lunedì 13 ottobre 2014

Quelli che "Benedetto XVI è da cancellare"

Enzo Bianchi e Massimo BorghesiPer il priore di Bose Enzo Bianchi, con papa Francesco si respira finalmente aria di libertà dopo decenni di repressione. E per il filosofo Massimo Borghesi, papa Ratzinger è addirittura responsabile delle persecuzioni dei cristiani nei paesi islamici (a causa del discorso di Ratisbona). Così intellettuali di diverse provenienze accreditano l'idea di una Chiesa di Francesco in rottura con un passato oscurantista. È una immagine caricaturale che si nutre di falsità teologiche e storiche.
*La caccia alle streghe di Enzo Bianchi
di Antonio Livi

Mi rincresce dover tornare a parlare di Enzo Bianchi. Innanzitutto, perché costui non si ravvede mai, anzi è insofferente a ogni critica e cerca di intimidirmi con la minaccia delle querele. Ma domenica ha pubblicato un ennesimo articolo mistificatorio sulla Stampa di Torino, che è proprio il giornale per il quale scrisse l’articolo contro papa Giovanni Paolo II che due anni fa mi indusse a contestarlo sulla“Bussola Quotidiana”.

L’articolo inizia con un tono trionfalistico che tanto mi ricorda quel “bollettino della vittoria” che leggevo in una lapide apposta nell’ingresso del mio liceo a Roma. Nel bollettino il generale Armando Diaz diceva: «La guerra contro l’Austria-Ungheria, che l’Esercito italiano iniziò il 24 maggio del 1915, è vinta […] I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza».

Con la medesima enfasi militare Bianchi scrive: «Oggi, dopo venti mesi di pontificato, possiamo dire che si è creato un altro clima nel tessuto ecclesiale: un clima di libertà di parola nel quale con parresia ogni cattolico, vescovo o semplice fedele, può lasciar parlare la propria coscienza e dire quello che pensa, senza essere subito messo a tacere, censurato o addirittura punito, come avveniva negli ultimi decenni». Dunque, vittoria indiscutibile del nuovo corso profetizzato da Bianchi e attuato finalmente da Bergoglio. Ora sì che si può parlare liberamente, e dunque tutti devono essere d’accordo nel lodare il Papa del dialogo e della pacifica discussione fraterna.

E le truppe sconfitte? Ci sono anche quelle: sono “le forze oscure della reazione in agguato”, i reazionari, i conservatori, i nostalgici del tempo nel quale la Chiesa condannava qualcuno nominatim o almeno denunciava gli errori che venivano diffusi in materia di fede e di morale. Sono, secondo Bianchi, «i nemici del Papa», e li descrive così: «Persone che non si limitano a criticarlo con rispetto, come avveniva con Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, ma si spingono fino a disprezzarlo. […] Conosciamo da tempo costoro come persone inclini a inseguire le proprie ipotesi ecclesiastiche anziché l’oggettività della grande tradizione cattolica nella quale vale il primato del vangelo». Insomma, i nemici del Papa sono miei nemici, or che il Papa è mio amico (non come quelli di prima, avvezzi a censurare). Curioso che chi di mestiere fa il fabbricatore di fantasiose «ipotesi ecclesiastiche» se la prenda con chi si richiama, appunto, all’«oggettività della grande tradizione cattolica». Ma poi, conoscendo Bianchi, si capisce che egli vuol riferirsi alla tradizione del modernismo teologico, dove il primato non è, come lui dice, quello del Vangelo ma quello dell’ecumenismo storicistico insegnato dal suo maestro Hans Küng.
Come testimonial dell’avvento di questa nuova Chiesa della riforma che solo l’elezione di papa Francesco ha reso possibile, Bianchi cita il cardinale Ravasi, un prolifico saggista (da sempre scrive per ilSole24Ore) che deve la porpora a Giovanni Paolo II ma non vuol sentir parlare della sua enciclica Fides et ratio, considerandola un «passo indietro» rispetto al cammino del dialogo con la cultura di oggi. Poi cita il cardinale Martini, anche lui nominato arcivescovo di Milano da Giovanni Paolo II, eppure aspramente critico nei suoi confronti per aver confermato l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI con l’esortazione apostolicaFamiliaris consortio, invece di abolirla, tanto da farsi acclamare dalla Stampa di Torino (di nuovo!) come l’auspicabile papa del futuro.

