboli della Chiesa e della Croce. Li interseca indissolubilmente. La Chiesa è, in questo mondo, crocifissa con il suo Signore per far risplendere, attraverso le vicende della storia, il mistero della resurrezione. La barca dalla quale il Signore ci parla è il segno del destino al quale ogni uomo è chiamato.

La Parabola esprime l’opera di evangelizzazione della Chiesa, l’annuncio inesausto della Parola di vita, la Buona Notizia della salvezza. Essa scaturisce dall’esperienza che gli apostoli fanno nella Chiesa. Nulla di improvvisato. C’è un cammino da compiere, ascoltando la Parola e accostandosi ai sacramenti, altrimenti non c’è contenuto autentico e credibile da annunciare.

La voce del Signore, infatti, giunge  nel mondo  attraverso la vita e la parola dei suoi discepoli. Ciò significa che anche il Vangelo di oggi risuona, come tutti, dalla Croce, e solo in essa se ne coglie il senso più profondo. Essa è per i poveri e i piccoli, per chi si sente abbandonato, frustrato, umiliato. Per i peccatori.

E, infatti, accade che la Parola della Croce non sia "compresa" da chi, invece, povero e peccatore non si senta; essa è stoltezza per gli intelligenti di questo mondo, e scandalo per chi si crede religioso e giusto. Ma scusa, diranno, che c'entra Dio con la quella tortura? Non è così che si salva il mondo... E neanche il mio matrimonio, la relazione con i figli, il lavoro, la vita... 

Sono alleati i grandi intellettuali e gli impeccabili religiosi, sempre. Solo, iniziano da due presupposti diversi, ma approdano alla stessa conclusione: Dio, il Dio religioso o quello laico della società civile, non c'entra nulla con la Croce. E, infatti, è proprio così. Come potrebbero ascoltare e comprendere se si aspettano un Dio diverso che gli parli? Il loro Dio, ovvero la loro proiezione... 

Il loro cuore è come una strada, ci passano sopra ideologie, culture, filosofie, idee religiose, leggi, settarismi e moralismi. E così, arrivano gli uccelli del cielo, il pensiero mondano e pagano, i sofismi del demonio, e si divorano la Parola. E il risultato è sotto i nostri occhi: altro che Croce da caricarsi, ci vuole il divorzio! Altro che perdono, ci vuole una causa! Altro che misericordia, ci vuole giustizia! 

E tu, con tuo marito? Con il tuo collega? Con tuo figlio? Dov'è la Parola che ti è stata predicata? Se l'è mangiata lo psicologo, vero? O, per caso, se l'è divorata quel tuo amico che ti ha fatto una testa così, smentendo punto per punto l'annuncio della Chiesa? O forse quello che ti hanno detto i professori, o la televisione, o il tuo cuore indurito da tanto tempo senza pregare, confessarti, umiliarti? 

Altra volte capita che la Parola sia come rugiada del mattino per chi, sentimentalmente, la accoglie entusiasmandosi per qualcosa che appare sublime, consolante e .... utile. Vi è una forma infantile di ascoltare, tipica di chi attende dalla vita qualcosa o qualcuno che risolva i problemi contingenti, che sappia insomma riordinarla.

Essi accolgono con gioia la Parola ma, per la fretta di sistemare le cose e non avere più a soffrire delusioni, non si accorgono che essa è crocifissa e che crocifigge in Cristo chi la accoglie.

Essa, infatti, è la Parola di vita proprio perché, attraverso la Croce, purifica da ogni opera morta e unisce in una sola carne e in un solo Spirito con il Signore. La Chiesa, al netto di contaminazioni mondane sempre in agguato, predica Cristo e Cristo Crocifisso, l’unica Parola di amore e di verità. L’unica nella quale c’è salvezza.

Quando, dopo l’ascolto della predicazione, a poco a poco nella vita di ogni giorno, il mistero annunciato si svela, e appaiono le persecuzioni e le tribolazioni al posto dei miracoli attesi, si svela anche la superficialità della fede, la mancanza di radici.

La Parola non è penetrata a fondo, il terreno era poco profondo, come il modo di vivere di chi passa le giornate sempre in superficie, terrorizzato di entrare nella verità che ogni relazione suppone.

