giovedì 17 luglio 2014

Il pensiero politico di Papa Francesco

La Civiltà Cattolica: Bergoglio chiede ai politici di ripartire dall’onestà

La rivista dei Gesuiti analizza il pensiero del Pontefice sulla corruzione a partire dalla messa celebrata il 27 marzo con i parlamentari

ROBERTA LEONEROMA
“Per il Papa, e più in generale per la Chiesa, gli antidoti alla corruzione sono semplici e antichi: la capacità di essere responsabili, saper calcolare gli effetti e le conseguenze di una scelta, non essere falsi; la trasparenza, la competenza, ma anche l’obiezione di coscienza. L’anticamera dell’autocorruzione invece inizia dal coinvolgimento in situazioni ambigue; diventare complici o corresponsabili; essere remissivi e dimissionari delegando ad altri le proprie responsabilità; rinchiudersi nel privato”. Con un saggio di p. Francesco Occhetta la Civiltà Cattolica dedica al pensiero di Papa Francesco sulla corruzione parte del numero in uscita il prossimo sabato. Sullo sfondo, la constatazione che “quando il Papa tocca temi inerenti la sfera pubblica, suscita reazioni forti nell’opinione pubblica e crea dibattiti. Di recente l’ha fatto, durante la celebrazione a Cassano all’Ionio, quando ha scomunicato chi appartiene alla ’ndrangheta”.


Il punto di partenza, per la Rivista dei gesuiti, è la messa celebrata da papa Francesco in San Pietro il 27 marzo scorso con circa 500 parlamentari italiani, accompagnati dal vescovo ausiliare della diocesi di Roma e cappellano del Parlamento italiano, mons. Lorenzo Leuzzi. In quella cerimonia senza foto e strette di mano, contrassegnata - annota p. Occhetta - dall’austerità, papa Francesco affidava all’omelia “un messaggio diretto al cuore della classe dirigente di ogni tempo e di ogni luogo”. Si verificava un evento che il gesuita non esita a giudicare “senza precedenti”, per la partecipazione - quasi la metà dei membri del Parlamento - a una Messa, diversa, per natura e finalità, da un’udienza o un ricevimento. “È stata forse proprio questa peculiarità – è l’analisi di Occhetta - a far sorgere in alcuni parlamenta­ri fraintendimenti e disorientamenti e a dar modo alla stampa di interpretare l’evento in modo parziale”.


Il riferimento, chiaro, è qui ad alcune prime reazioni dei presenti alle parole pronunciate in quella circostanza da papa Francesco: “È vero – rileva l’articolo- , per alcuni deputati le parole del Papa, almeno in un primo momento, sono risuonate particolarmente taglienti, fino a suscitare sentimenti di sorpresa e di perplessità; dalla maggioranza dei presenti, invece, sono state accolte come un’occasione per fermarsi a riflettere”; ma è anche una denuncia di un uso strumentale del messaggio del Pontefice, utilizzato “per rimettere il dito nella piaga degli scandali provocati dalla corruzione nella gestione dell’Expo, del Mose a Venezia, e di altre inchieste aperte nel Paese. In realtà – precisano dalla Civiltà Cattolica - l’orizzonte delle parole del Pontefice va oltre e tocca soprattutto la dignità e il ruolo della politica nella vita pubblica”. Simbolico è, per il gesuita, il tweet della presidente della Camera, Laura Boldrini, al termine la cerimonia: «Messa con Papa Francesco, suo messaggio sferzata a classe dirigente che non deve trincerarsi, ma essere capace di ascoltare e dare risposte».


L’omelia
Commentando la lettura dal profeta Geremia sull’annuncio dell’esilio di Israele in Babilonia, nell’omelia della Messa con i Parlamentari Papa Francesco si era soffermato sul “lamento” del Signore: «Si lamenta di non essere stato ascoltato lungo la storia. È sempre lo stesso: “Ascoltate la mia voce… Io sarò il vostro Dio… Sarai felice…”. “Ma essi non ascoltarono né pre­starono orecchio alla mia parola, anzi: procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio. Invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle” (Ger 7,23-24)». Dei dottori della legge, sadducei e farisei che nel racconto dell’evangelista Matteo accusano Gesù di guarire con il potere di Beelzebul (Mt 11, 15), il Pontefice aveva detto: «erano tanto, tanto chiusi, lontani dal popolo, e questo è vero. Gesù guarda il popolo e si commuove, perché lo vede come “pecore senza pastori”, così dice il Vangelo. E va dai poveri, va dagli ammalati, va da tutti, dalle vedove, dai lebbrosi a guarirli. E parla loro con una parola tale che provoca ammirazione nel popolo: “Ma questo parla come uno che ha autorità!”, parla diversamente da questa classe dirigente che si era allontanata dal popolo». E concludeva: «È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti. E per questo si giustificano, perché Gesù, con la sua sem­plicità, ma con la sua forza di Dio, dava loro fastidio».
Quel guardare e commuoversi di Gesù – fa rilevare oggi p. Occhetta – “ricorda il motto scelto da Papa FrancescoMiserando atque eligendo (nel guardarlo, ne ebbe compassione e lo scelse), secondo il quale il credente è chiamato a guardare il mondo con lo sguardo del Maestro”.


