
(Dionigi Tettamanzi) La povertà — non solo e comunque insieme ad altri valori e comportamenti di vita — ha un posto privilegiato perché la Chiesa del Signore appaia a tutti “credibile”, degna quindi di attenzione, di interesse, di ascolto, di rispetto, di affetto da parte di quanti la guardano, la giudicano, la interrogano, le chiedono di essere accolti nel suo grembo per divenire partecipi della sua vita e missione.
Nella linea di questa credibilità si è posto ripetutamente l’arcivescovo Montini. Divenuto Papa, ricordava che in un discorso del 1968 egli aveva chiaramente sottolineato che proprio la sobrietà nell’uso dei beni fosse garanzia dell’efficacia della missione evangelizzatrice della Chiesa: «L’indigenza della Chiesa, con la decorosa semplicità delle sue forme, è un attestato di fedeltà evangelica, è la condizione, talvolta indispensabile, per dare credito alla propria missione, è un esercizio talvolta sovrumano di quella libertà di spirito, rispetto ai vincoli della ricchezza, che accresce la forza della missione dell’apostolato» (24 agosto 1968).
Ma chi sono quanti rivolgono il loro sguardo alla Chiesa e la vorrebbero veramente e pienamente credibile, in specie nell’ambito della povertà? È la “gente”, rispondiamo: la “gente comune”, ossia quella che è sinonimo di “tutti” in modo generale e indifferenziato. E, in particolare, è la “gente impegnata”, coinvolta in un cammino spirituale e partecipe della vita pastorale e missionaria della comunità cristiana, e quindi convinta dell’urgenza di una Chiesa sempre più credibile perché sempre più coerente, trasparente, umile e coraggiosa, semplice e gioiosa nell’incarnare nel proprio vissuto quotidiano la bellezza originale del Vangelo e l’entusiasmo dell’essere testimoni di Cristo risorto. E in una maniera specifica è la “gente povera”, piegata da una povertà dai mille e più volti, raggiunta e sconvolta da tante forme di sofferenza, affamata e assetata di speranza, prossimità, accoglienza, comprensione, aiuto per poter riprendere ed essere poi sostenuta nel cammino della vita. È “il popolo dei poveri”, la folla di quelli che hanno occhi più penetranti e cuore più sensibile per fissare in volto la Chiesa e investirla di domande, critiche, lamenti, giudizi, richieste, parole forti e anche arrabbiate o deluse. Vien da pensare alle folle che allora s’avvicinavano a Gesù e lo stringevano da ogni parte e che ora in vario modo s’avvicinano alla sua Chiesa, per non pochi rimasta una delle rare realtà che sanno dare ascolto, con serietà e amore.
Ma l’appello più vibrante per «una Chiesa povera e per i poveri», che come tale deve offrirsi a tutti nel segno di una luminosa credibilità, viene non da noi — e in particolare dalle persone più critiche, giustamente o meno — ma dal Signore stesso, da Cristo Gesù: da lui che è il Capo, il Salvatore e lo Sposo della sua Chiesa. E così, prima che una richiesta più o meno esigente e prima che un comandamento, la credibilità della Chiesa deve dirsi un dono d’amore totalmente gratuito offerto da Cristo perché la sua Chiesa possa sempre presentarsi al mondo, al di là delle ombre e delle tenebre che sono la pigrizia, le infedeltà, i peccati dei suoi membri, nello splendore di una comunità santa e, in particolare, santa per la sua povertà: un dono d’amore permanente e fedele che accompagna ogni giorno e sostiene il cammino della Chiesa (cfr. Efesini, 5, 25-27). E in questo dono ininterrotto del Signore Gesù, con il quale il suo “mistero” di povertà viene stampato nel cuore e sul volto della Chiesa, che possiamo comprendere l’amore, l’aiuto e in particolare la “stima” della stessa Chiesa verso i poveri, da lei accolti, abbracciati e considerati come i suoi “tesori” più preziosi. Questo stesso dono, da Cristo generosamente offerto alla sua Chiesa, viene a configurarsi nei termini di un vero e proprio compito, di una precisa responsabilità, di un impegno serio per tutti i membri della Chiesa, chiamati a rispondere in libertà e con amore allo stesso Signore Gesù. In tal senso, secondo il disegno di Dio, la credibilità della Chiesa è frutto dell’amore di Cristo e insieme dell’amore dei cristiani. Il peso glorioso della credibilità poggia dunque anche sulle spalle di tutti i cristiani, irrompe e si incunea dentro il loro vissuto quotidiano che al Vangelo si ispira e che questo stesso Vangelo incarna nelle decisioni e nelle scelte di vita.
