sabato 13 ottobre 2012

"Che cosa ha un ricco se non ha Dio? Che cosa non possiede un povero se ha Dio?


Oggi 14 ottobre celebriamo la    

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIOAnno B 


"Abbiamo grandi ricchezze messe da parte 
in cielo se osserviamo i comandamenti 
del Signore e se conserviamo la fede nel 
Cristo: queste sono ricchezze eterne". 

S. Cromazio di Aquileia, Sermone 5 




Il mio nome è glorificato tra le genti
Dal «Commento su Aggeo» di san Cirillo d'Alessandria, vescovo
(Cap. 14; PG 71, 1047-1050)

Al tempo della venuta del nostro Salvatore apparve un tempio divino senza alcun confronto più glorioso, più splendido ed eccellente di quello antico. Quanto superiore era la religione di Cristo e del Vangelo al culto dell'antica legge e quanto superiore è la realtà in confronto alla sua ombra, tanto più nobile è il tempio nuovo rispetto all'antico.
Penso che si possa aggiungere anche un'altra cosa. Il tempio era unico, quello di Gerusalemme, e il solo popolo di Israele offriva in esso i suoi sacrifici. Ma dopo che l'Unigenito si fece simile a noi, pur essendo «Dio e Signore, nostra luce» (Sal 117, 27), come dice la Scrittura, il mondo intero si è riempito di sacri edifici e di innumerevoli adoratori che onorano il Dio dell'universo con sacrifici ed incensi spirituali. E questo, io penso, è ciò che Malachia profetizzò da parte di Dio: Io sono il grande Re, dice il Signore: grande è il mio nome fra le genti, e in ogni luogo saranno offerti l'incenso e l'oblazione pura (cfr. Ml 1, 11).
Da ciò risulta che la gloria dell'ultimo tempio, cioè della Chiesa, sarebbe stata più grande. A quanti lavoravano con impegno e fatica alla sua edificazione, sarà dato dal Salvatore come dono e regalo celeste Cristo, che è la pace di tutti. Noi allora per mezzo di lui potremo presentarci al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2, 18). Lo dichiara egli stesso quando dice: Darò la pace in questo luogo e la pace dell'anima in premio a chiunque concorrerà a innalzare questo tempio (cfr. Ag 2, 9). Aggiunge: «Vi do la mia pace» (Gv 14, 27). E quale vantaggio questo offra a quanti lo amano, lo insegna san Paolo dicendo: La pace di Cristo, che sorpassa ogni intelligenza, custodisca i vostri cuori e i vostri pensieri (cfr. Fil 4, 7). Anche il saggio Isaia pregava in termini simili: «Signore, ci concederai la pace, poiché tu dai successo a tutte le nostre imprese» (Is 26, 12).
A quanti sono stati resi degni una volta della pace di Cristo è facile salvare l'anima loro e indirizzare la volontà a compiere bene quanto richiede la virtù.
Perciò a chiunque concorre alla costruzione del nuovo tempio promette la pace. Quanti dunque si adoperano a edificare la Chiesa o che sono messi a capo della famiglia di Dio (cfr. Ef 2, 22) come mistagoghi, cioè come interpreti dei sacri misteri, sono sicuri di conseguire la salvezza. Ma lo sono anche coloro che provvedono al bene della propria anima, rendendosi roccia viva e spirituale (cfr. 1 Cor 10, 4) per il tempio santo, e dimora di Dio per mezzo dello Spirito (cfr. Ef 2, 22).
  
MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 129,3-4
Se consideri le nostre colpe, Signore,
chi potrà resistere?
Ma presso di te è il perdono,
o Dio di Israele.
 

Colletta

Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene. Per il nostro Signore...

 Oppure:
O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell'uomo, non c'è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

LITURGIA DELLA PAROLA 

Prima Lettura 
  Sap 7, 7-11Al confronto della sapienza stimai un nulla la ricchezza.

Dal libro della Sapienza
Pregai e mi fu elargita la prudenza,
implorai e venne in me lo spirito di sapienza.
La preferii a scettri e a troni,
stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,
non la paragonai neppure a una gemma inestimabile,
perché tutto l'oro al suo confronto è come un po' di sabbia
e come fango sarà valutato di fronte a lei l'argento.
L'ho amata più della salute e della bellezza,
ho preferito avere lei piuttosto che la luce,
perché lo splendore che viene da lei non tramonta.
Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni;
nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.
 
Salmo Responsoriale
    Dal Salmo 89
Saziaci, Signore, con il tuo amore:
gioiremo per sempre.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti,
per gli anni in cui abbiamo visto il male.

Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
e il tuo splendore ai loro figli.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l'opera delle nostre mani,
l'opera delle nostre mani rendi salda.


Seconda Lettura
   Eb 4, 12-13

La parola di Dio discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

Dalla lettera agli Ebrei
La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto. 
 

Canto al Vangelo
   Mt 5,3 
Alleluia, alleluia.
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli. 

Alleluia.


 Vangelo   Mc 10, 17-30
Vendi quello che hai,  poi vieni e seguimi.

Dal vangelo secondo Marco
 
[In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre"».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?».
Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».] Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà». Parola del Signore.

COMMENTI

Congregazione per il Clero
Aveva nel cuore un presentimento lieto quel mattino il giovane ricco, un presentimento lieto per un'intuizione di possibile bene per sé. Era un mattino che si apriva ad una festa perché il giovane ricco sarebbe andato a vedere quel famoso maestro di cui tutti in Giudea parlavano: i suoi miracoli, la sua accoglienza alla gente e ai peccatori, la sua dottrina... Ecco, vederlo e parlargli delle proprie aspirazioni, del proprio desiderio di perfezione davanti a Dio.
Ma il presentimento del vero bene per sé che, conseguito, dona letizia al cuore, e che costituisce il problema attorno a cui ogni uomo si arrovella, dipende, nel suo compiersi, da come questo problema umano si pone davanti alla possibile risposta: «Maestro buono, che cosa devo fare...?». La vera tragedia dell'uomo di oggi - perché di noi oggi parla il Vangelo - è che al massimo, normalmente, questo rovello si traduce in una domanda che porta con sé già i germi della futura tristezza, perché non può mai trovare vera risposta. La domanda sulla felicità si traduce oggi, nel migliore dei casi, normalmente, in una questione immediatamente etica, dando come per scontata la fede.
Il giovane ricco osservava fedelmente tutti comandamenti. Ma se l'insistenza cade unilateralmente sui comandamenti, dando per presupposta la grande Presenza, Dio stesso che li genera, il modo con cui si parla di Dio e si vive con e per Dio, diventa “doveristico” più che attraente. Così prevale la “prestazione moralistica” propria, invece della testimonianza di una bellezza intravista, il fascino di una Presenza che ci sta davanti in carne ed ossa. L'etica cristiana, la nostra “prestazione morale” è, troppo spesso, un'etica senza volto, non nasce da un volto, non nasce da un Tu, cui si sta davanti domandando: «Chi sei Tu? Chi sono io? Chi sono io di fronte a Te?».
Non era questo l'interrogativo del giovane ricco. Era andato da Cristo per arricchire il proprio tragitto morale di un qualche ulteriore affinamento etico, non per vedere il suo volto: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». “Hai osservato tutto, ma non hai ancora osservato me” ha risposto il Signore con il suo sguardo, tant’è che allora gli ha offerto il suo volto: «fissatolo, lo amò».
Gesù doveva provare una stretta al cuore perché il suo sguardo, che era lo sguardo di Dio, quello che «penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito [...] e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore», conosceva l'epilogo.
Epilogo triste perché il giovane ricco non era disponibile a quel “gesto etico” fondamentale che è il lasciarsi amare, cioè definire, da Cristo; non era disponibile a che quello sguardo fosse decisivo per il suo destino. Per questo il Signore ebbe una stretta al cuore, come possono averla un padre o una madre, davanti al figlio che non risponde; e in quella stretta al cuore si preannunciava già il dolore supremo che sarebbe stata la Croce. Dall’alto della Croce, Cristo, fissando il mondo, fissando ogni uomo, già fissando ciascuno di noi oggi, offrì il suo amore gratuitamente, quasi come sprecato - così come apparentemente sprecato fu col giovane ricco - perché l'amore vero è senza pretese, libero da ogni esito, perché è solo per il compimento ultimo.
E il giovane ricco chiuse gli occhi e strinse anche lui il cuore, anche lui ebbe la sua stretta di cuore, ma fu per una meschinità, mentre per Cristo fu la profezia di una dilatazione d’amore totale. Tutta la tensione morale di quel giovane, di cui non conosciamo il destino eterno, si ridusse ad una cosa meschina, diventò un mucchietto di “polvere etica”, una tristezza senza misura.
Però, «tutto è possibile presso Dio», e questa possibilità presso Dio si chiama conversione e si chiama Chiesa, compagnia di uomini che seguono Cristo. La Chiesa è la compagnia dei poveri di spirito, e, spesso, purtroppo anche poveri di morale, ma che però stanno presso Dio, stanno vicini a dove Dio ha preso dimora, stanno aggrappati fragilmente, ma tenacemente, al luogo dove riposa lo sguardo di Dio, dove ha posto la sua dimora la Sapienza fatta carne. In questa compagnia abita la vera bellezza.
Imploriamo lo sguardo di Cristo, perché ci compia, ci renda felici e possiamo così testimoniare questa felicità, che è il riflesso certo della Sua presenza. Maria, colei che per prima è stata guardata dall’amorevolezza di Cristo ed il cui cuore è altrettanto dilatato d’amore, ci ottenga di sentirci sempre sotto lo sguardo del Figlio.

