mercoledì 17 ottobre 2012

Parole e immagini per raccontare il Principio...


“ Come chi, messosi in mare su di una piccola imbarcazione, viene preso da immensa angoscia nell’affidare un piccolo legno all’immensità delle onde, così anche noi soffriamo mentre osiamo inoltrarci in un così vasto oceano di misteri». È con questa emozione che Origene, il grande autore cristiano di Alessandria d’Egitto del II-III secolo, apriva le pagine del libro della Genesi, intitolato Bereshît, cioè «In principio», dall’ebraismo sulla base della prima parola del testo ebraico. Ed effettivamente questo scritto, ora suddiviso in cinquanta capitoli, è il «principio» della Bibbia e del Pentateuco o Torah, i primi cinque libri sacri, centro e cuore ancor oggi di ogni sinagoga; è il «principio» di quella trama di parole ed eventi che costituiscono la «storia della salvezza» e, quindi, è il «principio» dell’essere nella creazione, il «principio» del popolo dell’elezione; è il «principio» che avrà la sua meta di pienezza nell’ “In principio era il Verbo” del Vangelo di Giovanni. Si è, dunque, di fronte a un orizzonte vastissimo, simile a un oceano da navigare, nonostante la limitata estensione dell’opera, fatta di 20611 parole ebraiche, che rimane, comunque, la seconda per lunghezza nell’Antico Testamento dopo il libro del profeta Geremia. Nelle pagine del volume sono convocati i ventidue capitoli iniziali della Genesi, prima tavola del dittico che regge l’intero libro biblico. In questo quadro dominerà la figura di , nome comune destinato a designare l’Uomo di tutte le epoche, dai suoi oscuri esordi fino al presente, l’umanità che è in nostro padre, che è in noi stessi e in nostro figlio.


La seconda tavola sarà, invece, destinata ad Abramo e ai suoi discendenti, ossia a quel popolo che dovrà essere testimone della parola divina universale a lui affidata, perché la riveli a tutte le nazioni della terra. Ora, dunque, saranno innanzitutto di scena l’uomo e la donna descritti nello splendore del progetto divino che li concepisce come esseri in relazione con Dio, tra di loro e col creato intero. Essi, però, sono rappresentati anche nella miseria del progetto alternativo che – nella libertà che è loro donata – mettono in azione nella storia allontanandosi da Dio, seminando tra loro violenza, devastando il creato.


Ecco, allora, la sequenza degli atti principali che danno sostanza al testo che stiamo presentando. Alla creazione subentra il peccato ed è per questo che sulla creazione si stende il sudario delle acque caotiche, segno di de-creazione e di morte. Nella seconda tavola di questo dittico ideale si alza l’alba di una nuova èra, con la chiamata di Abramo, il fedele a Dio, emblema, come lo era già stato Noè nel primo quadro narrativo, di una nuova umanità. A illustrare tutto questo itinerario, che è il paradigma della storia costante dell’umanità, convergono sostanzialmente due attori. Da un lato, è naturalmente la Parola ad avere il primato. Essa ci parla dal libro stesso della Genesi, selezionato nelle pagine più significative dei suoi primi ventidue capitoli, commentati in modo essenziale dalle voci antiche dei Padri della Chiesa che su quei versetti ebraici imprimevano non solo una traduzione ma anche un’interpretazione, operando una sorta di «torsione», cioè rivolgendoli verso il futuro, verso il Messia, Gesù Cristo.


D’altro lato, ad accompagnare la Parola c’è un’altra protagonista, l’Immagine. Sappiamo quanto la Bibbia sia stata il «grande codice» della nostra cultura, «l’alfabeto colorato in cui i pittori hanno intinto il loro pennello», per usare la notissima definizione coniata da Marc Chagall, il vero e proprio atlante iconografico a cui hanno attinto intere schiere di artisti. Nelle pagine che ora seguiranno dominerà una particolare e suggestiva espressione artistica, la miniatura, «quell’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi», come scriveva Dante nel canto XI del Purgatorio (vv. 80-81), dove apparivano i superbi, rappresentati in questo caso proprio da un miniatore, Oderisi da Gubbio. Suggestivo è effettivamente il verbo franceseenluminer che – a differenza del nostro più «materiale» miniare/miniatura – riesce ad evocare la luce, l’illuminazione che i colori e le scenette creano quando sono quasi costretti a comprimersi nel microcosmo di un foglio di pergamena o di una sua piccola parte. Accade, allora – ed è ancora Dante a dirlo in modo folgorante – che «ridon le carte che pennelleggia» il miniatore (vv. 82-83).


