lunedì 15 ottobre 2012

Il Mistero del granello di senape



ROMA, lunedì, 15 ottobre 2012.- L’“ermeneutica della continuità” affermata da Benedetto XVI a proposito delle interpretazioni del Concilio Vaticano II, può essere interpretata come una categoria che consente di leggere la storia, in modo profondo ed efficace, sfuggendo alle opposte trappole del progressimo e del regressismo. Come ha efficacemente scritto il card. Kurt Koch «Papa Benedetto XVI non vuole assolutamente tornare indietro, ma andare in profondità – come il granello di senape che cresce solo nella profondità della terra»[1]. Entro questo orizzonte ermeneutico, possiamo comprendere l’analisi del “progresso” condotta da Benedetto XVI nelle sue Encicliche.
Nella Deus caritas est, Benedetto XVI mostra le radici culturali della “filosofia del progresso” e gli aspetti disumani in essa sottesi[2]. In modo particolare vede nel marxismo un tipico esempio di progressismo volto in realtà a “bloccare ogni rivolgimento verso un mondo migliore”: «L'attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed ideologie. Non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui ed ora dell'amore di cui l'uomo ha sempre bisogno. Il tempo moderno, soprattutto a partire dall'Ottocento, è dominato da diverse varianti di una filosofia del progresso, la cui forma più radicale è il marxismo. Parte della strategia marxista è la teoria dell'impoverimento: chi in una situazione di potere ingiusto — essa sostiene — aiuta l'uomo con iniziative di carità, si pone di fatto a servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo apparire, almeno fino a un certo punto, sopportabile. Viene così frenato il potenziale rivoluzionario e quindi bloccato il rivolgimento verso un mondo migliore. Perciò la carità viene contestata ed attaccata come sistema di conservazione dello status quo. In realtà, questa è una filosofia disumana. L'uomo che vive nel presente viene sacrificato al moloch del futuro — un futuro la cui effettiva realizzazione rimane almeno dubbia»[3].
L’unico vero progresso è quello che perfeziona l’uomo, è quello finalizzato al bene: «In verità, l'umanizzazione del mondo non può essere promossa rinunciando, per il momento, a comportarsi in modo umano. Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipendentemente da strategie e programmi di partito. Il programma del cristiano — il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù — è “un cuore che vede”. Questo cuore vede dove c'è bisogno di amore e agisce in modo conseguente»[4].
Ma soprattutto nella Spe salvi il mito del progresso viene analizzato nelle sue radici culturali e criticato nei suoi presupposti sbagliati.  Innanzitutto ne viene svelata la sua insufficienza soggettivistica; il mito del progresso significa che l’uomo si sente autore del Paradiso; la restaurazione del “paradiso perduto” non viene più attesa dalla fede, ma dal collegamento tra scienza e prassi «questa “redenzione “, la restaurazione del “paradiso” perduto, non si attende più dalla fede, ma dal collegamento appena scoperto tra scienza e prassi. Non è che la fede, con ciò, venga semplicemente negata; essa viene piuttosto spostata su un altro livello – quello delle cose solamente private ed ultraterrene – e allo stesso tempo diventa in qualche modo irrilevante per il mondo».
La speranza si trasforma, a partire da Bacone, in “fede nel progresso”: «Questa visione programmatica ha determinato il cammino dei tempi moderni e influenza pure l'attuale crisi della fede che, nel concreto, è soprattutto una crisi della speranza cristiana. Così anche la speranza, in Bacone, riceve una nuova forma. Ora si chiama: fede nel progresso. Per Bacone, infatti, è chiaro che le scoperte e le invenzioni appena avviate sono solo un inizio; che grazie alla sinergia di scienza e prassi seguiranno scoperte totalmente nuove, emergerà un mondo totalmente nuovo, il regno dell'uomo. Così egli ha presentato anche una visione delle invenzioni prevedibili – fino all'aereo e al sommergibile. Durante l'ulteriore sviluppo dell'ideologia del progresso, la gioia per gli avanzamenti visibili delle potenzialità umane rimane una costante conferma della fede nel progresso come tale»[5].
L’utopia del progresso consiste, dunque, nella secolarizzazione della speranza.