* * *


QUANTO E’ DIFFICILE CHE UN RICCO ENTRI NEL REGNO DEI CIELI!
di padre Raniero Cantalamessa ofmcapp
Un’osservazione preliminare è necessaria per sgomberare il campo da possibili equivoci nel leggere ciò che il vangelo di questa domenica dice della ricchezza. Mai Gesù condanna la ricchezza e i beni terreni per se stessi. Tra i suoi amici, vi è anche Giuseppe d’Arimatea “uomo ricco”; Zaccheo è dichiarato “salvo”, anche se trattiene per sé metà dei suoi beni, che, visto il mestiere di esattore delle tasse che esercitava, dovevano essere considerevoli. Ciò che egli condanna è l’attaccamento esagerato al denaro e ai beni, il far “dipendere da essi la propria vita” e “l’accumulare tesori solo per sé” (cfr. Lc 12, 13-21).
La parola di Dio chiama l’attaccamento eccessivo al denaro “idolatria” (Col 3, 5 ; Ef 5, 5). Mammona, il denaro, non è uno dei tanti idoli; è l’idolo per antonomasia. Letteralmente, “l’idolo di metallo fuso” (cfr. Es 34, 17). Mammona è l’anti-dio perché crea una specie di mondo alternativo, cambia oggetto alle virtù teologali. Fede, speranza e carità non vengono più riposte in Dio, ma nel denaro. Si attua una sinistra inversione di tutti i valori. “Niente è impossibile a Dio”, dice la Scrittura, e anche: “Tutto è possibile a chi crede”. Ma il mondo dice: “Tutto è possibile a chi ha il denaro”.
L’avarizia, oltre che idolatria, è anche fonte di infelicità. L’avaro è un uomo infelice. Sospettoso di tutti, si isola. Non ha affetti, neppure tra quelli della sua stessa carne, che vede sempre come sfruttatori e i quali, a loro volta, utrono spesso nei suoi confronti un solo vero desiderio: che muoia presto e così ereditare le sue ricchezze. Teso allo spasimo a risparmiare, si nega tutto nella vita e così non gode né di questo mondo, né di Dio, non essendo le sue rinunce fatte per lui. Anziché ottenerne sicurezza e tranquillità, è un eterno ostaggio del suo denaro.
Ma Gesù non lascia nessuno senza speranza di salvezza, neppure il ricco. Quando i discepoli, in seguito al detto sul cammello e la cruna dell’ago, sgomenti, chiesero a Gesù: “Allora chi potrà salvarsi?”, egli rispose: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio”. Dio può salvare anche il ricco. Il punto non è “se il ricco si salva” (questo non è stato mai in discussione nella tradizione cristiana), ma è “quale ricco si salva”.
Ai ricchi Gesù addita una via d’uscita dalla loro pericolosa situazione: “Accumulatevi tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano” (Mt 6, 20); “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16, 9).
Si direbbe che Gesù consiglia ai ricchi di trasferire i loro capitali all’estero! Ma non in Svizzera, in cielo! Molti – dice Agostino – si affannano a seppellire il proprio denaro sotto terra, privandosi anche del piacere di vederlo, a volte per tutta la vita, pur di saperlo al sicuro. Perché non seppellirlo addirittura in cielo, dove sarebbe ben più al sicuro e dove lo si ritroverebbe, un giorno, per sempre? Come fare questo? È semplice, continua S. Agostino: Dio ti offre, nei poveri, dei facchini. Essi si recano là dove tu speri un giorno di andare. Dio ha bisogno qui, nel povero, e ti restituirà quando sarai di là.
Ma è chiaro che l’elemosina spicciola e la beneficenza non è più oggi l’unico modo per far servire la ricchezza al bene comune, e neppure forse il più raccomandabile. C’è anche quello di pagare onestamente le tasse, di creare nuovi posti di lavoro, di dare un salario più generoso agli operai quando la situazione lo permette, di avviare imprese locali nei paesi in via di sviluppo. Insomma, far servire il denaro, farlo scorrere. Essere dei canali che fanno passare l’acqua, non laghi artificiali che la trattengono solo per sé.
* * *
E. Bianchi

