Si chiama O.S.A e significa Obiezione alle Spese Abortive. L’idea è stata partorita dall’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII la quale, sul suo sito (www.apg23.org), ricorda che «l’aborto legale è pagato coi soldi delle nostre tasse. Siamo costretti a finanziare coi nostri soldi la soppressione di 320 bambini tutti i giorni. La campagna di Obiezione di coscienza alle Spese Abortive (OSA) è un gesto concreto di ribellione contro questa ingiustizia: essa chiede che cessi ogni forma di finanziamento pubblico legato all’uccisione della vita nascente. Ci si propone l’obiettivo di ottenere una opzione fiscale in denuncia dei redditi affinché si possa destinare la propria quota di tasse per garantire il diritto alla vita dei cittadini più deboli e indifesi sostenendo le gestanti in difficoltà».
Quindi la proposta dell’obiezione fiscale, voluta dal suo fondatore Don Oreste Benzi sin dal 1990, ha una doppia valenza. Da una parte simbolica: non versare poche decine di euro alle casse di uno Stato abortista è un segnale di forte critica alla 194, legge che ha introdotto l’aborto procurato nel nostro Paese. Su altro versante la proposta mira ad incoraggiare realtà pro-life destinando la somma non versata all’Agenzia delle Entrate ad associazioni che operano per aiutare la vita nascente.
Ecco come nel dettaglio si può praticare l’OSA: «Chi vuole fare obiezione alle spese abortive (OSA) deve effettuare il versamento di una cifra (si suggerisce una cifra simbolica, in quanto non è l’entità della cifra che conta, ma il gesto in sé) a favore di una realtà che opera in difesa della vita nascente. L’obiettore dovrà inviare una “dichiarazione di obiezione” al Presidente della Repubblica e al presidente della propria regione pubblicizzando al massimo il suo gesto presso amici, conoscenti, stampa locale… Al momento del pagamento delle proprie imposte l’obiettore può effettuare un gesto di disobbedienza civile, trattenendo la cifra versata per la vita nascente dalle tasse dovute o chiedendone il rimborso se a credito».
C’è anche un modulo OSA scaricabile sul sito che così recita: «Dichiaro di dissociarmi dalle scelte politiche del Governo e del Parlamento italiano e della mia Regione che sostengono e incoraggiano lʼuccisione di bambini innocenti mediante il finanziamento alle strutture che eseguono aborti ed interventi di fecondazione artificiale; di impegnarmi al fine di modificare le leggi esistenti in materia in modo che lo Stato e la Regione non forniscano alcun sostegno, compreso quello economico, a queste pratiche; di richiedere pertanto che lo Stato e le Regioni, ognuno per la parte di sua competenza, cessino immediatamente il suddetto finanziamento e dirottino i relativi fondi verso iniziative concrete di sostegno economico alle madri e famiglie in difficoltà».
Sul modulo c’è anche uno spazio apposito per allegare copia dell’avvenuto versamento compiuto a favore di una realtà associativa pro-life. Sul sito dell’associazione di Don Benzi è scaricabile anche il fac-simile della lettera che si può inviare al proprio presidente di regione. In un passaggio di questa così si legge: «L’aborto non è una attività finalizzata a dare o migliorare la vita, ma a dare la morte, pertanto non è accettabile che l’Ivg rientri tra le prestazioni comprese nei L.E.A. (livelli essenziali di assistenza): le chiediamo quindi di intervenire affinché possa cessare ogni finanziamento pubblico alle pratiche abortive».
È proprio il caso di dire che chi OSA rischia (sanzioni), come ricorda la stessa associazione: «Chi sceglie di non pagare una parte delle imposte allo Stato dovrà nel tempo affrontare le conseguenze di tale decisione». Un rischio di poco conto e forse assai gradito per chi ama la vita. (Tommaso Scandroglio)
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Vietato vietare la preghiera davanti alle cliniche
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Vietato vietare la preghiera davanti alle cliniche
Mentre Giovanna Botteri, corrispondente della Rai dagli Stati Uniti, fa di tutto per depistare l’informazione sul “caso Hobby Lobby” (per lei si tratterebbe di un brutto esempio di sessismo sciovinista con cui i sei maschi della Corte Suprema federale di Washington hanno represso lo spirito de «l’utero è mio e lo gestisco io» incarnato dalle tre giudici donne di quella stessa assise…), da Oltreoceano arriva un’altra importante sentenza emessa dai massimi giudici costituzionali del Paese a difesa di un principio non negoziabile.