Concludiamo le nostre riflessioni sulla «Chiesa povera per i poveri» alla luce delle parole attribuite al diacono san Lorenzo: «Questi sono i tesori della Chiesa». Ne parla sant’Ambrogio nel De officiis ricordando la vendita dei calici d’oro per riscattare alcuni prigionieri. Immediato, per il vescovo di Milano, si fa il confronto tra la ricchezza di una libertà scaturita da un gesto di carità e la ricchezza di un calice d’oro: «Preferii consegnarvi uomini liberi che conservare dell’oro. Questa moltitudine di prigionieri, questo schieramento è più bello della bellezza dei calici. A tale scopo l’oro del Redentore doveva servire a riscattare coloro che erano in pericolo». Ambrogio non ha dubbio alcuno: la libertà riscattata assicura al vino consacrato nell’Eucaristia l’impronta incandescente della carità stessa di Dio.
E ancora: «Tale oro il santo martire Lorenzo conservò per il Signore. Infatti, a chi gli chiedeva i tesori della Chiesa promise di mostrarli. Il giorno seguente condusse i poveri. Interrogato dove fossero i tesori promessi, indicò i poveri dicendo: “Questi sono i tesori della Chiesa”».
Ma perché chiamarli “tesori”? Sant’Ambrogio offre una spiegazione eminentemente cristologica, a partire dalla “presenza” di Cristo nei poveri: «E sono veramente tesori quelli in cui c’è Cristo, in cui c’è la fede di Cristo. Infine l’apostolo dice: “Abbiamo codesto tesoro in vasi di coccio” (2 Corinzi, 4, 7). Quali tesori più preziosi ha Cristo di quelli nei quali ha detto di trovarsi?».
Qui entra la parola stessa del Signore Gesù quale risuonerà nel giudizio finale: «Così infatti sta scritto: “Ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete, e mi avete dato da bere; ero pellegrino, e mi avete ospitato” (Matteo, 25, 35). E più sotto: “Ciò che avete fatto a uno di questi, l’avete fatto a me” (Matteo, 25, 40). Quali tesori più preziosi ha Gesù di quelli nei quali ama mostrarsi?». Anche quest’ultima frase citata risente di un suo fascino teologico: allude, ci sembra, al significato “sacramentale” che nella visione evangelica hanno i poveri: questi sono in qualche modo “segni efficaci” che rivelano e rendono presente Cristo, il Povero per antonomasia. Certo, in termini analogici ma comunque reali e interessanti, possiamo attribuire ai poveri quanto sant’Ambrogio dice a riguardo dei sacramenti e della fede: «Tu ti sei mostrato a me, faccia a faccia, o Cristo; io ti trovo nei tuoi sacramenti» (Apologia del Profeta Davide, 12, 58). E ancora: «E con la fede che si tocca Cristo; è con la fede che si vede Cristo» (Esposizione del Vangelo secondo Luca, VI, 57).
Non sfugga, infine, il fatto che a proposito dei poveri riscattati con l’oro dei calici si parla di “tesori” che come tali vengono riferiti sia a Cristo che alla sua Chiesa. Siamo precisamente nella linea del Signore Gesù, il quale si rivela e si dona alla sua Chiesa; e insieme siamo nella linea della Chiesa che, totalmente relativa a Cristo, ne accoglie l’esempio ed è partecipe della sua stessa vita di carità. E così, proprio perché i poveri sono tesori di Cristo, lo sono anche della sua Chiesa. E, reciprocamente, proprio perché i poveri sono tesori della Chiesa, lo sono anche di Cristo.