Bianchi non aggiunge a questi due nomi quelli di tanti altri che in questi giorni, durante il Sinodo sulla famiglia, chiedono di nuovo, con gli stessi argomenti di Martini, l’abolizione di questi due documenti del Magistero e la damnatio memoriae dei papi che li hanno promulgati. Non li cita, perché non ce n’è bisogno, basta il riferimento a se stesso come guida spirituale dell’ala marciante di una Chiesa che si rinnova affrettando i tempi dell’unità di tutti i cristiani e anche di tutti i non cristiani in un’unica comunità ecumenica di pace e di misericordia. L’importante è far passare il messaggio che il primo passo della riforma è una formale rottura con il passato, ad opera di Bergoglio, con una pastorale di segno opposto rispetto a quella attuata dai papi che lo hanno preceduto. 
Piuttosto che credere a quello che Bianchi, nuovo papista, dice a proposito delle intenzioni di Bergoglio, stiamo ai fatti. Tra i fatti ci sono i documenti propriamente magisteriali, e quello più importante pubblicato da papa Francesco è l’enciclica Lumen fidei, scritta a quattro mani proprio con papa Benedetto XVI, il che esclude l’ipotesi di una volontà di rottura con il suo insegnamento dogmatico. Poi ci sono i «fatti dogmatici». Così venivano chiamati in passato i pronunciamenti solenni del Romano Pontefice riguardo alla santità di alcuni fedeli di ieri, proposti ai fedeli di oggi come intercessori presso Dio e come modello di virtù cristiane. Le beatificazioni e soprattutto le canonizzazioni implicano non solo un generico insegnamento circa l’esemplarità di una vita cristiana ma impegnano l’infallibilità nell’affermare come verità rivelata da Dio (tramite i miracoli) che taluni membri della Chiesa ora defunti sono in Cielo nella gloria. Insomma, gli atti pontifici di beatificazione e di canonizzazione sono degli insegnamenti solenni riguardo alla vita cristiana dei singoli fedeli e della Chiesa come comunità gerarchicamente ordinata. Ora, tra i fatti del pontificato di Francesco ci sono anche la canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, e ora anche la beatificazione di Paolo VI. Dunque, è assurdo porre papa Francesco in antitesi con i suoi predecessori, presentarlo ai cattolici e ai laicisti come l’uomo della rottura con la Tradizione, come il Papa che ha cominciato a ridimensionare il papato e a dare ragione a tutti coloro che la Chiesa ha sempre considerato eretici, scismatici o miscredenti. 
Ma, tant’è. Bianchi si è avvalso negli anni passati del favore concessogli (non certo disinteressatamente) dagli intellettuali italiani dichiaratamente anticattolici (perché ebrei o protestanti o perché agnostici, atei o pagani di ritorno), e poi, sempre di più, dall’editoria religiosa cattolica e da non pochi vescovi. Ora non gli pare vero di potersi  appropriare anche della figura del Papa, che gode delle simpatie anche dei più “lontani”. Bianchi già da tempo lo ha arruolato d’ufficio nel suo “esercito della salvezza” (i meno giovani tra i lettori ricorderanno la Salvation Army), riducendolo a un’icona ideologica per poterlo “vendere” nel mercato mediatico come colui che finalmente spazza via la vecchia Chiesa e dà inizio a una nuova storia, con nuovi protagonisti non più nostalgici del passato e non più chiusi nelle ristrettezze del dogma, della morale  e delle leggi canoniche.

