giovedì 10 luglio 2014

L’inquietudine buona



Il Memoriale di Pietro Favre. 


Pubblichiamo stralci della prefazione scritta dal direttore di Civiltà Cattolica per il libro Pietro Favre. Memorie spirituali curato da Giuseppe Mellinato e inserito nella collana «La biblioteca di Papa Francesco» (edizioni Rcs per il «Corriere della Sera», in collaborazione con «La Civiltà Cattolica»).
(Antonio Spadaro) Per Bergoglio il mondo è in movimento continuo, e come Favre sperimenta la complessità dell’anima e la ricchezza dei significati delle diverse situazioni, e anche dei luoghi. Tutto risuona dentro il suo animo con una grande varietà di timbri che lui registra fedelmente nel suo Memoriale, e tutto diventa materia di preghiera (viaggi, preoccupazioni, amicizie, negligenze...). 
Unisce in una fusione originale l’immaginario delle sue origini semplici e contadine, legate alle devozioni popolari, e le esigenze della società borghese e raffinata con la quale venne a contatto nella sua missione. Favre è l’uomo dei contrasti: dolce ma anche determinato, incerto ma anche deciso, contadino ma anche raffinato, dotto ma anche popolare, erudito e pio, affascinato dai certosini e immerso nelle strade polverose del mondo, sempre in viaggio e spesso nostalgico e sofferente dei continui sradicamenti. E vive inoltre una intensa lotta interiore che lo porta ad avere la consapevolezza di aver bisogno di «una grazia abbondante» (cfr. n. 443). Per lo stesso motivo Bergoglio chiede sempre preghiere per sé.
La vita interiore per lui è «sentire e gustare le cose interiormente», come scrive Ignazio nei suoi Esercizi spirituali. Nella sua breve vita, Pietro ha gustato l’esistenza, ha avvertito il dolce e l’amaro, ha provato «consolazione» e «desolazione», ma ha tutto vissuto con l’anima. E tutto il suo mondo era animato, vivace di «mozioni spirituali». Altro motivo di fascino: il suo essere pellegrino instancabile, camminatore nato. Approfittava dei lunghi viaggi, di solito fatti a piedi, per disseminarli di preghiera e di attività sacerdotali, mostrando così, anche a noi oggi, come si può congiungere una vita attiva straordinaria con una profonda unione con Dio. Favre è un dolce mistico pellegrino, instancabile camminatore dalla grande familiarità con Dio. 
Quando dunque, durante la mia intervista, ho chiesto a Papa Francesco quale fosse il suo gesuita preferito, ho avuto un sobbalzo quando ho sentito il nome di Pietro Favre. Ho scoperto così che l’allora padre Jorge Mario Bergoglio, provinciale dei gesuiti dell’Argentina, aveva persino commissionato un’edizione del Memoriale a due gesuiti specialisti, Miguel A. Fiorito e Jaime H. Amadeo. Perché al Papa piace Favre? Lui mi ha risposto sostanzialmente facendo una lista di ragioni: «Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce...».
Ascoltando le sue parole ho compreso quanto Favre sia per lui un modello di vita. Nel suo discorso alla redazione de «La Civiltà Cattolica», Papa Francesco aveva dato a noi giornalisti come consegna tre parole chiave: dialogo, discernimento, frontiera. Sono le parole chiave della vita di Pietro Favre, unite a una infinita dolcezza di tratto che ha convertito molti, più di tante parole.
Michel de Certeau definisce Favre semplicemente il «prete riformato», per il quale l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili. Mi sembra di capire, dunque, che Papa Francesco si ispiri proprio a questo genere di riforma. 
Favre è convinto che è al livello della complessità dei sentimenti e degli affetti spirituali, in cui l’uomo impara a dialogare con Dio e a sentirne il mistero, che si prendono le grandi decisioni, anche quelle «strutturali». Per Favre Dio agisce e opera nel cuore dell’uomo trasformandolo. Questa fiducia nell’azione di Dio nel fondo dell’essere dell’uomo lo distinguono da Lutero, troppo attento al suo stato di peccatore per credere a questa trasformazione interiore. Favre vede sbocciare la presenza di Dio dovunque; Lutero sempre attende la sua venuta, che unica può salvare dalla dannazione. Ma trasformazione interiore non significa spiritualismo. Lungi da Favre, come da Bergoglio, quella che il Papa stesso ha definito «la costante tentazione delle tendenze pseudomistiche dell’esistenza cristiana». Lungi da entrambe «quella sorta di cristianesimo spirituale che stava perdendo il contatto con la quotidianità e la vita concreta».
Per Favre come per Bergoglio vale ciò che ha scritto Ignazio di Loyola: Dio si comunica a ognuno di noi con «mozioni» interiori, «muove e attira la volontà». Questo spazio di incontro e di attrazione, ricco di affetti, non si contrappone affatto alla ragione né alla gestione della vita e ai suoi progetti pratici, ma al contrario li anima: «Il cuore coniuga l’idea con la realtà», ha scritto tempo fa l’allora cardinale Bergoglio. L’esperienza di Favre va dunque meglio compresa e studiata per capire lo stile e il modo del governo di Papa Francesco.
Il Memoriale del Favre dunque va letto come il racconto della esperienza di un grande gesuita che ha vissuto la vita come un’avventura umana e spirituale. La cifra con le quali Papa Francesco ha voluto presentarlo il 3 gennaio 2014 nella omelia della messa di ringraziamento per la sua canonizzazione, sono state quelle della inquietudine del desiderio, quella dell’essere completamente centrato in Dio, quella dell’essere uomo per gli altri.
L'Osservatore Romano