Mentre Gesù è in cammino, un uomo gli corre incontro e gli si inginocchia davanti, chiedendogli: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Dopo aver chiarito che solo Dio in verità può essere definito “buono” – come si legge a più riprese nell’Antico Testamento –, Gesù suggerisce a quest’uomo di interrogarsi sulla volontà di Dio espressa nella Legge e di rileggere in quella luce la propria umanità. È in questa prospettiva che lo rimanda ai comandamenti, alle “dieci parole” (cf. Es 20,1-17; Dt 5,6-21), con le quali Dio offre agli uomini l’alleanza e la comunione con lui, fonte di vita umana piena, destinata a non aver fine.
Alla pronta risposta con cui il suo interlocutore afferma di avere osservato i comandamenti fin dalla giovinezza, Gesù replica a sua volta con un gesto e una parola. Innanzitutto, “fissatolo lo amò”: Gesù pone su di lui il suo sguardo di elezione e lo ama, gli fa il dono del suo amore gratuito; è un gesto semplice ma assai efficace, che esprime meglio di tanti discorsi l’amore preveniente di Dio (cf. 1Gv 4,19), quell’amore sperimentato su di sé e narrato da Gesù lungo tutta la sua vita.

A questo sguardo segue la chiamata di Gesù: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Come già aveva fatto con Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni e Levi (cf. Mc 1,16-20; 2,14), Gesù invita quest’uomo a lasciare tutto per seguire lui, offrendogli la possibilità (non imponendogliela!) di condividere la sua stessa vita. La sua chiamata trascende anche la Legge e apre la strada a una relazione personale nella quale è racchiusa una paradossale possibilità di salvezza: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,35). Qui sta l’unicità di Gesù, colui che, secondo un antico padre della chiesa, “ha portato ogni novità portando se stesso”.
Ma l’uomo, “oscuratosi in volto per quelle parole, se ne andò triste, poiché aveva molti beni”. Egli credeva che Dio accordasse la vita eterna in cambio di un adempimento legalistico di prestazioni religiose e anteponeva il proprio scrupoloso impegno al dono di Dio, rivelandosi così incapace di essere un uomo libero e aperto all’amore. Per questo se ne va, accorgendosi che non solo gli manca qualcosa, ma gli manca l’essenziale: la capacità di credere che l’amore di Gesù può dare senso a un’intera vita. “Se ne andò triste, poiché aveva molti beni”: la conclusione di questo incontro ci dice anche che l’attaccamento alle ricchezze può impossessarsi del cuore dell’uomo, fino a privarlo della gioia. È triste ma è reale: si può riporre la fiducia nei propri beni, finendo per essere posseduti da ciò che si possiede…

Di fronte al rifiuto della propria offerta d’amore, Gesù non esprime alcuna condanna, ma volgendo il suo sguardo sui discepoli che lo circondano, si limita a constatare: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio … È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Chi possiede molti beni è particolarmente esposto al rischio di impedire che Dio regni su di lui, perché le ricchezze sono un tesoro, e dove c’è un tesoro là si attacca il cuore umano (cf. Mt 6,21; Lc 12,34). Altrove Gesù lo dirà chiaramente: “Non potete servire a Dio e a Mammona!” (Mt 6,24; Lc 16,13), cioè alla ricchezza intesa come realtà in cui si ripone la fiducia.
Accortosi dello stupore suscitato nei discepoli, Gesù rivela loro che non solo le ricchezze sono un ostacolo alla salvezza, ma che, più in profondità, la salvezza non è impresa possibile alle sole forze dell’uomo; occorre invece predisporre tutto affinché Dio compia in noi la sua opera di salvezza, credendo che “tutto è possibile a Dio” (cf. Gen 18,14; Lc 1,37)! E a quanti, “a causa sua e del Vangelo”, hanno abbandonato ciò che possedevano per seguirlo, Gesù rivolge una parola di consolazione: la promessa del centuplo qui sulla terra insieme a persecuzioni, e poi la vita eterna. La promessa del Signore contiene in sé una grande benedizione, ma occorre essere consapevoli che di essa fanno parte anche le persecuzioni, dunque le contraddizioni, le difficoltà…
In ogni caso, la sequela di Gesù va rinnovata ogni giorno, pena il suo fallimento. Non lo si dimentichi: infatti, per gli stessi che avevano lasciato tutto per seguire Gesù, giungerà un momento in cui, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti” (Mc 14,50).

