giovedì 10 luglio 2014

Ricordati dei giorni del mondo



Nel dialogo ebraico-cristiano. Non basta conoscere, bisogna amare...

Ricordati dei giorni del mondo. Giuseppe Laras, per lunghi anni rabbino capo di Milano, ha scelto il testo del cardinale Martini che qui pubblichiamo come prefazione al suo ultimo libro (Ricordati dei giorni del mondo. Storia del pensiero ebraico dalle origini all’età moderna. 1, Bologna, Edizioni Dehoniane Bologna, 2014, pagine 272, euro 16,50). Il porporato, scomparso il 31 agosto 2012 — ben prima, quindi, che questo libro venisse concluso dal suo autore — prese visione, a suo tempo, dell’intero piano dell’opera. Un segno dei forti sentimenti di amicizia e stima che hanno legato le due personalità. «Grazie al sinergico impegno di queste due eminenti figure — si legge nella presentazione del volume — l’impulso al dialogo interreligioso e interculturale e, nello specifico, ebraico-cristiano, si è trasformato in un impegno avvertito da molti e in numerose iniziative che hanno cercato di far comprendere come tale dialogo sia irrinunciabile e costituisca a suo modo una speranza».
(Carlo Maria Martini) Sono davvero lieto che si pubblichi questa collana dedicata all’ebraismo e ai rapporti ebraicocristiani. Essa contribuirà alla scoperta dell’ebraismo da parte di molti cristiani. Costituirà anche un riferimento per gli studi sul cristianesimo da parte degli ebrei. Il primo titolo della collana è appunto destinato a farci conoscere l’ebraicità di Gesù e dei Vangeli. 
Fino a qualche tempo fa non esistevano molti strumenti per questa mutua conoscenza. I rapporti tra le due comunità erano più spesso avvolti nella nebbia ed esposti in forma polemica. Anche il dialogo ha i suoi tempi! Dobbiamo riconoscere che, almeno per la maggioranza dei cristiani, non era chiaro il rapporto con le proprie radici e non v’era coscienza del grande patrimonio religioso comune ad ambedue le comunità. Il concilio Vaticano II ha dato un impulso determinante a mettersi sulla via del dialogo. Da quel momento a oggi sono nati innumerevoli gruppi composti da seguaci di entrambe le fedi, che cercano di sviluppare la coscienza di questo grande tesoro comune. Il Vaticano II ha anche ammonito che la Chiesa «deplora gli odi, le persecuzioni, le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque» (Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, n. 4). Per questo viene respinta l’accusa di deicidio, in particolare quando si intende che tutti gli ebrei del tempo di Gesù siano responsabili della morte del Signore. 
Io ho avuto occasione, grazie anche ai miei studi biblici e poi al mio soggiorno di cinque anni a Gerusalemme, di entrare in contatto con molti fratelli ebrei. Debbo dire che anche in essi c’è una spinta a dialogare con i cristiani. L’incontro con i nostri «fratelli maggiori» deve tener conto che essi vengono da una via durissima, che ha le sue origini nei primi secoli della Chiesa e che ha avuto il suo culmine nella Shoah. Vedo, dall’abbozzo di programma che ho in mano, che è prevista anche una trattazione di questo nodo oscuro e difficile. Sono lieto che sia stata affidata a Paolo De Benedetti, il quale certamente saprà tener conto di quanto si è già fatto in questo campo. Gli autori dei diversi contributi sono oggi tra i più competenti in Italia. Ma non basta una cono-scenza dello stato dei problemi: non basta non essere antisemita. 
Bisogna, e l’ho ribadito molte volte, amare Israele con un amore aperto a tutto e a tutti. Bisogna amare la cultura ebraica di oggi, la loro musica, la loro letteratura, la loro storia, il loro modo di pregare, il loro modo di fare festa. Solo un amore così permette il superamento dei timori e delle difficoltà e dà al dialogo quella gioia e quella umanità che si addice all’incontro tra amici.
L'Osservatore Romano