Il centro dell’idea del progresso consiste nella esaltazione della ragione scientifica e della libertà sociale e politica: «Al contempo, due categorie entrano sempre più al centro dell'idea di progresso: ragione e libertà. Il progresso è soprattutto un progresso nel crescente dominio della ragione e questa ragione viene considerata ovviamente un potere del bene e per il bene. Il progresso è il superamento di tutte le dipendenze – è progresso verso la libertà perfetta. Anche la libertà viene vista solo come promessa, nella quale l'uomo si realizza verso la sua pienezza»[6].
In modo particolare, nell’Ottocento la speranza appare sviluppata nei termini di “fede nel progresso”, ma è proprio nell’Ottocento che si manifestano i limiti del progresso stesso, innanzitutto con l’esplosione della questione sociale dei lavoratori: «L'Ottocento non venne meno alla sua fede nel progresso come nuova forma della speranza umana e continuò a considerare ragione e libertà come le stelle-guida da seguire sul cammino della speranza. L'avanzare sempre più veloce dello sviluppo tecnico e l'industrializzazione con esso collegata crearono, tuttavia, ben presto una situazione sociale del tutto nuova: si formò la classe dei lavoratori dell'industria e il cosiddetto  “proletariato industriale”, le cui terribili condizioni di vita Friedrich Engels nel 1845 illustrò in modo sconvolgente».
Al progresso lineare ed inesorabile, si sostituisce l’idea di un progresso che si impone con la rivoluzione: «Per il lettore doveva essere chiaro: questo non può continuare; è necessario un cambiamento. Ma il cambiamento avrebbe scosso e rovesciato l'intera struttura della società borghese. Dopo la rivoluzione borghese del 1789 era arrivata l'ora per una nuova rivoluzione, quella proletaria: il progresso non poteva semplicemente avanzare in modo lineare a piccoli passi. Ci voleva il salto rivoluzionario. Karl Marx raccolse questo richiamo del momento e, con vigore di linguaggio e di pensiero, cercò di avviare questo nuovo passo grande e, come riteneva, definitivo della storia verso la salvezza – verso quello che Kant aveva qualificato come il “regno di Dio”. Essendosi dileguata la verità dell'aldilà, si sarebbe ormai trattato di stabilire la verità dell'aldiqua».
Il progresso verso il meglio si è spostato dall’orizzonte delle scienze a quello della politica scientificamente pensata: « Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società ed indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose»[7].
Il superamento delle ambiguità del progresso passa attraverso la critica del progresso stesso; il Pontefice fa riferimento ad Adorno: «Innanzitutto c'è da chiedersi: che cosa significa veramente “progresso “; che cosa promette e che cosa non promette? Già nel XIX secolo esisteva una critica alla fede nel progresso. Nel XX secolo, Theodor W. Adorno ha formulato la problematicità della fede nel progresso in modo drastico: il progresso, visto da vicino, sarebbe il progresso dalla fionda alla megabomba. Ora, questo è, di fatto, un lato del progresso che non si deve mascherare. Detto altrimenti: si rende evidente l'ambiguità del progresso. Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano. Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male»[8]. L’unico vero progresso è quello che forma l’uomo in senso morale.
Il progresso addizionabile e quantitativo riguarda le realtà materiali; il progresso propriamente umano non può essere misurato in tali termini: «Chiediamoci ora di nuovo: che cosa possiamo sperare? E che cosa non possiamo sperare? Innanzitutto dobbiamo costatare che un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. Qui, nella conoscenza crescente delle strutture della materia e in corrispondenza alle invenzioni sempre più avanzate, si dà chiaramente una continuità del progresso verso una padronanza sempre più grande della natura. Nell'ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale non c'è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell'uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio. Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell'intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali. Il tesoro morale dell'umanità non è presente come sono presenti gli strumenti che si usano; esso esiste come invito alla libertà e come possibilità per essa»[9].
La soluzione alle ambiguità del progresso umano sta nella virtù teologale della Speranza, che non è attesa di un futuro migliore ma certezza della salvezza: “Spe salvi facti sumus” (Rm 8,24).