* * *
Luciano Manicardi


Prima lettura e vangelo forniscono l’occasione per una catechesi sulle ricchezze, dunque sul rapporto con i beni e sul loro uso. Il passo dell’Antico Testamento afferma che la Sapienza è un bene superiore e incomparabilmente più prezioso dei beni materiali; il vangelo mostra l’attaccamento alle ricchezze come il più grande ostacolo alla chiamata del Signore, all’ascolto della Parola e alla radicalità cristiana (cf. Mc 10,17-22), dunque alla salvezza (cf. Mc 10,23-27).
Il vangelo presenta il fallimento di una chiamata. Il comando di Gesù (“Va’, vendi, vieni, seguimi”) viene disatteso e il suo amore (“lo amò”: Mc 10,21) viene frustrato. Il chiamato, a sua volta, fallisce il suo desiderio che l’aveva spinto a rivolgersi con ardore a Gesù: cercava il suo nome proprio (di lui si dice che è un anonimo, “un tale”: Mc 10,17) e resta un participio: “uno che aveva molti beni” (Mc 10,22). L’attaccamento alle ricchezza può falsare la verità dell’uomo impossessandosi del suo cuore. Nel denaro si crede, si pone la fiducia, perciò Gesù ha posto un aut-aut netto eppure così spesso eluso, interpretato, ridimensionato dai cristiani nella storia: “Non potete servire a Dio e a Mammona” (Mt 6,24). E il termine Mammona deriva dalla radice ’aman che significa aver fede, credere.

Il testo pone in relazione tristezza e ricchezza: “Rattristatosi, se ne andò afflitto perché aveva molti beni” (Mc 10,22). Poiché la miseria abbrutisce e intristisce l’uomo, quando il denaro diviene motivo di tristezza? Certamente quando da mezzo diviene fine a cui una persona asservisce la propria vita. Questa vita è “contro natura” (Aristotele), “malata” (Spinoza). In che consiste la tristezza dell’uomo ricco? Nel suo fallire il proprio desiderio, nel lasciarsi vincere dalla paura che lo porta apreferire la sicurezza dei beni all’incertezza della relazione con Gesù, nel chiudersi all’amore, nel precludersi un futuro regredendo nel già noto del suo passato, nelcogliersi in maniera unidimensionale come “uno che ha molto”, nel temere la sofferenza della vita interiore e del lavoro di ordinamento della propria umanità a cui Gesù lo invita (cf. Mc 10,18-19). Quest’uomo è posseduto da ciò che possiede e sembra dar ragione in anticipo a Marx quando scrive: “Più si ha e più è alienata la propria vita”.
Proprio in questa condizione di “troppo pieno”, di fiducia posta in beni esteriori che arrivano a schiavizzare mentre ci si crede liberi, risiede l’ostacolo che le ricchezze pongono alla salvezza. Entrare nella relazione con Gesù e dunque nello spazio della salvezza implica il doloroso riconoscimento di un vuoto, di una carenza, di una ferita attraverso cui può farsi strada l’azione salvifica del Signore. Non a caso l’uomo ricco è rinviato da Gesù a riconoscere la propria povertà interiore e profonda (“Una cosa ti manca”) e proprio lì egli fallisce: il possesso delle ricchezze dà sicurezza e consente di rimuovere il doloroso lavoro di riconoscere la propria mancanza. In realtà, dice Gesù, non solo le ricchezze sono un ostacolo, ma la salvezza in quanto tale non è impresa possibile alle sole forze dell’uomo: ogni autosufficienza, di qualunque tipo, ostacola il Regno di Dio. Ma, certamente, il possibile di Dio può incontrare l’impossibile degli uomini (cf. Mc 10,27).

Quanto ai discepoli, che hanno abbandonato tutto ciò che possedevano per seguire Gesù, a loro è rivolta la promessa di Gesù del centuplo quaggiù, insieme a persecuzioni, e la vita eterna. C’è una benedizione insita nell’abbandonarsi al Signore, ma della promessa del Signore fanno parte anche le persecuzioni, dunque le contraddizioni, le difficoltà. Se il discepolo sa che esse sono parte integrante della promessa del Signore, allora esse potranno non scoraggiarlo o indurlo ad abbandonare. E comunque, la sequela di Gesù deve essere rinnovata e scelta nuovamente ogni giorno, pena, il suo fallimento. In effetti, coloro che hanno un giorno lasciato tutto per seguire Gesù, arriveranno a un momento in cui, tutti, abbandoneranno Gesù e fuggiranno (cf. Mc 14,50).