Ecco, nelle pagine di questo volume, attraverso le immagini miniate, le parole ispirate brilleranno e «rideranno». A cogliere questo dialogo armonico tra Parola e Immagine ci guiderà l’esegesi costante e raffinata offerta da uno studioso di iconografia, Pasquale Iacobone: egli condurrà il lettore in una specie di pellegrinaggio all’interno di un piccolo mondo di meraviglie, facendoci intuire la verità di un detto rabbinico secondo il quale «ogni versetto della Torah può avere settanta volti».
Volti non solo di verità ma anche di bellezza. Ed è ciò che gli artisti hanno per secoli compiutoattraverso le tante espressioni della loro opera, nelle monumentali realizzazioni scultoree o pittoriche ma anche nello spazio limitato del foglio di un codice ove si distendeva la Parola biblica. Contemplando la sequenza delle miniature dedicate alla Genesi, desunte da quello scrigno di tesori librari che è la British Library di Londra, si potrà comprendere alla fine la verità di quella definizione un po’ sorprendente che lo scrittore Herman Hesse ha coniato nella sua opera Klein e Wagner: «Arte significa: dentro ogni realtà mostrare Dio».

Oggi ad Assisi la presentazione alle 16, all’Istituto Serafico di Assisi viene presentato il volume edito dalla Utet Genesi - Parole e immagini per raccontare il principio curato da Monsignor Pasquale Iacobone e realizzato in collaborazione con la British Library di Londra. Proprio dall’inestimabile patrimonio di quest’ultima, riconosciuta come uno dei templi mondiali del libro antico, provengono le settanta straordinarie immagini selezionate da Monsignor Iacobone e riprodotte nelle pagine dell’opera, tratte da alcune fra le più preziose Bibbie - nonché da altri pregevoli codici medioevali - del periodo compreso fra l’XI e il XV secolo.
Fonte: Vatican Insider

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Riporto la seguente intervista al Card. Ravasi da "L'Osservatore Romano"

(Silvia Guidi) Arte e fede, progetti umani e azione dello Spirito, mistero e segno si sono intrecciati e fusi inseparabiliter nella storia: Ecclesiae historiam esse quoque inseparabiliter culturae et artium historiam («la storia della Chiesa è anche, inseparabilmente, storia della cultura e dell’arte») si legge nel motuproprio Pulchritudinis fidei con cui la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa viene unita al Pontificio Consiglio della Cultura.
Approvato lo scorso 30 luglio da Benedetto XVI e pubblicato sugli «Acta Apostolicae Sedis» del 3 agosto, il documento pontificio entrerà in vigore il prossimo 3 novembre. Abbiamo chiesto al cardinale Gianfranco Ravasi di parlarci dei motivi e delle conseguenze di questa fusione. 

L’esigenza di un coordinamento unico è cresciuta negli anni, si legge nel documento: perché?

