(Matteo Matzuzzi) I padri sinodali vanno alla guerra. Dure critiche alla relazione del card. Erdö: “Non corrisponde alla realtà del dibattito”. Da africani e polacchi dubbi sulla comunicazione: “Qui fanno emergere solo i pareri di qualche gruppo particolare”. Critiche al documento (...)
Ecco come il Sinodo si divide sugli omosessuali (Matteo Matzuzzi, Formiche)
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Ma il buono della “relatio post” resterà
L'Indice del Sinodo - il Regno
La tentazione di piacereL'Indice del Sinodo - il Regno
(Luigi Accattoli) La “relatio post disceptationem” verrà modificata e integrata, l’abbiamo capito già ieri e soprattutto oggi dai rumors interni ed esterni al Sinodo. Le affermazioni che vanno nel senso dell’accoglienza saranno lumeggiate con i richiami a ogni necessaria conversione, (...)
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di Giuliano Guzzo
Non lo so, sarà un mio pensiero, l’impressione singolare di un peccatore come miliardi di altri. Però l’aria sinodale – qualcuno dice addirittura conciliare – che in questi giorni soffia sulla Chiesa non mi convince del tutto. Da quanto trapelato, sembra infatti radicarsi, fra i centonovantuno padri convocati, una sostanziale resa non tanto a specifiche richieste mondane ma, addirittura, alla generale mentalità mondana. L’idea cioè che la Chiesa debba fare i conti col mondo, a volte, mi pare quasi anticipi il fatto che la Chiesa, e soprattutto i suoi servitori, debbono fare i conti con Dio. Se così fosse, se l’impressione certamente approssimativa di un peccatore come miliardi di altri, fosse anche parzialmente vera, sarebbe un problema. E la ragione di questa problematicità è semplice: se il doveroso esercizio della misericordia celasse la tentazione di piacere al mondo, di camuffare i peccati in sciocchezzuole da poco, la misericordia si tradurrebbe presto in un lasciapassare che renderebbe meno desiderabile non solo la misericordia, ma lo stesso Vangelo.
Se infatti si assottigliasse sempre più la differenza fra ciò che è cristiano e ciò che non lo è, perché rimanere nella fede? Se la condotta di chi cerca, sia pure fra errori ed infedeltà, di conformarsi agli insegnamenti di Gesù e quella di chi non si perita d’essersi già conformato a quelli del mondo quasi si equivalessero, che ne sarebbe della verità e, ancor prima, della carità? La centralità di questi interrogativi non deriva dal confondere il Cristianesimo con un codice etico né dalla nostalgia per chissà quale rigore morale passato, bensì dal bisogno di una direzione necessaria e cristallina, in assenza della quale – ripeto – il Cristianesimo stesso perderebbe d’interesse divenendo purtroppo solo una delle tante proposte esistenziali possibili. La dimostrazione evangelica di questo aspetto, peraltro rintracciabile in più accadimenti, è che è vero: Gesù ha a cuore anzitutto i peccatori (cosa, per me, estremamente consolante), ma mai si congeda da loro senza prima una chiara, forte ed inequivocabile richiesta: «Non peccare più».
In nessun caso, cioè, Gesù ha addolcito le sue parole. Neppure quando questo gli costava incomprensione. Lo si racconta bene nel Vangelo di Giovanni, che riferisce come «molti discepoli, dopo aver udito» quello che Gesù aveva predicato loro, «dissero:”Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?”» (Gv, 6:60). Sono le stesse lamentele che non pochi fedeli ed anche diversi non cattolici esprimono oggi nei confronti dell’insegnamento della Chiesa, giudicato troppo rigido: «Chi può ascoltarlo?». L’aspetto notevole è che la difficoltà di aderire al Cristianesimo veniva accusata da persone che, a differenza nostra, avevano a che fare direttamente con Gesù. Eppure neanche a Lui – il Figlio di Dio in persona, che certo non difettava di misericordia – furono risparmiate critiche: «Questo parlare è duro», si sentì dire. Critiche dinnanzi alle quali Gesù non solo ha vinto la tentazione di provare a piacere di più, ma ha rilanciato: «Perciò Gesù disse ai dodici: “Non volete andarvene anche voi?”» (Gv, 6:67).
Il punto allora è: come mai, di fronte ad un mondo che chiede novità alla Chiesa, non si sente rispondere – o si sente appena sussurrare – con quella domanda: «Non volete andarvene anche voi»? E’ la tentazione di piacere? Chissà. Intanto, non so voi, sarà solo un mio pensiero, ma a me seguire Gesù costa. E tanto. Mi costa sacrifici, impegno e soprattutto la ricorrente consapevolezza – non proprio esaltante, lo assicuro – di non essere vicino a Dio pur essendo lontano dal mondo, di rischiare di vivere da randagio, a metà strada, spaesato. Però non baratterei il percorso per nulla al mondo perché, mettendomi davanti ai miei enormi limiti, la Chiesa mi offre un perdono fantastico e totale che però non cercherei, se mi credessi già a posto. Sono stato vestito e sfamato e abbracciato perché sapevo – perché mi è stato detto – di essere nudo, malnutrito e solo. Se la Chiesa che mi ha finora accolto avesse, per paura di offendermi, tentato di dirmi che la mia nudità e il mio appetito e la mia solitudine erano illusioni ottiche, non avrei cercato – e non continuerei a cercare – quel Pane così buono. E mi perderei il meglio.