La ricorrente meditazione di Benedetto XVI sulla parabola del granello di senape (Mc 4, 30-32) ancora ci può illuminare. Come scrive Koch: «Il granello di senape non è solo un paragone della speranza cristiana, ma evidenzia anche che il grande nasce dal piccolo non per mezzo di stravolgimenti rivoluzionari e neppure perché noi uomini ne assumiamo la regia ma perché ciò avviene in modo lento e graduale, seguendo una dinamica propria. Di fronte a esso l’atteggiamento cristiano può solo essere di amore e pazienza, che è il lungo respiro dell’amore»[10]. (R. Papa)
Fonte: Zenit
*
NOTE
[1] K. Koch, Il mistero del granello di senape. Fondamenti del pensiero teologico di Benedetto XVI, trad.it., Lindau, Torino 2012.
[2] Per quanto segue, cfr. R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012, cap. III.
[3] Benedetto XVI, Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 17 – corsivo aggiunto.
[4] Ibid., n. 31 b – corsivo aggiunto.
[5] Id., Spe salvi, 30 novembre 2007, n. 17 – corsivo aggiunto.
[6] Ibid., n. 18 – corsivo aggiunto.
[7] Ibid., n. 20 – corsivo aggiunto.
[8] Ibid., n. 22 – corsivo aggiunto.
[9] Ibid., n. 24.
[10] K. Koch, Il mistero del granello di senape, p. 8.

* * *

Di seguito un commento dell'autore del libro.
«Le grandi cose iniziano sempre in un grano di senape e i movimenti di massa hanno sempre una breve durata».
Questa frase scritta per descrivere le esigenze di una nuova evangelizzazione da Papa Benedetto XVI, quando era ancora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, mette bene a fuoco ciò che sta a cuore a Joseph Ratzinger in quanto teologo, vescovo e Papa. Non può quindi stupire che egli citi e mediti continuamente la parabola del granello di senape (Marco, 4, 30-32): il granello di senape è il più piccolo di tutti i semi, ma diventa la più grande di tutte le piante così che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra.
Il paragone con il grano di senape non mostra solo che le grandi realtà iniziano nel piccolo, secondo quel principio elementare che Pierre Teilhard de Chardin nel suo pensiero sull'evoluzione ha chiamato la legge delle origini invisibili; tale paragone pone anzi in evidenza il principio basilare all'opera in tutta la storia di Dio con l'umanità che gli appartiene e che Papa Benedetto XVI ha definito «predilezione per ciò che è piccolo». Nella smisurata vastità del cosmo e fra l'infinita quantità di pianeti e galassie Dio ha scelto la terra, questo piccolo grano di polvere, per la sua azione salvifica. Su questa piccola terra Dio ha scelto fra tutti i popoli potenti Israele, un popolo praticamente impotente sul piano politico, quale colonna portante della sua storia con noi uomini.
In Israele Dio ha scelto il modesto luogo di Betlemme per avvicinarsi come uomo a noi uomini. A Betlemme Dio ha scelto una donna sconosciuta e poco importante, Maria, per potere entrare nel nostro mondo. Nel corso della storia della Chiesa Dio ha chiamato sempre semplici uomini che immergendosi personalmente nel Vangelo potessero rinnovare la Chiesa dal suo interno.
Il granello di senape non è solo un paragone della speranza cristiana, ma evidenzia anche che il grande nasce dal piccolo non per mezzo di stravolgimenti rivoluzionari e neppure perché noi uomini ne assumiamo la regia ma perché ciò avviene in modo lento e graduale, seguendo una dinamica propria.
Di fronte a esso l'atteggiamento cristiano può solo essere di amore e pazienza, che è il lungo respiro dell'amore. Il paragone con il granello di senape ci conduce anche al cuore del pensiero teologico di Papa Benedetto XVI che è l'amore: l'amore di Dio per noi uomini, inimmaginabile e pur tuttavia corrispondente al logos, e la corresponsione umana a questo amore divino che può realizzarsi solo nell'amore verso Dio e verso gli uomini.
Alla luce dell'amore, nel paragone di Gesù del granello di senape l'accento non è posto unicamente sulla pianta che diviene grande, ma sul seme e quindi sulla speranza nella quieta crescita nella pazienza, proprio perché Dio stesso giudica e apprezza la pazienza quale sorella particolarmente sensibile dell'amore e per questo motivo fa continuamente sgorgare il grande dal piccolo. Il paragone è quindi destinato a risvegliare in noi uomini la gioia per il bello che è intimamente legata alla speranza e ci conduce nel mistero di Dio e della sua storia salvifica, come Benedetto XVI ha sottolineato durante il suo incontro con gli artisti: «La via della bellezza ci conduce, dunque, a cogliere il Tutto nel frammento, l'Infinito nel finito, Dio nella storia dell'umanità».