Commenti 
della tradizione patristica 

S. Agostino 
II brano del Vangelo che poc'anzi è risuonato alle 
nostre orecchie richiede piuttosto chi l'ascolti e lo 
metta in pratica anziché uno che lo spieghi. Che c'è 
più chiaro di queste parole di luce: vuoi entrare 
nella vita, osserva i comandamenti? Che cosa devo 
dire allora? Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Chi c'è che non vorrebbe la vita? e 
tuttavia chi è che vorrebbe osservare i comandamenti? Se non vuoi osservare i comandamenti, perché cerchi la vita? Se tu sei pigro nel fare il bene, 
perché ti affretti a ricevere il premio? Quel giovinetto ricco aveva affermato d'aver osservato i comandamenti, ma si sentì dire precetti più elevati: Se vuoi 
essere perfetto, ti manca una sola cosa; va' a vendere 
tutto quello che hai e ciò che ricaverai dallo ai poveri, 
poiché non lo perderai ma avrai un tesoro nel cielo. 
Poi vieni e seguimi. Che cosa infatti potrebbe giovarti, se lo facessi e poi non mi seguissi? Ma quello se 
ne andò triste e mesto, come avete sentito, poiché 
aveva molte ricchezze. Ciò che sentì quel giovane, 
l'abbiamo sentito anche noi. La bocca di Cristo è il 
Vangelo. Egli siede in cielo, ma non cessa di parlare 
sulla terra. Cerchiamo di non essere sordi: poiché egli parla con voce potente. Cerchiamo di non essere 
come dei morti, poiché la sua voce è un tuono. ... 
Vuoi avere i beni e tu non vuoi essere buono: la tua 
vita è in contraddizione con i tuoi desideri! Se è un 
gran bene avere una buona casa di campagna, quanto gran male è avere un'anima cattiva? 
Il ricco se ne andò via rattristato, e il Signore disse: 
Quanto è difficile che un ricco entri nel regno dei cieli! 
... Voi, poveri, ascoltate Cristo; parlo al popolo di 
Dio. Molti siete poveri: almeno voi apprendete; e 
comunque ascoltate. Chi tra voi si vanta della povertà, si guardi dalla superbia per non esser superato 
da chi è ricco ma umile: si guardi dalla mancanza di 
fede per non essere superato da chi è ricco ed ha 
spirito di fede; si guardi dall'ubriachezza per non esser vinto da chi è ricco e sobrio. Voi non dovete 
vantarvi della povertà se quelli non devono vantarsi 
della ricchezza. 
Ascoltino i ricchi, se tuttavia qui ce ne sono; ascoltino l'Apostolo: Raccomanda ai ricchi di questo mondo - poiché ci sono ricchi dell'altro mondo: i poveri 
sono i ricchi dell'altro mondo, i ricchi dell'altro 
mondo sono gli Apostoli, i quali dicevano: Rassomigliamo a gente che non ha nulla eppure possiede tutto 
(2 Cor 6, 10). Perché sappiate di quali ricchi egli 
parla, aggiunge di questo mondo. Ascoltino dunque 
l'Apostolo i ricchi di questo mondo: Ai ricchi di 
questo mondo - dice - raccomanda di non essere superbi. Il primo tarlo roditore della ricchezza è la superbia. E' un tarlo dannoso, rode ogni cosa e manda 
tutto in rovina. Raccomanda quindi loro di non essere superbi e non riporre la loro speranza nella ricchezza insicura perché uno, per caso, non si addormenti 
ricco e si alzi povero. Raccomanda di non riporre la 
speranza nelle ricchezze insicure - sono parole dell'Apostolo - ma nel Dio vivente. Il ladro ti potrà portar 
via l'oro ma chi potrà toglierti Dio? Che cosa ha un 
ricco, se non ha Dio? Che cosa non ha il povero, se 
possiede Dio? [Raccomanda di] non riporre la speranza nella ricchezza - dice - ma nel Dio vivente, il 
quale ci dà tutto in abbondanza, perché ne possiamo 
godere (1 Tm 6, 17), e con tutto il resto dà anche se 
stesso. 
(Dal Discorso 85, 1-3) 