Il superficiale è colui che ha scambiato il Vangelo per un ansiolitico, perché, ingannato, crede che la vita realizzata sia quella anestetizzata. E così tenta di mettere toppe, di aggiustare, di vivere schivando le difficoltà. 

Quello che dice sempre sì ai figli, ad esempio, e si fa loro "amicone": "dai, dimmi com'è andata, anche io da giovane ne ho fatte di tutti i colori...". Discoteca? Internet ventiquattr'ore su ventiquattro, il tatuaggio, il piercing, la vacanza con il fidanzato, la musica figlia del demonio sempre nelle orecchie, e soldi, e vestiti, e mai un sacrificio? Ma sì, basta stare attenti, e poi bisogna fare le proprie esperienze, no? E poi? Poi resta scandalizzato se la figlia torna incinta, se scopre che suo figlio sono anni che si fa le canne e ora viaggia a cocaina e pasticche, se a scuola va malissimo, che disgraziato... 

Così tutti i superficiali si scandalizzano di fronte alla sofferenza. Quelli che marciano ogni due per tre gonfi di indignazione con il governo, con quello o quell'altro? Tutti superficiali, che hanno schivato la Croce, si sono placati con qualche predicazione traendone la pomata per curare qualche ferita; ma di accogliere la Croce, la salvezza che passa attraverso la conversione e il pentimento; accettare la storia entrandovi con Cristo, beh questo no... 

In fondo, per loro, la Parola assomiglia a quella annunciata dalle tante sette che mietono successi predicando salute e risoluzione dei problemi.
              
Inoltre, la Parola è spesso soffocata dalle preoccupazioni. Attento eh, tu che scambi le preoccupazioni per fede vera. Esse, di qualunque tipo siano, impediscono alla parola di crescere. Perché ci sei tu, si sono io, a toglierle spazio e aria.

Sembra essere ragionevole e da adulti maturi preoccuparsi per il domani, invece è da pagani! Si preoccupa chi non si lascia amare e condurre dalla Parola, che la ascolta, ma vi pone sempre delle note a margine, escogitando eccezioni e inventando interpretazioni pur di difendere i propri progetti, i criteri e gli obiettivi.

Chi si preoccupa è un idolatra, allinea la Parola accanto alle proprie parole, e, spesso, le riserva l’ultimo posto. E’ affezionato al suo uomo vecchio, e per quello che egli pensa e desidera si preoccupa: come vestire, cosa mangiare, dove abitare.

Il cuore dissipato nelle cose del mondo si fa angusto, inospitale. E non si scappa, non si può servire due padroni, o amore oppure odio. Non vi sono vie di mezzo. Il mondo, il denaro, le pompe del demonio, l’evanescenza dei beni, la schiavitù del denaro e degli affetti soffocano ogni progresso nella fede.

L’idolatria che è l’adulterio del cuore è proprio quello che ha reso così difficile la storia del popolo di Israele, che ha impedito alla Parola dell’Alleanza di compiersi.

Chi non ha fatto l’esperienza che Dio è Padre nella totale precarietà non può essere discepolo di Cristo. Chi non si è provato seriamente con il denaro non lascerà posto alla Parola, perché il tesoro del suo cuore è lontanissimo da essa.
            
Ebbene, noi siamo tutti questi terreni che frappongono barriere tra la Parola e la nostra vita. E’ vero. Eppure il Vangelo di oggi è una Buona Notizia. Il Signore ci dice che siamo beati, perché, nella Chiesa, vediamo e ascoltiamo quello che neanche i profeti hanno visto e udito.

Siamo beati perché ci sono stati svelati i misteri del Regno di Dio, i segreti che il Padre ha rivelato al Figlio, Lui li ha confidati alla sua Chiesa. A noi, piccoli e peccatori. Il vero pericolo nella vita è non rendersi conto della realtà. Il presumere di noi stessi, il credere di vedere e non vedere, l’essere certi di ascoltare e non udire proprio nulla.

Ma proprio per il fatto che oggi ci è dato di ascoltare ancora una volta il vangelo fa di noi dei beati. Sì, nella Chiesa possiamo essere illuminati attraverso la predicazione che ci svela di essere strada, sassi e spine. Che la nostra carne è incapace di accogliere il Vangelo, senza una Grazia speciale dal Cielo.