Che la riforma della Chiesa attraverso la de-dogmatizzazione, l’antigiuridicismo e la sinodalità (intesa come rinuncia all’esercizio effettivo del primato) sia il sogno di Bianchi lo sappiamo bene, perché i suoi slogan politico-religiosi non fanno altro che volgarizzare le tesi di Hans Küng, così come si trovano soprattutto nella sua ultima opera di largo respiro, il Projekt Weltethos, dove è profetizzato, in termini hegeliani, il “destino del cristianesimo”, che di riforma in riforma dovrebbe alla fine trasformarsi nel catalizzatore di una religione mondiale, basata sull’etica sociale  della convivenza e della misericordia. Questa religione senza dogmi e senza magistero dovrebbe poter continuare a richiamarsi a Gesù: ma non come il Dio-con-noi (Immanuel), non come il Verbo eterno che si è fatto Uomo rimanendo Dio, non come Dio-che-ci-salva (Yoshua), ma come una «creatura» (così lo definiva Bianchi nell’articolo su Avvenire di due anni fa che dette inizio alla polemica nei sui confronti), un modello etico, una specie di Buddha.

Ecco infatti come si riferisce a Cristo Enzo Bianchi nell’ultimo articolo, parlando della auspicata riforma della prassi ecclesiale nei confronti dei cattolici divorziati e risposati: «Quanto al tema del sinodo, è incandescente perché è in gioco non tanto una disciplina diversa riguardo al matrimonio, alla famiglia e alla sessualità, bensì il volto del Dio invisibile, un volto che noi cristiani conosciamo solo nel volto di Gesù Cristo, colui che ci ha narrato, spiegato, fatto conoscere Dio. È in gioco il volto del Dio misericordioso e compassionevole, come sta scritto nel suo Nome santo dato a Mosè e come è stato raccontato da Gesù, suo figlio nel mondo, il quale non ha mai castigato i peccatori, non li ha mai puniti ma li ha perdonati ogni volta che li ha incontrati, spingendoli così al pentimento e alla conversione».

Quanta retorica buonista e quanti errori teologici in poche righe! Innanzitutto, il Credo della Chiesa cattolica e la Scrittura non ci presentano Gesù Cristo come “colui che ci ha narrato, spiegato, fatto conoscere Dio”, ma come Dio stesso, come il Figlio di Dio consustanziale al Padre e allo Spirito Santo, il Verbo eterno «per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose» e che «ha preso dimora presso di noi». Offrendoci le prove della sua divinità, Egli ha provocato l’esplicita professione di fede di Tommaso apostolo: «Tu sei il mio Signore, tu sei il mio Dio!». E di Sé aveva detto: «Chi vede me vede il Padre», e se uno lo vede come semplice uomo non vede in alcun modo il Padre; e ancora: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo».

Bianchi fa continuo ricorso alle Scritture ma estraendone solo le frasi che gli servono a supporto retorico della sua ideologia e omettendo sempre di citare le parole fondamentali della verità soprannaturale, come la parola “rivelazione” (apokalypsis), che funge da titolo dell’ultimo libro del Nuovo Testamento. Quando scrive che il “Nome santo dato a Mosè” sarebbe il Nome “del Dio misericordioso e compassionevole” finge di ignorare che nel Libro dell’Esodo Dio rivela a Mosè il suo Nome dal roveto ardente dicendo «Io sono Colui che è, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», un’espressione nella quale certamente è implicata la compassione per gli Israeliti ridotti in schiavitù dagli Egiziani, ma anche i castighi che agli Egiziani sarebbero stati inflitti per costringerli a lasciar partire il popolo eletto.