* * *

 Clemente d'Alessandria 
Non è 
impossibile 
ottenere 
salvezza anche 
in tale 
situazione, 
purché uno 
passi dalla 
ricchezza 
sensibile a 
quella che solo 
la mente può 
cogliere e che 
è stata 
insegnata da 
Dio. 
La prima esortazione, dunque, per chi vuol vivere la 
vera vita è questa: conoscere colui che nessuno conosce, all'infuori del Figlio e di colui al quale il Figlio lo 
abbia rivelato (Mt 11, 27). 
E la seconda è: conoscere dopo di lui la grandezza 
del Salvatore e la singolarità della sua Grazia, perché, secondo l'Apostolo, la legge fu data per mezzo di 
Mosè, ma la Grazia e la Verità per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1, 17). 
Ora, le cose date per mezzo di un servo fedele non 
sono certo uguali a quelle donate per mezzo di un 
figlio legittimo. Se dunque la legge di Mosè era sufficiente a dare una vita eterna, è inutile che il Salvatore stesso venga fra noi e soffra per noi percorrendo la vita dell'uomo dalla nascita alla croce; è inutile 
che chi ha adempiuto tutti i comandamenti della 
legge fin dalla giovinezza, chieda a un Altro l'immortalità gettandosi ai suoi piedi. 
Questo giovane infatti non solo ha realizzato in tutto e per tutto la legge, ma addirittura ha iniziato subito fin dalla prima età. ... Ma tuttavia questo giovane, pur con tante qualità, è chiaramente convinto 
che se non gli manca nulla riguardo la giustizia, gli 
manca invece completamente la vita. Per questo la 
domanda a colui che è il solo che la può dare. E 
mentre di fronte alla legge parla con sicurezza e libertà, al Figlio di Dio si volge supplichevole. Egli 
passa da fede a fede (Rm 1, 17), e poiché si è accorto 
che la sua nave sbanda paurosamente ed è esposta a 
molti pericoli finché sta ancorata alla legge, allora egli cambia porto e la guida verso il Salvatore. ... 
E Gesù non lo rimprovera, come farebbe se egli non 
avesse compiuto tutto ciò che è stabilito dalla legge, 
ma addirittura lo ama e lo accoglie con grande affetto per la sua grande obbedienza in ciò che aveva 
appreso. Dice però che è imperfetto per il consegui-
mento della vita eterna, perché non ha realizzato 
tutto ciò che è richiesto per la perfezione; e che è 
solerte operaio della legge, ma pigro operaio della 
vera vita. Certo, anche le cose stabilite dalla legge 
sono buone (chi dice di no? e sacro infatti è il comandamento) (Rm 7, 12), e fino a un certo grado di 
preparazione unita a timore e fino a un certo punto 
di istruzione preparatoria indirizzano alla legge 
somma e alla grazia di Gesù, ma completamento 
della legge è Cristo, per il conseguimento della giustizia 
per chiunque ha fede (Rm 10, 3). Egli non rende servi come fa un servo, ma rende figli e fratelli e coeredi coloro che compiono la volontà del Padre. ... 
Che fu dunque che lo fece fuggire? Cosa fece sì che 
egli disertasse il Maestro, la sua preghiera, la sua 
speranza, la sua vita, le fatiche prima affrontate? 
Vendi le cose che hai. ... 
Non intendendo a modo queste cose quell'uomo 
ricchissimo e che era vissuto secondo la legge, e non 
comprendendo in che modo la medesima persona 
può essere povera e ricca e avere le ricchezze e non 
averle e usare il mondo e non usarlo, se ne andò amareggiato e triste e abbandonò il posto che gli avrebbe dato la vita; ma egli la desiderava soltanto e 
non la potè conseguire perché da solo si rese impossibile ciò che invece era soltanto difficile. Giacché è 
difficile, sì, non essere circuito e abbagliato nell'animo dalle seduzioni insite nella ricchezza materiale e 
dai suoi smaglianti allettamenti; ma non è impossibile ottenere salvezza anche in tale situazione, purché uno passi dalla ricchezza sensibile a quella che 
solo la mente può cogliere e che è stata insegnata da 
Dio e purché apprenda a servirsi delle cose, che in 
sé non sono né buone, né cattive, in modo virtuoso 
ed esatto e in modo da tendere alla vita eterna. 
Anche i discepoli in un primo momento furono 
spaventati e abbattuti. Ma per quali parole lo furono? Forse perché anch'essi possedevano molte 
ricchezze? Ma essi già da prima avevano abbandonato 
anche quelle reti, quegli ami e quelle barche da pesca che costituivano tutte le loro ricchezze. Perché 
mai, dunque, chiedono spaventati: Chi può salvarsi? 
Perché avevano inteso bene e da veri discepoli ciò 
che dal Signore era stato detto in parabola e in modo velato; e perché si erano accorti della profondità 