E che, proprio per questo, Dio ha mandato il suo unico Figlio, con una carne simile alla nostra: perché facesse di noi la terra buona capace di accogliere la Parola di salvezza. Nella Croce ha condannato il peccato nella carne, ha inchiodato tutta la parte di noi che si ribella, incostante, sentimentale e superficiale, presuntuosa e superba, adultera e idolatra.

La Croce ha arato la carne del Signore: i chiodi e le spine, la lancia e l’aceto hanno dissodato perfettamente la sua terra, al punto che vi è potuto cadere come un seme capace di morire e dare un frutto meraviglioso. Dove giunge Lui, infatti, ogni terra diventa “buona”, capace di dare il frutto che Dio ha pensato per noi.

Ognuno di noi è nato per compiere una missione. Il “trenta”, il “sessanta”, il “cento”, non sono qualità diverse, ma forme differenti nelle quali lo stesso frutto matura sull’albero della Croce. Alcuni, per il ministero affidato, dovranno produrre un frutto diverso da altri. 

E anche a una mamma capiterà che di fronte a una situazione difficile, magari quando dovrà perdonare il marito che l’ha tradita, sia chiamata a dare il “cento”; mentre in altre circostanze basterà il “trenta”. E così per ogni missione concreta alla quale il Signore ci chiama.

Ma solo la nostra Croce di ogni giorno può dare compimento alla vita. Le ferite dei nostri giorni sono le soglie attraverso le quali la Parola può entrare in noi. E scendere, e penetrare fino in fondo, e mettere radici, e dare il frutto, in ogni situazione. La Parola crocifissa dà i frutti della Croce: l’amore e la misericordia, le stesse scaturite dalle piaghe gloriose del Signore, sangue e acqua, vita e vita eterna.
              
E’ questa la Buona notizia. Siamo quello che siamo, e Dio ci ama. E ci ha chiamati, eletti, santificati. La sua Parola non tornerà al Padre senza effetto. La Croce dalla quale sgorga la predicazione prepara essa stessa il buon terreno. La Croce, quella alla quale siamo oggi inchiodati, è l’aratro che fa di noi la terra buona che accoglie il Signore.

Essa è il segno della fedeltà di Dio alla sua promessa. Cristo, infatti, sulla via della Croce, ha sperimentato la durezza della strada, le ferite delle spine, i dolori delle pietre. Ma sul Monte Golgota il Padre ha provveduto per Lui e per noi. Più forte della strada, più forte delle pietre, più forte delle spine, la Croce di Gesù ha trapassato ogni impedimento, ed è stata piantata lì sotto, nella terra buona. Sotto alla scorza della nostra durezza di cuore e al di là della friabilità della nostra incostanza e incoerenza.

E proprio così accade anche oggi nella nostra vita. La sua Parola scende, per pura Grazia, sino in fondo, oltre i nostri ostacoli, e giunge sino alla parte buona del nostro cuore, quella che il suo amore si è preparato, e ha custodito intatta, perché il peccato originale non cancella la firma del Padre.

La Parola di Dio, infatti, ha bisogno di questa terra buona, dove poter scendere in fondo, e, lì, morire, come un seme, per mettere radice, crescere e germogliare; e Cristo vi può scendere solo attraverso una solida iniziazione cristiana, attraverso la quale la Chiesa ci accompagni aiutandoci a provarci con i beni, a mandare all’anatema il denaro e i suoi servi. 

In essa possiamo imparare da Lui, mite e umile di cuore, ed accogliere il suo giogo, la Croce, l'unica che mette radici e vince l'incostanza e lo scandalo. Solo nella Chiesa possiamo sperimentare che crocifissi con Cristo si è davvero liberi, e quindi felici, e realizzati. 

Solo nella comunità cristiana si cambia a poco a poco mentalità, perché i pensieri mondani non abbiano più potere su di noi e si divorino la parola che ascoltiamo. Ne abbiamo bisogno, non basta ascoltare da soli, dialogando con se stessi, siamo troppo deboli. Non possiamo fare a meno della Chiesa che ci aiuti e sostenga nell'ascolto, perché il seme della Parola scenda in quella parte di noi che è solo per Cristo, e dia frutto. 

La Croce della nostra storia apre il cammino, nella predicazione e nel cammino con la Chiesa la Parola fatta carne in Gesù vi passa per farci fare Pasqua con Lui. E saranno pace, gioia, e magnanimità, i frutti dello Spirito Santo, frutti di vita eterna che offriremo al mondo.

