giovedì 17 luglio 2014

Tutto proviene da Gesù



L’efficacia dei sacramenti. 

(Inos Biffi) Quando la Chiesa pellegrina sulla terra celebra la liturgia, e in particolare l’Eucaristia, è persuasa che alla sua lode prenda parte anche la Chiesa celeste. Essa conclude abitualmente i prefazi proclamando di essere unita «agli angeli e agli arcangeli e a tutti i santi del cielo» nel canto gioioso dell’inno della gloria, e pregando che le sue «umili voci» si possano associare al loro inno eterno.
La stessa persuasione ritorna lungo il canone: così, nel ricordo della Vergine Maria, dei santi apostoli e martiri e di tutti i santi; nella supplica di poter «godere della loro sorte beata»; nell’implorazione che l’offerta eucaristica «sia portata sull’altare del cielo».
Tutta la popolazione celeste, invisibilmente ma realmente, presenzia ai riti della Chiesa di quaggiù in preghiera. I sensi non la avvertono, ma la percepisce la fede. Viene in mente la convinzione di Newman, che nel caso della liturgia è ancora più fondata. Nel 1831, in un sermone per la festa di san Michele, scriveva: «Ogni alito d’aria, ogni raggio di luce o di calore, ogni bella vista è, per così dire, l’orlo della veste [degli angeli], l’ondeggiare del manto di coloro i cui volti contemplano Dio». Egli considerava «la santa Chiesa coi suoi sacramenti e la sua scala gerarchica, fino alla fine del mondo», come «un simbolo di quelle realtà celesti che riempiono l’eternità», e «i suoi misteri soltanto un’espressione, in termini umani, di verità che la mente umana non è in grado di spiegare».
Ma non basta riconoscere questa compagnia della Chiesa celeste concelebrante con la Chiesa terrena. In realtà, se noi possiamo celebrare quaggiù la nostra liturgia, è perché la celebra lassù la Comunità beata: il nostro sacrificio è imitazione e riflesso di quello del cielo; la memoria dell’immolazione del Calvario arriva a noi, passando attraverso l’esaltazione del Crocifisso glorioso.
Incominciamo, anzitutto, a osservare che la Chiesa esiste sulla terra perché esiste la Chiesa gloriosa, la quale fonda e precede la Chiesa ancora nel tempo. Infatti, la Chiesa trova il suo principio e la sua ragione nel Cristo risorto, che è in assoluto il Capo della Chiesa, suo Corpo. Dove c’è il Risorto, là c’è la Chiesa, là ci sono tutti i giusti che la compongono, tra i quali primariamente la Vergine Maria, e c’è lo stesso mondo angelico, del quale Gesù risorto è ugualmente Signore, capo di ogni Principato e di ogni Potenza.
La figura della Chiesa è ora esemplarmente avverata nella Chiesa celeste, dove la grazia, che deriva tutta dal Crocifisso risuscitato, è trasfigurata e ultimata in gloria. Non è, quindi, la Chiesa del compimento, a seguire le orme della Chiesa del divenire, bensì la Chiesa del divenire che si ispira a quella del compimento. D’altra parte, ogni grazia e ogni ministero nella Chiesa terrena derivano dal Risorto: da Colui che con la risurrezione ha ricevuto «ogni potere in cielo e sulla terra» (Matteo, 28, 18) e, «innalzato da terra», trae «tutti» a sé (Giovanni, 12, 32).
Tutte le azioni ecclesiali salvifiche sulla terra, finalizzate «a edificare il corpo di Cristo» — apostolato, profezia, evangelizzazione, attività pastorale e magisteriale — sono dono del Signore risorto assiso alla destra del Padre e operano dello Spirito da lui inviato. Ne consegue che anche ogni atto liturgico è possibile e valido per la presenza attiva della signoria di Gesù e per l’azione del suo Spirito che, perfettamente in atto in cielo, si inseriscono nella storia della Chiesa in terra. I nostri riti sono — secondo il linguaggio di Ambrogio e di Newman — un’immagine della verità dei “riti” celesti, dove, in realtà, ormai si sono sciolti i simboli. L’efficacia dei “sacramenti” proviene tutta da Gesù, che è il Signore vivente, che colma i nostri segni o i nostri servizi.
In altre parole: se per liturgia si intende la celebrazione della lode divina, il ringraziamento per la redenzione, l’esultanza per la comunione col Cristo glorioso e per la contemplazione, in lui e con lui, della Santissima Trinità, chiaramente è in cielo che questa liturgia si trova nella condizione perfetta. Anzi, dobbiamo riconoscere che i nostri riti, che ancora si svolgono nel tempo, sono possibili, perché a presiederli è Gesù, il Sommo Sacerdote, capace di «salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Ebrei, 7, 25).
La nostra liturgia è sostanziata esattamente dall’intercessione celeste del Figlio di Dio, costituito sacerdote e «reso perfetto per sempre» (Ebrei, 7, 28). Mancasse questa presenza di Cristo e questa sua persistente intercessione, essa si troverebbe estenuata e impotente. Questo vale in particolare per la celebrazione eucaristica. Né per ciò verrebbe compromesso il valore storico dell’immolazione della Croce. Al contrario. Nella messa è presente il sacrificio del Calvario nella sua verità storica. Solo che quel sacrificio, a differenza di tutti gli altri sacrifici, destinati a esaurirsi e a ripetersi, ricevette un compimento e una perfezione, o una condizione celeste, che lo riscattavano da una pura storicità e temporalità terrene. Il sacrificio della Croce è il sacrificio del Risorto; un intimo legame connette la morte di Gesù con la sua risurrezione: se Gesù non fosse risorto, il suo sacrificio sarebbe stato inefficace. In questo senso si potrebbe dire che il sacrificio storico della Croce è un sacrificio “celeste”, e per la condizione celeste del Risorto, nella sua reale e singolare storicità, può essere sempre e irripetibilmente presente nella liturgia della Chiesa terrena. Alla celebrazione liturgica della Chiesa, e in modo speciale alla celebrazione dell’Eucaristia, fosse pure la più solitaria, la popolazione celeste, con Gesù risorto, tutti i santi e l’intera corte angelica, non solo prende parte, ma ne costituisce il modello. Il nostro culto è ancora «immagine e ombra delle realtà celesti» (Ebrei, 8, 5), tutto animato dal loro desiderio, in attesa che trapassi in esse, con la venuta del Signore.

L'Osservatore Romano