Benedetto Giuseppe Labre.
La figura di san Benedetto Giuseppe Labre, soprannominato il “vagabondo di Dio”, patrono dei barboni, ebbe un illustre cantore, un singolare biografo, scrittore e giornalista, per circa quarant’anni collaboratore dell’«Osservatore Romano». La sua penna raffinata emerge anche in questo articolo pubblicato a pagina 4 del numero pubblicato in data 14 settembre 1944 e del quale riportiamo ampi stralci.
(Lorenzo Bracaloni) A Fabriano lo prese un acquazzone ma a queste cose il giovane Benedetto Labre non ci badava. Freddo, caldo, vento, pioggia, non avevano potere su di lui: strinasse gelida la tramontana o avesse a picco sul capo il sole di agosto, a tutte le stagioni, con tutti i tempi, portava sempre lo stesso vestito. Quel giorno a Fabriano piovve a catinelle, e lui s’ammalò di santa ragione. Non ci badava, eppure nonostante che fosse giovane, poco più di vent’anni, il suo volto era di malaticcio, scolorito. Una buona donna, di nome Vincenza, lo chiamò nella sua casa: lei gli asciugò le gocciole e lui le lagrime; gli raccomandò i figliuoli, e lui glieli benedisse. Dopo poco il tempo si schiarì, si era nel bel mese di giugno, e il giovane Benedetto si rimise in cammino. La sua vita di ogni giorno.
Era quello il suo destino: l’aveva accolto con molta meraviglia, anche lui, dopo aver battuto il capo, con insistente proposito, nel destino opposto; lui credeva proprio di essere destinato alla frappa, cioè alla vita chiusa, senza sole, solitaria. Invece no. Dio aveva disposto altrimenti, e siccome era un destino anche un po’ strano glielo dichiarò apertamente: doveva camminare quanto sant’Alessio, senza fissa dimora; la sua casa la strada; la sua meta i santuari e che ne visitasse più che potesse, quanto più lontani, tanto meglio.
Era da poco uscito dall’abbazia cistercense di Sette Fonti, celebre in Francia per l’austera disciplina; ci aveva resistito per sei mesi, ma poi era apparso chiaro che a seguitare a quel modo avrebbe finito per rimetterci la vita. Essendosi ridotto, per le malattie e per le angustie, pelle e ossa, il padre abate prima di dimetterlo lo fece passare dalla cella all’infermeria dove gli fu offerto un trattamento speciale. Non avrebbe più, da qui innanzi, bussato alla porta di trappe o di certose: sarà il pellegrino di tutte le strade. Di che cosa si vestirà? Di poveri cenci, tanto da coprire la nudità e salvar la decenza. Che cosa mangerà? Quello che trova per via, fidando nella Provvidenza. E dove riparerà? Qualunque luogo è buono per stendersi, e riposare. Il più delle volte sulla nuda terra, a cielo scoperto; soltanto a Roma, corbezzoli, avrà una camera numerata in un albergo di gran nome, eccola: arcata n. 43 del Colosseo; vi si accede salendo due gradini di travertino e immette in un antro, cioè la camera, sottostante all’arena; i grossi blocchi di tufo trasudano umidità e una squallida luce raggela l’anima di spavento. L’esposizione però corrispondeva sul Circo alla V stazione della Via Crucis che vi aveva posto una ventina di anni prima san Leonardo da Porto Maurizio; particolare trascurabile per un qualunque cliente, ma per Benedetto no: la V stazione rappresenta appunto il Cireneo che aiuta Gesù a portare la Croce; proprio quella era la volontà di Benedetto.
Dopo aver riconosciuta la rivelazione divina, pellegrinò per tredici anni. Innanzi tutto venne, per Loreto e Assisi, al santuario dei santuari, cioè a Roma. Diventa, questa, la città del suo sogno: dovunque volga il passo incontra una meta, dal santuario lillipuziano della Madonna dell’Archetto con la cupolina del Vespignani, a quello ciclopico di San Pietro con il cupolone di Michelangelo; egli gira in preghiera — dall’uno all’altro. Da qui partirà per i suoi pellegrinaggi vicini e lontani; ma va per tornare; sembra che da qualunque punto il suo cuore sia attratto irresistibilmente da questo immobile centro, che egli orienti il suo passo su Roma. Furono ben undici i pellegrinaggi che fece alla santa Casa di Loreto; visitò pure la Verna e Assisi per devozione a san Francesco; fu a Tolentino e a Bari per san Nicola; a Napoli per san Gennaro; a Catania per la Madonna di Valverde; poi le orbite dei suoi pellegrinaggi si allargano, trapassano i confini d’Italia. È a Einsiedeln in Svizzera, al famoso santuario di Santa Maria; poi in Germania, poi in Francia, pellegrina fino in Spagna per visitare san Giacomo apostolo, la Vergine di Monserrato, la grotta di Manresa; è l’instancabile pellegrino dalla faccia stanca, di colore così pallido che quando è assopito sul margine della strada pare morto. Una vita così vagabonda, così scomoda, così povera, trova difficilmente degli imitatori. Benedetto è il solitario pellegrino del suo secolo, e che mi sappia anche dei due secoli seguenti.
E che diceva la gente di allora alla vista di Benedetto? Diceva, credo, su per giù quello che direbbe oggi. Oscillava nel giudizio tra i due poli estremi: o questo è un matto o è un gran santo. Non si scappa. Le conseguenze vengono da sé: chi lo credeva un matto se ne rideva dentro e anche di fuori, lo motteggiava, lo scherniva; tra questi, naturalmente, erano i ragazzi, i maschiè di quei tempi, identici si può giurarlo ai maschiè moderni. In piazza della colonna Traiana una turba l’affrontò e facevasi beffe di lui; chi a tirargli i peli della scarsa barba, chi a sbertucciargli lo sdrucito cappello, a battere con le nocche sulla ciotola per la minestra, e dar stratte alla corona del rosario che teneva sempre pendente dal collo; e a trattarlo da matto, e poi a tirargli pugni, sassi, torsoli di cavolo, e melarancie; e lui senza scomporsi, sempre paziente, attendeva che la scalmana cessasse; diceva, anzi, che quelli erano i suoi veri amici, perché gli davano occasione di merito. La gente semplice del contado si stupiva del giovane pellegrino penitente, ma anche nella riverenza era, come sempre, pratica e interessata. Così i due fratelli di Monte Lupone, nei pressi di Loreto, che gli chiesero, che idea, i numeri per giocare al lotto.
Si ripartiva solo, sospinto da un’urgenza che affaticava la sua vita giorno e notte, sempre, oltre ogni valico, oltre ogni orizzonte terreno. Non è scritto che mai l’accompagnasse persona: la sua ciotola, il suo rosario, la sua miseria, i suoi immondi insetti tribolatori. Egli appare così, quasi fantasma di umanità penosa, scarnificata, umiliata, reietta, all’alba di un nuovo secolo che doveva proclamare, superbo, i diritti dell’uomo e danzare, folle, intorno all’idolo della dea ragione.
L'Osservatore Romano