L'Osservatore Romano
Nella linea di questa credibilità si è posto ripetutamente l’arcivescovo Montini. Divenuto Papa, ricordava che in un discorso del 1968 egli aveva chiaramente sottolineato che proprio la sobrietà nell’uso dei beni fosse garanzia dell’efficacia della missione evangelizzatrice della Chiesa: «L’indigenza della Chiesa, con la decorosa semplicità delle sue forme, è un attestato di fedeltà evangelica, è la condizione, talvolta indispensabile, per dare credito alla propria missione, è un esercizio talvolta sovrumano di quella libertà di spirito, rispetto ai vincoli della ricchezza, che accresce la forza della missione dell’apostolato» (24 agosto 1968).
Ma chi sono quanti rivolgono il loro sguardo alla Chiesa e la vorrebbero veramente e pienamente credibile, in specie nell’ambito della povertà? È la “gente”, rispondiamo: la “gente comune”, ossia quella che è sinonimo di “tutti” in modo generale e indifferenziato. E, in particolare, è la “gente impegnata”, coinvolta in un cammino spirituale e partecipe della vita pastorale e missionaria della comunità cristiana, e quindi convinta dell’urgenza di una Chiesa sempre più credibile perché sempre più coerente, trasparente, umile e coraggiosa, semplice e gioiosa nell’incarnare nel proprio vissuto quotidiano la bellezza originale del Vangelo e l’entusiasmo dell’essere testimoni di Cristo risorto. E in una maniera specifica è la “gente povera”, piegata da una povertà dai mille e più volti, raggiunta e sconvolta da tante forme di sofferenza, affamata e assetata di speranza, prossimità, accoglienza, comprensione, aiuto per poter riprendere ed essere poi sostenuta nel cammino della vita. È “il popolo dei poveri”, la folla di quelli che hanno occhi più penetranti e cuore più sensibile per fissare in volto la Chiesa e investirla di domande, critiche, lamenti, giudizi, richieste, parole forti e anche arrabbiate o deluse. Vien da pensare alle folle che allora s’avvicinavano a Gesù e lo stringevano da ogni parte e che ora in vario modo s’avvicinano alla sua Chiesa, per non pochi rimasta una delle rare realtà che sanno dare ascolto, con serietà e amore.
Ma l’appello più vibrante per «una Chiesa povera e per i poveri», che come tale deve offrirsi a tutti nel segno di una luminosa credibilità, viene non da noi — e in particolare dalle persone più critiche, giustamente o meno — ma dal Signore stesso, da Cristo Gesù: da lui che è il Capo, il Salvatore e lo Sposo della sua Chiesa. E così, prima che una richiesta più o meno esigente e prima che un comandamento, la credibilità della Chiesa deve dirsi un dono d’amore totalmente gratuito offerto da Cristo perché la sua Chiesa possa sempre presentarsi al mondo, al di là delle ombre e delle tenebre che sono la pigrizia, le infedeltà, i peccati dei suoi membri, nello splendore di una comunità santa e, in particolare, santa per la sua povertà: un dono d’amore permanente e fedele che accompagna ogni giorno e sostiene il cammino della Chiesa (cfr. Efesini, 5, 25-27). E in questo dono ininterrotto del Signore Gesù, con il quale il suo “mistero” di povertà viene stampato nel cuore e sul volto della Chiesa, che possiamo comprendere l’amore, l’aiuto e in particolare la “stima” della stessa Chiesa verso i poveri, da lei accolti, abbracciati e considerati come i suoi “tesori” più preziosi. Questo stesso dono, da Cristo generosamente offerto alla sua Chiesa, viene a configurarsi nei termini di un vero e proprio compito, di una precisa responsabilità, di un impegno serio per tutti i membri della Chiesa, chiamati a rispondere in libertà e con amore allo stesso Signore Gesù. In tal senso, secondo il disegno di Dio, la credibilità della Chiesa è frutto dell’amore di Cristo e insieme dell’amore dei cristiani. Il peso glorioso della credibilità poggia dunque anche sulle spalle di tutti i cristiani, irrompe e si incunea dentro il loro vissuto quotidiano che al Vangelo si ispira e che questo stesso Vangelo incarna nelle decisioni e nelle scelte di vita.