giulianoguzzo.com
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5 circoli minori (su 10) stroncano la Relatio
di Matteo Matzuzzi (Il Foglio)
“Ho paura che ciò che è uscito lunedì non corrisponda alla realtà”. E’ passata da poco l’una del pomeriggio, e la Sala stampa d’un tratto ammutolisce quando il cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban (Sudafrica), pronuncia quelle parole. Per lui, la relatio post disceptationem presentata il giorno prima dal cardinale Péter Erdö, relatore generale, è quasi carta straccia. “Per come è scritto, il documento lascia intendere che c’è accordo su cose sulle quali invece l’accordo non c’è”, aggiunge, rivelando implicitamente che al chiuso dell’Aula la discussione è stata ben più calda di quanto trapelato all’esterno. Il testo letto da Erdö è finito sul banco degli imputati, con quarantuno padri che l’hanno criticato e – in qualche caso – fatto a pezzi. Pell, Ouellet, Dolan, Vingt-Trois, Burke, Rylko, Müller, Scola, Caffarra. Tutti hanno preso la parola per chiedere da dove saltassero fuori quei paragrafi aperturisti che mai (o ben poco) erano stati discussi: “Il Sinodo non è stato convocato per discutere di contraccezione, aborto e matrimonio tra persone omosessuali. E’ stato convocato per discutere di famiglia”, tuona il cardinale Napier, che mette in fila l’una dopo l’altra tutte le perplessità che il circolo minore da lui moderato ha già evidenziato nel testo della relatio. Documento dal quale – cosa mai vista – ha preso le distanze lo stesso Relatore generale: “L’hai redatto tu, quindi rispondi tu”, ha detto Erdö in conferenza stampa al segretario speciale, mons. Bruno Forte, a proposito delle frasi sulle coppie omosessuali. Così come inedita è la puntualizzazione che lo stesso arcivescovo di Budapest ha fatto alla risposta data da Forte sull’apertura ai gay: “Nella relazione manca un accenno al disordine di tali convivenze”. E’ un capitolo sul quale la folta e vivace delegazione africana – totalmente esclusa dal comitato ristretto incaricato di stendere la Relatio Synodi, che dovrà avere il placet assembleare – ha promesso e dato battaglia, al punto che Napier ha auspicato in modo sibillino che “alla fine non prevalga la linea di qualche gruppo particolare, ma quella dell’assemblea”.
La segreteria generale tenta di spegnere il clamore mondiale suscitato dalla relatio di lunedì, predica prudenza e ricorda che il testo di Erdö è solo un documento di lavoro provvisorio, quindi emendabile e perfezionabile. Cosa ben diversa dai richiami al Concilio, al suo spirito e alla sua atmosfera che erano risuonati durante la conferenza stampa del giorno prima, quando un cardinale (Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Santiago del Cile), raccontava di “padri commossi” nell’udire la lettura del documento. Archiviata la discussione generale, il lavoro procede ora per gruppi ristretti: è qui, nei circoli minori, che si studiano i cambiamenti alla relazione, necessari anche per il cardinale Fernando Filoni, prefetto di Propaganda fide e moderatore di un gruppo in lingua italiana. Cinque circoli minori (su dieci complessivi) hanno già nel primo giro di discussione stroncato la Relatio post disceptationem. Il cardinale americano Raymond Leo Burke, moderatore del primo gruppo anglofono, ha definito ieri “irricevibile” il documento, e ben più duro di lui è stato il presidente della Conferenza episcopale polacca, il padre sinodale mons. Stanislaw Gadecki: “La relazione è inaccettabile, si distanzia dall’insegnamento di Giovanni Paolo II e mostra tracce di un’ideolgia contro il matrimonio”.
Quel testo, ha aggiunto il presule polacco, “fa sembrare che l’insegnamento della chiesa sia stato fino a oggi spietato, mentre solo adesso si inizia a insegnare la misericordia”. Il cardinale Napier ha inoltre sottolinato che molto, nel testo presentato lunedì mattina, “non è d’aiuto nel far comprendere l’insegnamento della chiesa”, avanzando il sospetto che chi sovrintende al Sinodo “non sia impegnato a esprimere le opinioni di tutti” i membri dell’assemblea. Qualche padre, poi, ha rivelato che “la parola peccato non è quasi presente nella relatio, come pure è stato ricordato il tono profetico delle parole di Gesù, per evitare il rischio di conformarsi alla mentalità del mondo presente”.
Lo scontro si sposta anche in curia, dove il capo dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prende posizione contro la relatio, chiarendo che “la chiesa non può riconoscere le coppie omosessuali”: “Io dico ciò che voglio e ciò che devo dire in qualità di prefetto della congregazione per la Dottrina della fede”, ha aggiunto, spiegando di non sapere molto di più, dal momento “che non faccio più parte della regia”. La contrarietà alla relazione intermedia irrompe anche su Radio Vaticana, dove il vescovo di Riga, mons. Zbignevs Stankevics, fa sapere di essere al lavoro per “correggere alcune espressioni, non corrette a mio modo di vedere, usate nel documento. Lo facciamo per elaborare un testo finale più equilibrato e che risponda meglio alle sfide di oggi. La mia convinzione è che il compito principale del Sinodo è di riaffermare la verità del Vangelo sul matrimonio”. Certo, ha aggiunto Stankevics, “è necessaria una conversione da parte nostra. Dobbiamo farlo con tutta l’umiltà, con tutta la misericordia verso il mondo, ma la verità rimane sempre, la verità è oggettiva. Non possiamo dire che ognuno può capirla come vuole”. Giusto e sacrosanto andare incontro alle sfide contemporanee “per quanto possibile. Ma senza perdere l’identità cattolica e senza rinunciare alla verità sul matrimonio”.
fonte: IlFoglio.it