 
Qualche nota storica: Pio XI nel 1924 creava la Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra in Italia, specificatamente deputata alla cura del patrimonio storico-artistico della Chiesa, ma con esclusiva competenza per il territorio italiano. Giovanni Paolo II da parte sua, con la costituzione apostolica Pastor bonus (28 giugno 1988) l’aveva poi trasformata nella Pontificia Commissione per la Conservazione del Patrimonio Artistico e Storico della Chiesa, collegandola alla Congregazione per il Clero. Lo stesso Pontefice la trasforma successivamente nella Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa con il motuproprio Inde a pontificatus (25 marzo 1993). Giovanni Paolo II, unificando il Pontificio Consiglio della Cultura e il Pontificio Consiglio per il Dialogo con i Non Credenti, sottolineava contestualmente l’esigenza di «uno stretto rapporto tra il lavoro di codesto Pontificio Consiglio e l’attività a cui è chiamata la Pontificia Commissione per la Conservazione del Patrimonio artistico e Storico della Chiesa», da allora denominata Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Nello stesso documento si dispone che la Commissione «non sarà più stabilita presso la Congregazione per il Clero, ma sarà autonoma, con un proprio presidente che farà parte dei membri del Pontificio Consiglio della Cultura, con il quale manterrà contatti periodici, in modo da assicurare una sintonia di finalità e una feconda reciproca collaborazione». L’unificazione dei due organismi suggella, così, un percorso di convergenza, attuato anche negli ordinamenti di molte Nazioni — è un uso diffuso, penso all’Italia e al Consiglio d’Europa — verso una visione culturale ampia e articolata nella sua organicità e unitarietà, in cui anche lo straordinario patrimonio storico-artistico della Chiesa, prodotto lungo i secoli, con le sue più specifiche esigenze di tutela, conservazione e valorizzazione, riceve una sua più degna collocazione nell’ambito delle attività culturali promosse dalla Santa Sede.


La commissione diventerà quindi un dipartimento all’interno del Pontificio Consiglio per la Cultura?


Sì, come Fede e arte, il Cortile dei Gentili o quello appena costituito dedicato allo Sport. Anche l’Unesco, oggi protegge la «cultura immateriale»; alla base del nuovo concetto di cultura non c’è più l’idea settecentesca di una aristocrazia intellettuale, ma un concetto antropologico, l’elaborazione cosciente di ogni opera della creatività umana; l’arco delle attività non si può selezionare a brani, serve una simbolica d’insieme. Tra le aree di competenza del dipartimento c’è ovviamente anche la collaborazione con la Fondazione per i Beni e le Attività Artistiche della Chiesa.


Le priorità in agenda?


Dobbiamo procedere a un’analisi dell’applicazione dei documenti già pubblicati nella Chiesa universale in tema di biblioteche, inventariazione e catalogazione, archivi e musei. Un grande artefice, in questo, è stato il cardinale Francesco Marchisano, e di questo si occuperà in modo particolare monsignor Carlos Moreira Azevedo, delegato del Pontificio Consiglio della Cultura. Servono modelli concreti e indirizzi di metodo per offrire elementi di gestione culturale, che permettano di trovare risorse finanziarie, e per adattare a una gradualità realista ed efficace gli orientamenti esistenti secondo le possibilità delle diverse chiese. Gli esempi di questo potrebbero essere moltissimi: penso al caso di Arequipa in Perú, dove sono conservati migliaia di volumi provenienti dalle biblioteche dell’ordine dei recolletti, o al patrimonio librario a rischio dispersione in Salvador. Sono beni che vengono feriti inesorabilmente dall’ambiente climatico e necessitano di rapidi interventi di tutela. In questo l’informatica ci può aiutare molto, per rendere accessibili a tutti, ad esempio, i tesori nascosti in una piccola parrocchia isolata sulle Ande. Dopo l’attenzione alla salvaguardia dei beni culturali dobbiamo sviluppare la loro valorizzazione e il loro godimento al servizio della nuova evangelizzazione e della dimensione estetica nel pensiero contemporaneo. Bisogna evitare una impostazione solo conservatrice dei beni, è fondamentale una fruizione che generi gusto, che sia capace di «lavare gli occhi» a chi è abituato a vedere solo cose brutte, palazzi orrendi, immagini banali.
 

«La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere» scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti, citando un verso del poeta polacco Cyprian Norwid. Cosa ne pensa?