di quelle parole. E mentre erano fiduciosi di salvarsi 
perché non possedevano ricchezze; allorché si resero 
conto che non avevano ancora deposto perfettamente le passioni (da poco infatti erano suoi discepoli e da poco erano stati chiamati dal Signore), 
grandemente si spaventarono e disperarono di se 
stessi non meno di quel giovane ricchissimo e follemente attaccato ai suoi averi, che appunto preferiva 
alla vita eterna. Ed era senz'altro giusto che i discepoli avessero paura, se dal regno dei cieli sono esclusi alla stessa maniera non solo coloro che possiedono ricchezze, ma anche coloro che sono pieni di desideri, di cui essi stessi erano ancora ricchi: infatti la 
salvezza è delle anime libere da passioni e pure. 
Ma il Signore risponde che ciò che per gli uomini è 
impossibile per Dio è possibile. A sua volta anche 
questo pensiero è pieno di grande sapienza, perché 
se l'uomo si esercita e si affatica da solo per liberarsi 
dalle passioni, non ottiene nulla; ma qualora abbia 
chiaramente mostrato desiderio profondo di liberarsene e la sua piena applicazione per farlo, allora con 
l'aggiunta del potere che gli viene da Dio egli vince. 
Giacché Dio alita sulle anime solo se esse lo vogliono; ma se esse desistono dalla buona volontà, allora 
anche l'alito dato da Dio si contrae, giacché il salvare chi non vuol essere salvato è fare violenza, mentre 
il salvare chi vuol essere salvato è fare una grazia. Il 
regno di Dio non è di coloro che dormono e vivono 
nell'indolenza; ma gli uomini violenti lo strappano 
(Mt 11, 12). Giacché questo solo atto di violenza è 
bello: forzare Dio e a Dio strappare la vita. Ed egli, 
 riconoscendo quelli che lottano con violenza o meglio con sicurezza, cede: perché Dio gioisce di essere 
vinto in siffatte cose. 
Ed è per questo che, udite quelle parole, il beato 
Pietro, il chiamato, il prescelto, il primo dei discepoli, per il quale soltanto e per se stesso il Salvatore 
paga il tributo (cfr. Mt 17,  2 3 - 2 7 ), rapidamente 
colse e comprese il discorso. E che cosa disse? Guarda, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. 
Ora, se con quel tutto, egli si riferisce ai suoi averi, 
si vanta d'aver lasciato più o meno quattro oboli, 
come comunemente si dice, e senza accorgersene 
valuta altrettanto il regno dei cieli. Se invece, come 
abbiamo or ora detto, essi si mettono a seguire le 
orme del Maestro dopo aver rigettato gli antichi averi della loro mente e le malattie della loro anima, 
questo sì che si può adattare bene a coloro che saranno iscritti nei cieli! In realtà seguire il Salvatore 
significa questo: seguire la sua infallibilità e la sua 
perfezione e in lui come in uno specchio adornare e 
abbellire la propria anima e disporre ogni cosa in ogni particolare a sua somiglianza. 
Allora Gesù rispondendo disse: In verità vi dico: chi lascia le sue cose, genitori, fratelli e ricchezze per me e per 
la buona novella otterrà cento volte tanto. Non ci turbi questo pensiero. E non ci turbi nemmeno quell'altro ancora più duro di questo, che un'altra volta 
fu da lui espresso nelle parole chi non odia e padre e 
madre e figli e, inoltre, la sua stessa vita, non può essere 
mio discepolo (Le 14, 26); non ci turbi giacché il Dio 
della pace, colui che esorta ad amare anche i propri 
nemici, non ci impone certo l'odio e la separazione 
dalle persone più care. In realtà, se bisogna amare i 
propri nemici, è evidente che, risalendo da essi, bisogna amare anche coloro che sono i più vicini per 
vincoli di sangue; se invece bisogna odiare coloro 
che ci sono vicini per vincoli di sangue, il ragionamento che ne deriva insegna a rigettare ancora di più 
 i propri nemici; cosicché i due discorsi si rivelerebbero confutantisi a vicenda. Ma essi non si confutano a 
vicenda, niente affatto ... Infatti col primo discorso 
(in cui si dice di amare il proprio nemico) egli vieta 
di odiarlo e di fargli del male; col secondo invece (in 
cui si dice di odiare il proprio padre) egli vieta il falso rispetto verso i propri cari quando essi siano di 
impedimento alla salvezza. Se dunque qualcuno avesse un padre o un figlio o un fratello empio e d'ostacolo per la sua fede e d'impedimento per la vita di 
lassù, non si unisca a lui e non condivida i suoi pensieri, ma sciolga la parentela della carne a causa della 
inimicizia dello spirito. 
(Dal Trattato C'è salvezza per il ricco? 8-9. 11. 20-22)