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"Tutti siamo incaricati di portare la Parola al mondo"

Lectio Divina per la 15ª Domenica del Tempo Ordinario - Anno A


Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la 14ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A.
Come di consueto, il presule offre anche una lettura patristica.
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LECTIO DIVINA
Gesù, il Seminatore che semina la vita.
15ª Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 13 luglio 2014
Rito Romano
Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
Rito Ambrosiano
5ª Domenica dopo Pentecoste
Gen 11,31.32b-12,5b; Sal 104; Eb 11,1-2.8-16b; Lc 9,57-62
1)      Le parole della Parola da seminare.
            La parabola del seminatore parla in primo luogo di Gesù, il nostro Redentore, che vuole presentarci la sua missione e il senso della sua presenza in mezzo a noi con il paragone del seminatore.
            In un brano precedente a quello proposto oggi, l’evangelista San Matteo scrive: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del Regno” (9,35). Gesù dunque vede se stesso come chi è mandato a “predicare il Vangelo del Regno”. Quando Gesù inizia la sua attività pubblica attribuisce a se stesso un testo del profeta Isaia che dice: “Lo Spirito del Signore è sopra di me … e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio … e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc4,17-19). Gesù afferma che queste parole profetiche si realizzano in Lui: Lui è stato mandato “per annunciare una bella e lieta notizia”, per “predicare il tempo favorevole”. È questo il significato profondo di questa “parabola autobiografica” (Benedetto XVI): come il seminatore esce di casa per spargere il seme, così Gesù che esce dalla casa di Nazareth, per seminare in tutti la bella notizia, il lieto messaggio di Dio che salva l’uomo.
            Quando Papa Francesco quando parla di Chiesa in uscita (Esort. Post-sinodaleEvangelii gaudium 24) si ispira al Seminatore che senza cedere alla stanchezza percorre tutto il campo del mondo fino ai luoghi delle sue fragilità e delle sue bassezze, delle sue debolezze e delle sue contraddizioni, perfino fino al luogo delle bestemmie contro di Lui. Il Seminatore non cessa mai di gettare il buon seme. A noi sembra che getti il seme a caso[1], ma credo che oggi possiamo interpretare questo modo di seminare come insegnamento di Gesù sul modo di essere missionari. La missione non è questione di strategie o di particolari attività da aggiungere al tessuto della nostra esistenza quotidiana. La missione è, soprattutto, una questione di portare una parola carica di una Presenza e nutrita ogni giorno da un esperienza di fraternità, che ripropone, ogni giorno, ad ogni singolo essere umano la domanda “chi sono?”, da dove vengo e, soprattutto, “dove vado e perché?”.
            Da queste domande ineliminabili emerge come il mondo della pianificazione, del calcolo esatto e della sperimentazione, in una parola il sapere della scienza, pur importante per la vita dell’uomo, da solo non basta. Noi abbiamo bisogno non solo del pane materiale, abbiamo bisogno di amore, di significato e di speranza, di un fondamento sicuro, di un terreno solido che ci aiuti a vivere con un senso autentico anche nella crisi, nelle oscurità, nelle difficoltà e nei problemi quotidiani. Abbiamo bisogno di credere, di guardare alla vita con gli occhi della fede,
            La fede non è un semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità particolari su Dio; è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un “Tu” che mi dona speranza e fiducia e amore senza misura.
            La fede è credere a questo amore di Dio che non viene meno di fronte alla cattiveria dell’uomo, di fronte al male e alla morte, ma è capace di trasformare ogni forma di schiavitù, donando la possibilità della salvezza.
            Avere fede, allora, è incontrare questo “Tu”, Dio, che ci sostiene e ci concede un amore indistruttibile che non solo tende all’eternità, ma la dona; è affidarci a Dio con l’atteggiamento del bambino, il quale sa bene che tutte le sue difficoltà, tutti i suoi problemi sono al sicuro nel “tu” della madre. E questa possibilità di salvezza attraverso la fede è un dono che Dio offre a tutti gli uomini.
            Penso che dovremmo meditare più spesso - nella nostra vita quotidiana, caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche – la Parola di Dio seminata in noi, per capire che credere cristianamente significa questo abbandonarci con fiducia al senso profondo che sostiene noi e il mondo, quel senso che noi non siamo in grado di darci, ma solo di ricevere come dono, e che è il fondamento su cui possiamo vivere senza paura.  Dobbiamo essere capaci di accogliere questa certezza liberante e rassicurante della fede per poi annunciare la Parola con le nostre parole e di testimoniarla con la nostra vita di cristiani.