La Corte Suprema ha infatti cassato la legge varata nel 2007 dallo Stato del Massachusetts che istituisce davanti alla cliniche in cui si praticano aborti la cosiddetta buffer zone, un vero e proprio “cordone sanitario” di 35 piedi (10 mt. e 668 cm.) che isola le madri prossime all’interruzione volontaria della gravidanza dal resto del mondo, pena l’intervento della polizia. E questo con l’intento evidente di non permettere a nessuno di provare in extremis a convincere quelle madri a desistere. Negli Stati Uniti, infatti, davanti agli abortifici si svolge quotidianamente da decenni la battaglia di preghiera e convincimento dei pro-lifer che cercano ostinatamente di salvare vite umane e che in tantissimi casi ci riescono, ostacolati in tutti i modi dagli “angeli della morte” delle troppe sigle filoabortiste che invece fanno di tutto per ottenere l’esito contrario, sbeffeggiando e ingiuriando i pro-lifer, “scortando” le madri prossime all’aborto e, appunto com’è successo in Massachusetts, ricorrendo persino al legislatore compiacente.
Ma una volta tanto è andata male, e la Corte Suprema, davanti alla quale la pessima legge dell’ultra-liberal Massachusetts era finita, ha detto chiaro e netto che non se ne parla nemmeno, che una norma così è ridicola e assurda, e che si tratta di una violazione lampante anzitutto della libertà religiosa e in secondo luogo della libertà di espressione che la Costituzione federale garantisce inamovibilmente a qualunque cittadino americano. E la Corte Suprema di Washington l’ha fatto con una lucidità e una nettezza che hanno ben pochi precedenti. Lo ha infatti sentenziato all’unanimità, senza nessun parere contrario, senza che alcun giudice di quella suprema magistratura giuridica, maschio o femmina che fosse, avesse alcunché da obiettare (tant’è che sul punto il silenzio delle varie Giovanna Botteri è assordante…).
Davanti alla Corte Suprema il caso della “buffer-zone” ci è arrivato per iniziativa di un arzilla nonna di 77 anni, Eleanor McCullen, che si è sobbarcata il fardello e che ha deciso di vedere se i garanti supremi delle libertà costituzionali americane se la sentivano di vidimare un abuso di questo genere. E così il supremo tribunale americano, pur consentendo ai parlamenti di Stato di legiferare in modo da proteggere (per tutti) gli accessi alle cliniche, ha stabilito incontrovertibilmente che nessuno può proibire l’esercizio della libertà di espressione su suolo pubblico, correttamente distinguendo tra chi protesta (magari in modo eccessivo e contrario alla libertà delle persone) e chi invece propone civilmente e urbanamente un’alternativa alle madri in procinto di abortire. Non è un sofisma, né un cavillo da azzeccagarbugli: è un modo nitido per tutelare sempre e comunque la libertà dei cittadini, prevenendo qualsiasi azzardo o molestia da parte di chicchessia (la bontà di una causa non autorizza nessuno a passare dalla parte del torto), ma al contempo impedendo che questa norma in positivo si ritorca in negativo contro la libertà stessa degli americani, ostacolando le opere di bene compiute nel rispetto di una legge che vale per tutti (compreso chi quel bene non lo riconosce affatto, e magari persino lo combatte). La laicità dello Stato è salva, l’equidistanza tra le fedi (e tra credenti e non-credenti) è più che al sicuro, ma al contempo (anzi, proprio in questo modo) la legge tutela positivamente chi compie il bene.
Come detto, la ratio è la difesa della libertà di opinione e prima ancora la tutela della libertà religiosa (quella che nella Costituzione federale americana fonda tutte le altre libertà civili, compresa la suddetta libertà di opinione): perché negli Stati Uniti impedire di affermare in pubblico il valore sacro della vita umana (come fanno i credenti ma anche diversi non credenti) è da sempre un reato, a maggior ragione impedire di affermarne (come fanno i credenti) il suo fondamento religioso. È straordinario riflettere sul fatto che questa basilare decisione presa all’unanimità dall’organo che negli Stati Uniti tutela le libertà fondamentali dei cittadini, e che per mezzo di esse difende dunque i “princìpi non negoziabili”, sia giunta il 26 giugno, nel pieno di quella crociata di preghiera, il “Fortnight for Freedom”, con cui la Conferenza episcopale cattolica statunitense ha chiamato a raccolta gli americani per celebrare appieno il senso dell’identità americana. E poi c’è chi pensa che la preghiera non porti frutto…