Il lavoro non manca. Arte e fede devono ricordarsi di nuovo di essere sorelle e la Chiesa non deve dimenticare l’importanza dell’elemento simbolico nell’annuncio della fede, nel presente, continuando a fare quello che ha sempre fatto in passato. Basti pensare all’esplosione di bellezza delle chiese romane, dalle più famose alle più dimenticate, come Santa Bibiana, inglobata e resa quasi invisibile dai binari della stazione Termini: chi conosce le sue bellissime colonne di spoglio e la statua del Bernini al suo interno? Fruizione e tutela, nel lungo periodo, sono strettamente legate; in fondo, si protegge solo ciò che si ama, quindi far conoscere e apprezzare è anche il modo migliore per tutelarli. I due terzi di una pinacoteca possono essere letti solo se si conosce la Bibbia; in uno statuto senese del Trecento, gli artisti parlano di se stessi come di «predicatori per immagini» con il compito di mostrare i grandi misteri della salvezza a chi non li potrebbe conoscere altrimenti. La Bibbia è anche una miniera inesauribile di narrazioni suggestive, di «versetti che valgono più di un’opera di Shakespeare», come scrive George Steiner parlando della notte della pitonessa di Endor e il crollo finale di Saul nel primo libro di Samuele (28, 7-25). Alla Biennale di Venezia cercheremo di continuare a fare quello che la Chiesa ha sempre fatto: dialogare con gli artisti, proponendo loro in questo caso di lasciarsi ispirare dalla potente narrazione della Genesi. Tanto desiderio di offendere, nell’arte contemporanea, è il segno di una nostalgia violenta per il divino. Il Crocefisso è ancora percepito come un simbolo potentissimo in mezzo a tante altre immagini inerti a livello della comunicazione.


E la musica sacra?


Dopo il successo del concorso sul Credo alla Sagra Musicale Umbra, in cui sono arrivate oltre duecento partiture, vorrei seguire il consiglio di Muti e Chailly, recuperando il patrimonio del barocco italiano; come Porpora, ad esempio: i Wiener Philarmoniker, dopo un recente concerto, si sono stupiti della qualità della sua musica. Lo Stabat mater, segno luminoso di un senso religioso profondo, è stato scritto da un ragazzino (Pergolesi era giovanissimo quando l’ha composto). Con la struttura del dittico potremmo recuperare un grande testo sacro e musicale connettendolo a qualcosa di contemporaneo, in modo che ci sia una mutua intercessione tra passato e presente. Anche i testi di tante canzoni di musica leggera sono intrisi di un anelito spirituale molto forte; non a caso i ragazzi investono i loro soldi nel biglietto di un concerto, perché sentono che la musica mette a tema, fa affiorare in superficie ed esprime la loro domanda di significato sepolta o dimenticata. E lo stesso dramma personale di tanti artisti — per fare un esempio tra i tanti possibili, la morte prematura di Amy Winehouse, dei cui album mi ha parlato recentemente il nunzio in Guatemala — deve fare riflettere: ci fa capire quanto concreto sia nella nostra epoca lo scontro tra la speranza e il desiderio di vita e l’annientamento come conseguenza estrema e tragica del nichilismo.

L'Osservatore Romano 18 ottobre 2012 

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Riporto dal Blog di Sandro Magister.

Diario Vaticano / La rivincita del cardinale Ravasi

Ha organizzato la puntata più spettacolare del Cortile dei Gentili proprio ad Assisi, la città di cui sette anni fa stava per diventare vescovo. I cardinali Martini e Nicora posero il veto, ma la sua carriera non ne patì. Ora c'è chi lo dà persino "papabile"





CITTÀ DEL VATICANO, 18 ottobre 2012 – "Il cardinale Gianfranco Ravasi è l’ecclesiastico più interessante della Chiesa cattolica?". La domanda, con un punto interrogativo più retorico che reale, è il titolo di un recente post del rinomato vaticanista statunitense John L. Allen.

In effetti il porporato è tra i più noti e benvoluti nel circuito dei media non solo italiano ma internazionale.