Al contrario noi uomini siamo sempre tentati di prendere il particolare per il tutto, di scambiare il finito per l'infinito e, di conseguenza, porre l'accento, nel paragone di Gesù, sulla crescita; vorremmo, con nervosa impazienza, avere molto velocemente un grande albero robusto e, se necessario, contribuirvi con le nostre mani, nel nostro sforzo di scorgere subito un risultato di tutto rispetto e nella pastorale rischiamo di confondere la cura di anime con la preoccupazione per il numero. Questa tentazione potrebbe derivare essenzialmente dal fatto che il pensiero teologico e la pastorale di Papa Benedetto XVI sono esposti in continuazione a gravi malintesi, dei quali possiamo ricordare brevemente quelli espressi con più frequenza.
Una critica molto diffusa ritiene che il Papa non abbia a cuore la grande chiesa di popolo -- le «masse» --; egli punterebbe maggiormente al piccolo gregge e se ne accontenterebbe. In questa critica è vero solo che il Papa è in realtà convinto che il vero rinnovamento della Chiesa non possa partire dalle masse, ma solo da piccoli movimenti, come è variamente testimoniato nella storia della Chiesa e come oggi è visibile per esempio nei nuovi movimenti ecclesiali che non sono stati progettati dalle istanze ufficiali della Chiesa e che proprio per questo possono essere considerati un dono dello Spirito Santo nella situazione della Chiesa postconciliare. Agli occhi del Papa adempiono però alla loro missione ecclesiale solo se agiscono come lievito nella Chiesa, rendendo visibile che «vi è un'unica Chiesa per tutti, che non vi sono chiese di élite né chiese di elezione»: «La Chiesa non è un mercato nel quale ognuno si cerca il suo gruppuscolo, ma una famiglia nella quale non mi cerco i fratelli, ma li ricevo in dono da Dio». Con il paragone del grano di senape il Papa sottolinea che l'azione nella Chiesa dovrebbe avere come punto di riferimento il suo mistero e non esigere di trarne subito un grande albero.
La Chiesa è al tempo stesso granello di senape e albero e il Papa lo sottolinea precisando che: «Forse noi dovremmo, la Chiesa dovrebbe trovarsi davanti a grandi prove (1 Tessalonicesi, 1, 6) per imparare di nuovo di cosa vive anche oggi, vive per la speranza del granello di senape e non per la forza dei suoi progetti e delle sue strutture».
Un'altra critica più profonda e spesso ripetuta sostiene che Papa Benedetto XVI abbia innestato una marcia indietro e voglia tornare a prima del concilio Vaticano II.
Chi non si fida ciecamente di pochi mezzi di comunicazione, che non offrono informazioni serie ma solo intrattenimento, e presta attenzione autonomamente a che cosa il Papa fa e dice, può ben presto accertare che il Papa non vuole assolutamente tornare «indietro», come gli viene oggi da più parti rimproverato pubblicamente, vuoi per ignoranza vuoi per appartenenza a quei teologi, che pur avendo le conoscenze necessarie, tengono spesso discorsi populistici e sostengono intenzionalmente il contrario a livello pubblico, confondendo l'onestà scientifica con l'agitazione in politica ecclesiale. Papa Benedetto non vuole assolutamente tornare indietro, ma andare in profondità come il granello di senape che cresce solo dalla profondità della terra. Al Papa quindi non importano singole riforme, gli importa che il fondamento e il cuore della fede cristiana tornino a splendere. Aspira a una semplificazione della fede cristiana, come ha annunciato finora esemplarmente nelle sue tre encicliche.
È compito urgente di oggi elaborare queste e altre critiche e pregiudizi, presentando la vera fisionomia del pensiero teologico e del magistero di Papa Benedetto XVI. Negli ultimi cinque anni ho cercato di affrontarlo meglio che ho potuto e nella misura in cui il mio quotidiano e minuzioso lavoro di vescovo me ne ha lasciato il tempo, persuaso che fa anche parte della responsabilità di un vescovo locale, aiutare i fedeli a orientarsi nella confusione degli attuali punti di vista e nel chiasso delle informazioni mediatiche, nella disinformazione mirata e nelle deformazioni manipolate.