Quanto poi all’affermazione che Gesù “non ha mai castigato i peccatori, non li ha mai puniti ma li ha perdonati ogni volta che li ha incontrati, spingendoli così al pentimento e alla conversione”, essa è volutamente confusionaria. Il comportamento di Gesù lo si comprende solo alla luce del suo primo annuncio: «Convertitevi e credete al Vangelo!»; il che significa che il perdono è offerto a tutti ma effettivamente donato solo a chi si pente e si converte. Bianchi finge di ignorare che  è Gesù in persona ad ammonire i peccatori circa i castighi di Dio, sia temporali che eterni (l’inferno), raccomandando a tutti di convertirsi e di fare penitenza prima che sia troppo tardi, cioè prima della morte e del giudizio, quando «il re dirà a quelli della sua sinistra: Lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!». Per questo Gesù, nella sua infinita misericordia, volendoci salvare ci avvisa: «State desti, perché non potete sapere né il giorno né l’ora!». Ed è sempre Gesù in persona che non vuole che ci illudiamo di ottenere il perdono senza pentimento: «Ci sono peccati (quelli contro lo Spirito Santo, ossia contro la verità conosciuta) che non possono essere perdonati né in questa vita né in quella futura». 
Dunque, a nulla servono le interpretazioni di comodo della Scrittura. Resta il fatto che non ha alcun fondamento teologico la novità “pastorale” che Bianchi vagheggia come segno della misericordia di Dio nei confronti di quei cattolici che hanno violato il sacro vincolo della fedeltà coniugale divorziando dal coniuge e vivendo more uxorio con un’altra persona. Del resto (ironia della sorte, direbbe un pagano, ma un cristiano deve pensare che si tratta piuttosto di Provvidenza), proprio il giorno stesso nel quale leggo queste affermazioni distorte di Bianchi sul perdono di Dio, la Santa Messa della domenica XXVIII dell’anno fa leggere un brano del Vangelo nel quale Gesù parla degli uomini, ricchi e poveri, buoni e cattivi, invitati gratuitamente alle nozze del re, uno dei quali viene però cacciato via perché non ha voluto indossare l’abito della festa. Significa che la grazia del perdono divino e l’ammissione all’Eucaristia richiede la conversione del cuore, la quale a sua volta implica la volontà di uscir fuori da una situazione di peccato abituale e volontario.

Proprio quello che la Chiesa, soprattutto a partire dal Concilio di Trento, ha definito riguardo alla possibilità di accedere alla comunione eucaristica: chi ha coscienza di essere in peccato grave e non vuole cambiare vita, non può ricevere il perdono sacramentale (l’assoluzione nel sacramento della Penitenza) e non è quindi in condizioni di fare la Comunione.

Ma a Bianchi non importa nulla della dottrina cristiana così chiaramente enunciata dal magistero e dalla Scrittura. Parla del matrimonio come di una love story e ignora il suo statuto morale come istituzione di diritto naturale e la sua elevazione a sacramento quando è celebrato tra battezzati.

Con la retorica buonista vorrebbe trasformare il patto coniugale, che è un vincolo morale che obbliga in coscienza, in uno stato d’animo, in un mero tentativo come è il fidanzamento; e parla del tradimento della fedeltà coniugale come se parlasse del fallimento di un’impresa commerciale: «Nella storia, e particolarmente oggi, questo vincolo nelle storie d’amore non è sempre assunto nella fede, nell’adesione alla parola di Cristo e, comunque, a volte si deteriora, si corrompe e muore. Sì, tra coniugi occorre stare insieme fino a quando uno rende più buono l’altro, ma se questo non avviene più, dopo ripetuti tentativi, allora la separazione può essere un male minore. Ed è qui che a volte può iniziare una nuova storia d’amore che può mostrarsi portatrice di vita, vissuta nella lealtà e nella fedeltà, nella condivisione della fede e dell’appartenenza viva alla comunità cristiana. Per quanti vivono in questa condizione non è possibile celebrare altre nozze né contraddire il sacramento del matrimonio già celebrato, ma se compiono un cammino penitenziale, se mostrano con l’andare degli anni saldezza nel nuovo vincolo, non si potrebbe almeno ammetterli alla comunione che dà loro la possibilità di un viatico portatore di grazia nel cammino verso il Regno? Secondo la dottrina cattolica tradizionale l’eucarestia è sacramento anche per la remissione dei peccati». Peccato che la “dottrina cattolica tradizionale” consideri questa grazia sacramentale applicabile solo a peccati veniali, ossia a quelli che non richiedono la confessione e l’assoluzione in nome della misericordia di Cristo.