Il pensiero del Papa  
Le parole del Pontefice – chiarisce il gesuita - “non dividono i politici credenti dai non credenti, ma distinguono quelli onesti che costruiscono il bene comune da quelli che si fanno corrompere e gestiscono il potere privilegiando i propri interessi e quelli del gruppo a cui appartengono”. Per Occhetta, è la chiusura il punto-chiave e la condizione interiore che, nel pensiero di papa Francesco, “impedisce di ascoltare e di vedere”. E se l’origine della corruzione è per il Pontefice “di natura spirituale, non morale; risiede nella «stanchezza della trascendenza» e nella pretesa di autosufficienza”, tre sono le sue conseguenze esistenziali ultime: essa “sporca il cuore di chi la sceglie; of­fusca le coscienze; toglie la libertà e il desiderio di ascoltare la voce di Dio. La corruzione assopisce la coscienza a tal punto che, invece di distinguere il bene dal male, si arriva all’autogiustificazione del male”.

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Trasparenza, la battaglia di Papa Francesco

Dopo i clamorosi sviluppi dell'inchiesta che coinvolge un prelato di curia si intensifica l'azione di purificazione di Bergoglio

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO

Il clamoroso arresto di un prelato in servizio presso l'ente vaticano che amministra il patrimonio della Santa Sede porta nuovamente alla ribalta la gestione dello Ior e delle finanze d'Oltretevere. E permette di leggere sotto una luce diversa la drastica decisione di Papa Francesco, che appena tre giorni fa ha nominato a sorpresa una commissione d'inchiesta per far luce su ogni attività della «banca vaticana», mostrando così di non accontentarsi delle voci rassicuranti che gli erano giunte dall'interno dei sacri palazzi dopo l'elezione.

Sarà la magistratura ad accertare quali effettivamente siano le responsabilità di monsignor Nunzio Scarano, titolare di due conti nell'Istituto per le Opere di Religione - da uno di questi nel 2009 sarebbero usciti quasi 600mila euro in contanti - indagato un mese fa per riciclaggio dalla Procura di Salerno e ora arrestato su richiesta della Procura di Roma perché avrebbe organizzato un rocambolesco rientro di venti milioni di euro dalla Svizzera in Italia. Le autorità d'Oltretevere hanno dichiarato di voler assicurare la massima collaborazione agli inquirenti. I magistrati hanno descritto la disinvoltura con cui il prelato movimentava ingenti quantità di denaro: l'Aif, l'organismo di vigilanza finanziaria vaticana, seguiva i movimenti dei suoi conti, ma la decisione di sospendere monsignor Scarano dal suo ufficio d'Oltretevere è stata presa in seguito all'inchiesta della Procura italiana.

Nel 2010, Papa Benedetto XVI aveva inaugurato una nuova cammino di trasparenza, per portare non solo lo Ior ma tutti gli enti della Santa Sede ad applicare le normative internazionali antiriciclaggio. Un cammino che si è poi trasformato in un percorso a ostacoli. Ciò che appare oggi evidente è l'impossibilità di derubricare quanto sta emergendo soltanto a piccoli episodi isolati, cercando magari di coprire tutto con operazioni di immagine per ristabilire la «buona fama» dello Ior presso l'opinione pubblica.

Non c'è dubbio che l'Istituto per le Opere di Religione abbia svolto e svolga un compito prezioso nel sostegno a tante realtà della Chiesa nei Paesi poveri, anche se questi capitoli della sua storia passata e recente sono quasi sempre rimasti nell'ombra. Ma è altrettanto chiaro che esistono problemi di management, di personale, di atteggiamenti ormai stratificati. Le norme antiriciclaggio e le regole di trasparenza hanno bisogno di uomini che le facciano decisamente proprie, così da evitare che la disinvoltura di qualche correntista Ior diventi abitudine all'impunità.

Solo chi non ha ascoltato, o ha fatto finta di non ascoltare, le parole ripetute da Francesco in questi primi mesi di pontificato, ha potuto pensare che anche nella gestione delle finanze tutto potesse continuare come prima. «San Pietro non aveva un conto in banca», o «lo Ior è necessario ma fino a un certo punto», non erano battute ad effetto. Quello di Bergoglio non è un rigorismo d'immagine. Il Papa non si muove con iniziative ad uso mediatico, per salvare la faccia dell'istituzione.

La forza tranquilla del suo modo di procedere deriva piuttosto dalla percezione che anche in queste vicende a essere chiamata in causa è la natura stessa della Chiesa e l'agire che ad essa conviene. Si tratta di portare a termine quanto iniziato dal predecessore, per «consentire ai principi del Vangelo di permeare anche le attività di natura economica e finanziaria».