Con la pubblicazione del presente volume spero di poter fornire a una cerchia più ampia un aiuto all'orientamento e al discernimento degli spiriti. Mi sono assunto questo compito non da ultimo nella convinzione che vi sono situazioni nella vita della Chiesa in cui il compito che Gesù ha affidato a Pietro durante l'Ultima Cena e che vale anche per il suo successore: «Conferma i tuoi fratelli» (Luca, 22,32), deve essere applicato anche all'inverso e precisamente che un vescovo locale senta come suo compito sostenere il successore di Pietro nel suo importante ufficio.
A lui mi lega soprattutto l'irriducibile speranza che non vi è Pasqua senza Venerdì Santo, ma che a ogni Venerdì Santo segue Pasqua e che in questo consiste il più profondo fondamento della gioia cristiana. In questa gioiosa speranza siamo ben consigliati se nell'attuale Venerdì Santo della Chiesa rivolgiamo la nostra attenzione non solo ai sonori colpi della distruzione, ma soprattutto alla silenziosa venuta di vita nuova nella notte di Pasqua, che porta in sé lo sviluppo organico nascosto nel segreto del grano di senape.

(Da "L'Osservatore Romano" del 15 aprile scorso)

 * * *
Di seguito la prefazione del liro.

 Prefazione
«Le grandi cose iniziano sempre in un grano di senape e
i movimenti di massa hanno sempre una breve durata.» 1
Questa frase scritta per descrivere le esigenze di una nuova
evangelizzazione da papa Benedetto XVI, quando era ancora
Prefetto della Congregazione romana per la Dottrina
della Fede, mette bene a fuoco ciò che sta a cuore a Joseph
Ratzinger in quanto teologo, vescovo e papa. Non può
quindi stupire che egli citi e mediti continuamente la parabola
del granello di senape (Mc 4,30-32): il granello di senape
è il più piccolo di tutti i semi, ma diventa la più grande
di tutte le piante così che gli uccelli del cielo possono fare
il nido alla sua ombra.
Il paragone con il grano di senape non mostra solo che
le grandi realtà iniziano nel piccolo, secondo quel principio
elementare che Pierre Teilhard de Chardin nel suo pensiero
sull’evoluzione ha chiamato la legge delle origini invisibili;
tale paragone pone anzi in evidenza il principio basilare all’opera
in tutta la storia di Dio con l’umanità che gli appartiene
e che papa Benedetto XVI ha definito «predilezione
per ciò che è piccolo» 2. Nella smisurata vastità del cosmo e
fra l’infinita quantità di pianeti e galassie Dio ha scelto la
terra, questo piccolo grano di polvere, per la sua azione salvifica.
Su questa piccola terra Dio ha scelto fra tutti i popoli
potenti Israele, un popolo praticamente impotente sul
piano politico, quale colonna portante della sua storia con
noi uomini. In Israele Dio ha scelto il modesto luogo di Betlemme
per avvicinarsi come uomo a noi uomini. A Betlemme
Dio ha scelto una donna sconosciuta e poco importante,
Maria, per potere entrare nel nostro mondo. Nel corso
della storia della Chiesa Dio ha chiamato sempre semplici
uomini che immergendosi personalmente nel Vangelo
potessero rinnovare la Chiesa dal suo interno.
Il granello di senape non è solo un paragone della speranza
cristiana, ma evidenzia anche che il grande nasce dal
piccolo non per mezzo di stravolgimenti rivoluzionari e
neppure perché noi uomini ne assumiamo la regia ma perché
ciò avviene in modo lento e graduale, seguendo una dinamica
propria. Di fronte a esso l’atteggiamento cristiano
può solo essere di amore e pazienza, che è il lungo respiro
dell’amore. Il paragone con il granello di senape ci conduce
anche al cuore del pensiero teologico di papa Benedetto
XVI che è l’amore: l’amore di Dio per noi uomini, inimmaginabile
e purtuttavia corrispondente al logos, e la corresponsione
umana a questo amore divino che può realizzarsi
solo nell’amore verso Dio e verso gli uomini.