            La parabola di questo seminatore, che è il Signore, che semina in maniera abbondante, ci aiuta a crescere nella consapevolezza e nell’impegno di accogliere la Parola di Dio e di farla fruttare. Ci sono molti rischi e molte situazioni in cui la Parola di Dio non porta frutto, non per l’azione di Dio, che più abbondante di così non potrebbe essere, ma per le distrazioni, le superficialità, le tentazioni nostre. Dunque il seminatore Gesù sparge il seme dovunque, con “spreco” si direbbe, non scartando nessun terreno ma ritenendo ciascuno degno di fiducia e di attenzione. Così la Chiesa per mezzo dei Vescovi, dei Preti e di tutti i Fedeli deve offrire la Parola a tutti e deve farlo senza risparmio di energie.
            E’ la vocazione di ogni cristiano. Tutti siamo seminatori della Parola, dal Papa all'ultimo battezzato. Non tutti siamo seminatori allo stesso grado e con le stesse responsabilità, ma tutti siamo incaricati di portare la Parola al mondo, sapendo che la Parola è la nostra vita prima ancora che la nostra voce.
            Ogni mattina ogni cristiano dovrebbe lasciare la sua casa non solo per andare a guadagnarsi da vivere materialmente ma anche spiritualmente, “uscendo a seminare Cristo, grano che diventa Pane”, senza scoraggiarsi se una parte del seme dovesse cadere su un terreno non buono.
            2) Il seme e la terra.
            La figura del seminatore appare all’inizio della parabola di oggi e poi scompare: i protagonisti sono il seme e la terra, e la situazione presentata dalla parabola è quella, in cui sembra che tutto vada perduto, che l'insuccesso del Regno e della Parola sia totale o eccessivo. E invece – afferma Gesù con questa parabola – non è così. E’ vero che ci sono gli insuccessi, e anche tanti, ma è certo che da qualche parte il successo c’è. Dunque è una lezione di fiducia.
            Inoltre, va tenuto presente che in questa parabola Cristo rivolge l’attenzione alla “terra” delle anime degli uomini e delle umane coscienze e mostra che cosa avviene alla Parola di Dio a secondo dei vari tipi di terra di cui è fatto il campo dell’umanità. Gesù parla di un seme che è stato portato via e non ha cresciuto nel cuore dell’uomo, perché questi ha ceduto al Maligno e non ha capito la Parola. Poi parla del seme caduto sulla terra rocciosa, sulla terra dura che non era in grado di mettere le radici, dunque non ha resistito alla prima prova. Lo udiamo parlare anche del seme caduto tra i cardi e le spine e che è stato da essi soffocato (questi cardi e spine sono le illusioni del benessere che passa). Infine ci parla del seme caduto sulla terra buona, fertile, produce frutto. Chi è questa terra fertile? Colui che ascolta la parola e la comprende. Ascolta e comprende. Non basta ascoltare il Vangelo della nuova ed eterna Alleanza, che è la parola di questo Verbo fatto carne, bisogna accoglierlo con la mente e con il cuore.
            Nel corso di duemila anni la terra è stata già abbondantemente seminata con questa parola. È soprattutto Cristo stesso come Verbo ha reso fertile questa terra della storia umana per mezzo della redenzione mediante il sangue della sua croce. E nella Parola della Croce continua la sua semina, dando inizio a “un nuovo cielo e una nuova terra” (cf. Ap 21, 1). Tutti i seminatori della parola di Cristo attingono la forza del loro servizio da quell’indicibile mistero, quale è diventata - una volta per sempre - l’unione del Dio Verbo con la natura umana, e in un certo senso con ogni uomo (come insegna il Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes, 22). Cadono le parole del Vangelo sulla terra delle anime degli uomini, ma soprattutto il Verbo Eterno stesso, generato per opera dello Spirito Santo da una Vergine-Madre, è diventato fonte di vita per l’umanità.
            La Vergine Maria ci aiuti ad essere, sul suo modello, “terra buona”, dove il seme della Parola possa portare molto frutto.
            Le Vergini consacrate nel mondo sono fra coloro che in un modo particolarissimo hanno preso a modello la Vergine Maria. Sull’esempio della Madonna, la loro parola si fa preghiera,  si fa riconoscenza, si fa dono di amore. Con questa donazione d’amore la loro parola diventa annuncio della Parola di verità che unisce l’uomo alla vita d’amore di Dio. Nel dono verginale di sé riconoscono che Gesù Cristo, loro Sposo, è Re d’Amore, nel cui misericordiosa bontà è ragionevole confidare totalmente. Con la loro vita dimostrano la verità della frasi di Sant’Ambrogio “La tua parola è custodita non in una tomba di morti, bensì nel libro dei viventi” (si veda la lettura patristica che segue).
*
LETTURA 
Lettura Patristica
Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano (340 - 397)
Inizio del trattato «Sui misteri»
(Nn. 1-7; SC 25 bis, 156-158)