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Le falsità di Borghesi su Ratisbona
di Riccardo Cascioli

È incredibile come certi intellettuali, per accreditarsi come fedelissimi di papa Francesco sentano il bisogno di sparare sui papi precedenti, contribuendo ad accreditare l’idea che sia iniziata una nuova epoca nella Chiesa - più libera, più vera, più attaccata alla fede in Gesù Cristo - in rottura con la precedente - ovviamente oscurantista, chiusa, intransigente, arroccata sui valori, incapace di incontrare gli altri -. 
È un’immagine caricaturale della Chiesa e dei Papi, e l’ultimo a unirsi a questo coro conformista è il filosofo Massimo Borghesi, che in una recente conferenza svolta a Padova ha addirittura addebitato a Benedetto XVI la responsabilità morale di stragi e persecuzioni dei cristiani nei paesi islamici a causa del famoso discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 (vedi video al minuto 18). Obiettivo di Borghesi sono quelli che lui definisce «i teocon di ritorno» che hanno criticato papa Francesco per la sua presunta timidezza nei confronti dei terroristi islamici che hanno costretto i cristiani iracheni alla fuga. Secondo Borghesi, costoro avrebbero voluto che «il Papa dichiarasse guerra all’islam» (a noi non risulta che qualcuno si sia espresso in questi termini), e per dare più forza a questo giudizio, afferma letteralmente: 
«...Già Ratzinger, Benedetto, fece quell’errore di mettere Maometto di mezzo nel discorso di Ratisbona e ci furono uccisioni, e ci furono persecuzioni. Non puoi dire l’islam, perché nell’islam c’è di tutto, (…) e se dici così vuoi la morte dei cristiani nelle zone a rischio…».
Sul valore di quel discorso ovviamente è legittimo avere anche opinioni diverse, ma accusare papa Benedetto XVI di essere causa diretta di uccisioni e persecuzioni di cristiani è una enormità sconcertante, e soprattutto un falso storico. Forse una morte, in Somalia, può essere legata alle pretestuose reazioni di certo mondo islamico, ma Borghesi dovrebbe almeno sapere che ci sono state decine di migliaia di cristiani uccisi nei paesi islamici prima del discorso di Ratisbona (Regensburg) e anche dopo, senza che alcun legame ci fosse con quell’intervento. Non solo, poche settimane dopo il discorso, 38 musulmani scrissero al Papa non per protestare ma per dialogare su fede e ragione. E un anno dopo furono 138 i dotti musulmani che scrissero una seconda lettera a papa Benedetto XVI e anche ai capi delle Chiese ortodosse e protestanti, proponendo un dialogo sul tema dell’amore a Dio e al prossimo.
Ma per ricordare il valore del discorso di Ratisbona, riproponiamo ampi stralci di un articolo di padre Samir Khalil Samir, un gesuita tra i massimi esperti del mondo islamico, pubblicato sull’agenzia AsiaNews il 16 gennaio 2007 (clicca qui per la versione integrale): 
DIALOGO CHIESA-ISLAM: RIPARTIRE DAL PAPA DI REGENSBURG
di Samir Khalil Samir, sj