Concludiamo le nostre riflessioni sulla «Chiesa povera per i poveri» alla luce delle parole attribuite al diacono san Lorenzo: «Questi sono i tesori della Chiesa». Ne parla sant’Ambrogio nel De officiis ricordando la vendita dei calici d’oro per riscattare alcuni prigionieri. Immediato, per il vescovo di Milano, si fa il confronto tra la ricchezza di una libertà scaturita da un gesto di carità e la ricchezza di un calice d’oro: «Preferii consegnarvi uomini liberi che conservare dell’oro. Questa moltitudine di prigionieri, questo schieramento è più bello della bellezza dei calici. A tale scopo l’oro del Redentore doveva servire a riscattare coloro che erano in pericolo». Ambrogio non ha dubbio alcuno: la libertà riscattata assicura al vino consacrato nell’Eucaristia l’impronta incandescente della carità stessa di Dio.
E ancora: «Tale oro il santo martire Lorenzo conservò per il Signore. Infatti, a chi gli chiedeva i tesori della Chiesa promise di mostrarli. Il giorno seguente condusse i poveri. Interrogato dove fossero i tesori promessi, indicò i poveri dicendo: “Questi sono i tesori della Chiesa”».
Ma perché chiamarli “tesori”? Sant’Ambrogio offre una spiegazione eminentemente cristologica, a partire dalla “presenza” di Cristo nei poveri: «E sono veramente tesori quelli in cui c’è Cristo, in cui c’è la fede di Cristo. Infine l’apostolo dice: “Abbiamo codesto tesoro in vasi di coccio” (2 Corinzi, 4, 7). Quali tesori più preziosi ha Cristo di quelli nei quali ha detto di trovarsi?».
Qui entra la parola stessa del Signore Gesù quale risuonerà nel giudizio finale: «Così infatti sta scritto: “Ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete, e mi avete dato da bere; ero pellegrino, e mi avete ospitato” (Matteo, 25, 35). E più sotto: “Ciò che avete fatto a uno di questi, l’avete fatto a me” (Matteo, 25, 40). Quali tesori più preziosi ha Gesù di quelli nei quali ama mostrarsi?». Anche quest’ultima frase citata risente di un suo fascino teologico: allude, ci sembra, al significato “sacramentale” che nella visione evangelica hanno i poveri: questi sono in qualche modo “segni efficaci” che rivelano e rendono presente Cristo, il Povero per antonomasia. Certo, in termini analogici ma comunque reali e interessanti, possiamo attribuire ai poveri quanto sant’Ambrogio dice a riguardo dei sacramenti e della fede: «Tu ti sei mostrato a me, faccia a faccia, o Cristo; io ti trovo nei tuoi sacramenti» (Apologia del Profeta Davide, 12, 58). E ancora: «E con la fede che si tocca Cristo; è con la fede che si vede Cristo» (Esposizione del Vangelo secondo Luca, VI, 57).
Non sfugga, infine, il fatto che a proposito dei poveri riscattati con l’oro dei calici si parla di “tesori” che come tali vengono riferiti sia a Cristo che alla sua Chiesa. Siamo precisamente nella linea del Signore Gesù, il quale si rivela e si dona alla sua Chiesa; e insieme siamo nella linea della Chiesa che, totalmente relativa a Cristo, ne accoglie l’esempio ed è partecipe della sua stessa vita di carità. E così, proprio perché i poveri sono tesori di Cristo, lo sono anche della sua Chiesa. E, reciprocamente, proprio perché i poveri sono tesori della Chiesa, lo sono anche di Cristo.