Alla luce dell’amore, nel paragone di Gesù del granello
di senape l’accento non è posto unicamente sulla pianta che
diviene grande, ma sul seme e quindi sulla speranza nella
quieta crescita nella pazienza, proprio perché Dio stesso
giudica e apprezza la pazienza quale sorella particolarmente
sensibile dell’amore e per questo motivo fa continuamente
sgorgare il grande dal piccolo. Il paragone è quindi
destinato a risvegliare in noi uomini la gioia per il bello che
è intimamente legata alla speranza e ci conduce nel mistero
di Dio e della sua storia salvifica, come Benedetto XVI ha
sottolineato durante il suo incontro con gli artisti: «La via
della bellezza ci conduce, dunque, a cogliere il Tutto nel
frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità
» 3.
Al contrario noi uomini siamo sempre tentati di prendere
il particolare per il tutto, di scambiare il finito per l’infinito
e, di conseguenza, porre l’accento, nel paragone di Gesù,
sulla crescita; vorremmo, con nervosa impazienza, avere
molto velocemente un grande albero robusto e, se necessario,
contribuirvi con le nostre mani, nel nostro sforzo di
scorgere subito un risultato di tutto rispetto e nella pastorale
rischiamo di confondere la cura di anime con la preoccupazione
per il numero. Questa tentazione potrebbe derivare
essenzialmente dal fatto che il pensiero teologico e la
pastorale di papa Benedetto XVI sono esposti in continuazione
a gravi malintesi, dei quali possiamo ricordare brevemente
quelli espressi con più frequenza.
Una critica molto diffusa ritiene che il Papa non abbia a
cuore la grande chiesa di popolo – le «masse» –; egli punterebbe
maggiormente al piccolo gregge e se ne accontenterebbe.
In questa critica è vero solo che il Papa è in realtà
convinto che il vero rinnovamento della Chiesa non possa
partire dalle masse, ma solo da piccoli movimenti, come è
variamente testimoniato nella storia della Chiesa e come
oggi è visibile per esempio nei nuovi movimenti ecclesiali
che non sono stati progettati dalle istanze ufficiali della
Chiesa e che proprio per questo possono essere considerati
un dono dello Spirito Santo nella situazione della Chiesa
postconciliare4. Agli occhi del Papa adempiono però alla loro
missione ecclesiale solo se agiscono come lievito nella
Chiesa, rendendo visibile che «vi è un’unica Chiesa per tut-
ti, che non vi sono chiese di élite né chiese di elezione»: «La
Chiesa non è un mercato nel quale ognuno si cerca il suo
gruppuscolo, ma una famiglia nella quale non mi cerco i
fratelli, ma li ricevo in dono da Dio» 5. Con il paragone del
grano di senape il Papa sottolinea che l’azione nella Chiesa
dovrebbe avere come punto di riferimento il suo mistero e
non esigere di trarne subito un grande albero. La Chiesa è
al tempo stesso granello di senape e albero e il Papa lo sottolinea
precisando che: «Forse noi dovremmo, la Chiesa dovrebbe
trovarsi davanti a grandi prove (1 Tess 1,6) per imparare
di nuovo di cosa vive – anche oggi vive per la speranza
del granello di senape e non per la forza dei suoi progetti
e delle sue strutture» 6.
Un’altra critica più profonda e spesso ripetuta sostiene
che papa Benedetto XVI abbia innestato una marcia indietro
e voglia tornare a prima del Concilio Vaticano II. Chi
non si fida ciecamente di pochi mezzi di comunicazione,
che non offrono informazioni serie ma solo intrattenimento,
e presta attenzione autonomamente a che cosa il Papa fa
e dice, può ben presto accertare che il Papa non vuole assolutamente
tornare «indietro», come gli viene oggi da più
parti rimproverato pubblicamente, vuoi per ignoranza vuoi
per appartenenza a quei teologi, che pur avendo le conoscenze
necessarie, tengono spesso discorsi populistici e sostengono
intenzionalmente il contrario a livello pubblico,
confondendo l’onestà scientifica con l’agitazione in politica
ecclesiale. Papa Benedetto non vuole assolutamente tornare
indietro, ma andare in profondità – come il granello di
senape che cresce solo dalla profondità della terra. Al Papa
quindi non importano singole riforme, gli importa che il
fondamento e il cuore della fede cristiana tornino a splendere.