”Ogni giorno abbiamo tenuto un discorso su temi morali mentre si leggevano o le gesta dei patriarchi o gli insegnamenti dei Proverbi, perché, modellati e ammaestrati da essi, vi abituaste a entrare nelle vie degli antichi, a percorrere la loro strada e a obbedire agli oracoli divini, cosicché rinnovati dal battesimo teneste quella condotta che si addice ai battezzati.
Ora è venuto il tempo di parlare dei misteri e di spiegare la natura dei sacramenti. Se lo avessi fatto prima del battesimo ai non iniziati, avrei piuttosto tradito che spiegato questa dottrina. C'è anche da aggiungere che la luce dei misteri riesce più penetrante se colpisce di sorpresa, anziché arrivare dopo le prime avvisaglie di qualche sommaria trattazione previa.
Aprite dunque gli orecchi e gustate le armonie della vita eterna infuse in voi dal dono dei sacramenti. Ve lo abbiamo significato, quando celebrando il mistero dell'apertura degli orecchi vi dicevamo: «Effatà, cioè: Apriti!» (Mc 7, 34), perché ciascuno di voi, che stava per accostarsi alla grazia, capisse su che cosa sarebbe stato interrogato e si ricordasse che cosa dovesse rispondere. Cristo, nel vangelo, come leggiamo, ha celebrato questo mistero quando ha curato il sordomuto.
Successivamente ti è stato spalancato il Santo dei Santi, sei entrato nel sacrario della rigenerazione. Ricorda ciò che ti è stato domandato, rifletti su ciò che hai riposto. Hai rinunziato al diavolo e alle sue opere, al mondo, alla sua dissolutezza e ai suoi piaceri. La tua parola è custodita non in una tomba di morti, bensì nel libro dei viventi. Presso il fonte tu hai visto il levita, hai visto il sacerdote, hai visto il sommo sacerdote. Non badare all'esterno della persona, ma al carisma del ministero sacro. E` alla presenza di angeli che tu hai parlato, com'è scritto: Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è l'angelo del Signore degli eserciti (cfr. Ml 2, 7). Non si può sbagliare, non si può negare. E' un angelo colui che annunzia il regno di Cristo, colui che annunzia la vita eterna. Devi giudicarlo non dall'apparenza, ma dalla funzione. Rifletti a ciò che ti ha dato, pondera l'importanza del suo compito, riconosci che cosa egli fa.
Entrato dunque per vedere il tuo avversario, al quale si suppone che tu abbia rinunziato con la bocca, ti volgi verso l'oriente: perché chi rinunzia al diavolo si rivolge verso Cristo, lo guarda diritto in faccia.”
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NOTE 
[1] Per capire bene la parabola va tenuto presente che non si tratta di un seminatore incapace che getta il seme dove capita. Ai tempi della vita terrena di Cristo i campi non erano come quelli attuali soprattutto quelli nel mondo sviluppato. Erano terreni appena dirozzati e non omogenei quindi con pietre, rovi ecc. Quindi Gesù si riferisce a questo tipo di campo, che non veniva arato prima della semina, ma dopo: la semente veniva sparsa in tutte le parti del campo, anche nei sentieri che lo attraversavano e nelle zone sassose o piene di rovi. Per questo molta semente andava perduta (i tre quarti secondo la parabola, che calca intenzionalmente le tinte). Ma il risultato finale, cioè la resa del seme caduto sulla terra buona, compensava tutte le perdite.