La lezione magistrale di Benedetto XVI a Regensburg è stata vista da cristiani e musulmani come un passo falso del papa, un suo banale errore, qualcosa da dimenticare e lasciarsi alle spalle, se non vogliamo fomentare una guerra fra religioni. In realtà questo papa dal pensiero equilibrato e coraggioso, per nulla banale, a Regensburg ha tracciato le basi di un vero dialogo fra cristiani e musulmani, diventando voce di molti musulmani riformisti e suggerendo all’Islam e ai cristiani i passi da fare.
Ancora oggi in occidente e nel mondo islamico vi sono forti reazioni a quel discorso. Ma molti studiosi musulmani cominciano a domandarsi: “Passata la burrasca dei fraintendimenti, in fondo, cosa ci ha detto Benedetto XVI? Ha detto che noi musulmani corriamo il grande rischio di eliminare la ragione dalla nostra fede. In tal modo la fede islamica diviene solo un atto di sottomissione a Dio che al limite può cadere nella violenza, magari ‘in nome di Dio’, o ‘per difendere Dio’”.
Violenza, ragione e crisi dell’IslamProprio la citazione di Manuele II Paleologo, tanto bistrattata e odiata, era importante perché sottolineava che “Dio non ama il sangue e la violenza”, e che la violenza è contraria alla natura di Dio e dell’uomo. Purtroppo, siccome questa frase è stata pronunciata il 12 settembre, un giorno dopo l’anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle, la gente l’ha letta in chiave politica (aiutati dalla manipolazione di al Jazeera e dei liberal occidentali).
Adesso la stessa gente musulmana si chiede: “Tutto sommato, il papa ha detto che nell’Islam c’è il rischio di violenza. E questo non è vero? Non è la nostra storia e il nostro problema quotidiano? Non c’è il rischio di svuotare la fede separandola dalla ragione e dal pensiero critico?”. Anche se non in pubblico, diversi studiosi islamici affermano: “Questa separazione fra la fede e la ragione è più che mai il pericolo attuale dell’Islam!”.
Nel IX-XI secolo l’Islam ha integrato nella sua visione la dimensione ellenistica della filosofia greca e, attraverso questa, la dimensione critica, logica, ragionevole. Questo è stato fatto grazie ai cristiani che vivevano nel mondo musulmano. Ma da quasi mille anni l’Islam ha evacuato la ragione e ripropone di continuo un’applicazione letterale di quanto si è detto nel passato. La crisi attuale del mondo musulmano ha come base proprio il divario fra la fede e la ragione e in varie forme, sono tanti i musulmani che lo dicono.
Circa un mese fa, il ministro egiziano della Cultura, Farouk Hosni, in parlamento, ha criticato la diffusione del velo islamico in Egitto dicendo che “questo [uso del velo – ndr] non si è mai visto prima nel nostro paese. Su questa strada siamo tornati indietro di almeno 30 anni”. Un altro parlamentare è intervenuto a dargli man forte: “Non solo siamo tornati indietro di 30 anni, ma all’epoca di Mehemet Alì [cioè agli inizi del XIX secolo]”.
Purtroppo il ministro è stato accusato di andare contro la Costituzione egiziana, che prevede il Corano e la sharia come fonti della legislazione. Così, Farouk Hosni, ministro da 20 anni e noto artista, ha rischiato di essere dimesso da parte dagli integralisti. In più, avendo egli 62 anni e non essendo sposato, è stato anche attaccato e accusato di essere omosessuale.
La crisi dell’Islam è sotto gli occhi di tutti ed è sottolineata da tutti gli intellettuali. Essa è un tentativo di rifugio nel passato per paura dell’autocritica, della ragione e della modernità.
Quando il papa sottolinea di integrare la ragione nella fede – e ai laici di integrare la dimensione spirituale nel concetto di ragione – in realtà suggerisce all’Islam la strada per fare dei grandi passi avanti.
Il coraggio di parlareUn altro elemento importante emerso a Regensburg è il coraggio di parlare: è ora di finirla di avere sempre peli sulla lingua quando si parla dell’Islam. Anche un papa ha pieno diritto di dire le cose in modo semplice e diretto ai nostri fratelli musulmani, così come agli ebrei, ai laici, e ai propri cattolici. Questo papa ha rivendicato la libertà di parola.
La seconda cosa: lui ha detto cose ragionevoli e spiacevoli, ma è convinto che tali cose vanno dette perché questo è il contenuto di un vero dialogo. Lo scopo del discorso di Regensburg – è detto nella conclusione – è proprio il dialogo umanistico, che non rigetta nulla di positivo nell’Islam e nell’illuminismo, ma critica ciò che di estremista e di anti-spirituale vi è nell’uno e nell’altro. In tal modo Benedetto XVI ha messo le basi di un dialogo universale facendo una proposta alle due opposte tendenze di oggi: da una parte l’Islam con un fideismo che esclude la ragione (e vale la pena precisare che ciò non significa che tutto l’Islam ha sempre rigettato la ragione, come qualcuno ha voluto fargli dire); dall’altra, ha fatto una proposta all’illuminismo laicista, razionalista che elimina come insignificante la religione.
Da Regensburg in poi egli ha pure “mostrato” questo dialogo, facendo gesti concreti. Vale la pena ricordare la preghiera del papa nella Moschea blu ad Istanbul, nel suo viaggio in Turchia. Il papa ha sottolineato nei fatti che noi cristiani riconosciamo e rispettiamo la dimensione spirituale presente nell’Islam: si è tolto le scarpe entrando nel luogo sacro (una tradizione che è biblica e che si ritrova per esempio presso i Copti e gli Etiopi); invitato a pregare, si è girato verso il mihrab, la nicchia che indica la Mecca. Egli ha pregato perchè non riduce l’Islam a politica; ha pregato senza creare ambiguità o confusione. Questi gesti hanno dato il vero significato del discorso di Regensburg per i musulmani.
Il papa, maestro di interpretazione del CoranoAncora oggi vi sono musulmani che mi scrivono ringraziando il papa per quello che ha detto in Germania. Già subito dopo il discorso, il tunisino Abdelwahhab Meddeb ha detto grazie a Benedetto XVI, perché “finalmente qualcuno osa parlare e punta il dito sulla violenza nell’Islam”. Per Meddeb “il seme della violenza nell’Islam si trova nel Corano”, come ha intitolato un suo articolo.
Questa affermazione - di un musulmano - mette in luce il vero, grande problema del dialogo attuale: la mancanza di verità, il non accettare di confrontarci sui punti critici.
Sulla questione della violenza, tutti i musulmani sanno che i semi sono nel Libro sacro, ma tutti anche cercheranno di nasconderlo dicendo che “No, non è vero, l’Islam significa pace, salām, rispetto, non violenza”, negando i fatti.
Il discorso di Benedetto XVI non ha negato i fatti, ma ha proposto di comprenderli all’interno di un contesto umano. Ha cioè suggerito all’Islam di iniziare a fare l’interpretazione dei testi.
Quando il papa ha citato il versetto del Corano, “non c’è violenza in materia di fede” (Sura della vacca, 2,256) ha aggiunto una frase che ha scandalizzato molti: “ma questo è probabilmente una delle sure del periodo iniziale… in cui Maometto stesso era senza potere e minacciato”.
Questi commenti mi sembrano fondamentali: egli spinge a fare un lavoro di esegesi verso i testi sacri. Nel caso specifico, egli ha fatto un esempio di ermeneutica del Corano, proponendo la lettura di quel verso dentro l’esperienza umana di Maometto. 