Aspira a una semplificazione della fede cristiana, co-
me ha annunciato finora esemplarmente nelle sue tre encicliche.
È compito urgente di oggi elaborare queste e altre critiche
e pregiudizi, presentando la vera fisionomia del pensiero
teologico e del magistero di papa Benedetto XVI. Negli
ultimi cinque anni ho cercato di affrontarlo meglio che
ho potuto e nella misura in cui il mio quotidiano e minuzioso
lavoro di vescovo me ne ha lasciato il tempo, persuaso
che fa anche parte della responsabilità di un vescovo locale
aiutare i fedeli a orientarsi nella confusione degli attuali
punti di vista e nel chiasso delle informazioni mediatiche,
nella disinformazione mirata e nelle deformazioni
manipolate. Quando gli editori dei «Ratzinger-Studien» mi
hanno chiesto di raccogliere in un volume i miei articoli, fui
in un primo momento sorpreso ed ebbi dei dubbi che ne
potesse uscire qualcosa di sensato. Le numerose e grate reazioni
dei fedeli a ognuno dei miei testi e l’incoraggiamento
dell’editore mi hanno tuttavia convinto a realizzare questo
progetto.
Con la pubblicazione del presente volume spero di poter
fornire a una cerchia più ampia un aiuto all’orientamento e
al discernimento degli spiriti. Mi sono assunto questo compito
non da ultimo nella convinzione che vi sono situazioni
nella vita della Chiesa in cui il compito che Gesù ha affidato
a Pietro durante l’Ultima Cena e che vale anche per il suo
successore: «Conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32), deve essere
applicato anche all’inverso e precisamente che un vescovo
locale senta come suo compito sostenere il successore di
Pietro nel suo importante ufficio. A lui mi lega soprattutto
l’irriducibile speranza che non vi è Pasqua senza Venerdì
Santo, ma che a ogni Venerdì Santo segue Pasqua e che in
questo consiste il più profondo fondamento della gioia cri-
stiana, azione più elementare dello Spirito Santo e frutto
dell’amore. In questa gioiosa speranza siamo ben consigliati
se nell’attuale Venerdì Santo della Chiesa rivolgiamo la
nostra attenzione non solo ai sonori colpi della distruzione,
ma soprattutto alla silenziosa venuta di vita nuova nella
notte di Pasqua, che porta in sé lo sviluppo organico nascosto
nel segreto del grano di senape.
Kurt Koch, vescovo di Basilea
Solothurn, Pasqua 2010
1 Joseph Ratzinger, La nuova evangelizzazione, in Antonio Russo e Gianfranco
Coffele (a cura di), Divinarum rerum notitia. La teologia tra filosofia e
storia. Studi in onore del Cardinale Walter Kasper, Studium, Roma 2001, pp.
505-516, cit. 507.
2 Joseph Ratzinger, Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio, in
collaborazione con Peter Seewald, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001
(Gott und die Welt. Glauben und Leben in unserer Zeit. Ein Gespräch mit Peter
Seewald, Dt. Verlagsanstalt, München 2000, p. 182).
3 Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’incontro con gli artisti, 21 novembre
2009.
4 Cfr. Joseph Ratzinger, Kirchliche Bewegungen und ihr theologischer Ort,
«Joseph Ratzinger Gesammelte Schriften», Institut Papst Benedikt XVI.,
Regensburg, n. 8/1, pp. 363-390.
5 Die Bewegungen, die Kirche, die Welt. Dialog beim Studienseminar zum Thema
‘kirchliche Bewegungen und neue Gemeinschaften in der Hirtensorge der
Bischöfe, Juni 1999, «Joseph Ratzinger Gesammelte Schriften» cit., n. 8/1,
pp. 391-422.
6 Joseph Ratzinger, Speranza del grano di senape. Meditazioni per ogni mese
dell’anno, Queriniana, Brescia 2006 (Die Hoffnung des Senfkorns. Betrachtungen
zu den zwölf Monaten des Jahres, Kyrios-Verlag, Meitingen 1973, p.
25).