(...) Con il suo piccolo commento, Benedetto XVI sembra suggerire ai musulmani: dobbiamo leggere il testo nel contesto; e questo è fondamentale per cominciare un dialogo islamo-cristiano. Occorre rileggere i libri sacri per vedere “le circostanze della rivelazione” (asbāb al-tanzīl, come dice la tradizione musulmana). In questo il papa riprende la sana tradizione dell’interpretazione che era viva nel IX secolo. Purtroppo nell’Islam contemporaneo questa cosa non si fa più.
(...) Il papa ha avuto il coraggio di identificare i punti chiave: la ragione, la violenza, l’ermeneutica…E ha messo il dito nella piaga sulla questione dell’interpretazione del Corano, senza di cui non si riesce a dialogare.
Questa spinta all’Islam verso l’interpretazione è fatta per amore stesso dell’Islam. Alcuni teologi cristiani e musulmani hanno criticato il papa per essere stato troppo duro a Regensburg e lo hanno invece applaudito in Turchia. In realtà è lo stesso papa che, per amore dell’Islam, a Regensburg non ha mancato di criticarlo, e a Istanbul non ha mancato di fraternità spirituale.
La missione cristiana tentata dal relativismoA Regensburg Benedetto XVI ha osato parlare di violenza, mancanza di ragione, necessità dell’interpretazione nell’Islam e per questo molti intellettuali musulmani lo hanno elogiato e hanno sperato che “il papa non chieda scusa”. In occidente, le richieste di “scuse” erano innumerevoli, anche fra i cristiani. In realtà è successo che l’atteggiamento del papa a Regensburg ha sconquassato la concezione troppo irenica della missione della Chiesa e il perbenismo tollerante laico. Benedetto XVI ha fatto comprendere che dire la verità, dire delle cose che fanno male, non è un insulto, ma una strada di guarigione. Ogni tanto bisogna offrire anche una medicina amara.