In Italia articoli con la sua firma, oltre che sui media cattolici, appaiono frequentemente su importanti quotidiani laici come il "Corriere della Sera", "Il Sole 24 Ore", "Il Messaggero" e sul settimanale "L'Espresso", senza contare la sua ininterrotta presenza sul canale televisivo Canale 5 e nel vasto mondo di twitter.

La notorietà di Ravasi si è molto accresciuta a livello internazionale grazie agli eventi del Cortile dei Gentili, che egli ha organizzato, sempre sotto l’occhio benevolo della stampa, anche in metropoli profondamente secolarizzate come Parigi o Stoccolma.

Il Cortile dei Gentili "ha lo scopo di creare uno spazio neutrale d'incontro tra credenti e non credenti": così si legge nel suo sito ufficiale. E l’ultima sua puntata, che ha beneficiato tra l'altro della presenza del presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano, si è svolta ad Assisi il 5 e 6 ottobre.

Per Ravasi essa ha avuto il sapore di una rivincita.

Nel 2005, infatti, Ravasi – all'epoca semplice sacerdote dell'arcidiocesi di Milano, docente di Sacra Scrittura e prefetto della Biblioteca Ambrosiana – era seriamente in corsa per diventare il vescovo della città natale di san Francesco.

A suo favore c'erano i vertici della conferenza episcopale italiana i quali, per valorizzare al meglio le sue eccellenti capacità oratorie, volevano metterlo alla testa della prestigiosa diocesi per farlo diventare la voce più in vista della Chiesa italiana nella pubblica piazza, un ruolo che fino ad allora era stato brillantemente svolto dall’ormai troppo anziano cardinale Ersilio Tonini.

Ma l’operazione fallì. E non tanto a causa del parere negativo sulla sua nomina espresso dall'arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini (a dispetto della fama di fervente "martiniano" di cui Ravasi gode tuttora), ma principalmente per l’opposizione ferma di un altro porporato che lo conosceva di persona fin dai tempi del seminario, il cardinale Attilio Nicora.

Sia Nicora che Ravasi, infatti, sono stati compagni di studi nel seminario dell'arcidiocesi di Milano, a Venegono Inferiore, e poi ospiti a Roma del Pontificio Collegio Lombardo. Ma mentre il primo era all’epoca il pupillo del cardinale “conservatore” Giovanni Colombo che nel 1977 lo volle come suo ausiliare a Milano, il secondo era invece discepolo spirituale del frate servita David Maria Turoldo, una delle figure più rappresentative del cattolicesimo progressista italiano, sia prima che dopo il concilio Vaticano II.

Nella congregazione per i vescovi, la discussione sulla candidatura di Ravasi ad Assisi si svolse il 16 giugno 2005, quando Benedetto XVI era papa da soli due mesi.

E a far accantonare la sua candidatura contribuì un suo articolo pubblicato sul "Sole 24 Ore" del 31 marzo 2002 in occasione della Pasqua, che durante la discussione fu mostrato ai presenti. Più che il testo fu il titolo dato dal giornale all'articolo, con riferimento a Gesù, “Non è risorto, si è innalzato”, a provocare il pollice verso della congregazione.

Ravasi infatti era da tempo sotto sospetto, a Roma, per la sua esegesi ritenuta troppo debitrice alle teorie demitizzanti del protestante Rudolf Bultmann. Ne è prova quanto scriveva nel giugno 1995 sulla rivista "30 Giorni" un biblista molto stimato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, il gesuita belga Ignace de la Potterie, riguardo a un paio di articoli scritti in precedenza da Ravasi.

"Utilizzando un tono ironico", scriveva de la Potterie di Ravasi, "egli sembra negare la possibilità di raggiungere la realtà storica di Gesù".

Insomma, nel 2005 la carriera ecclesiastica di Ravasi sembrava doversi fermare al pur prestigioso incarico di prefetto della Biblioteca Ambrosiana.

Ma non è stato così. Proprio con Benedetto XVI, complice la grande considerazione che il nuovo cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone, nominato nel settembre 2006, nutriva nei suoi confronti, per Ravasi si sono spalancate le porte non solo dell’episcopato ma del cardinalato, con un incarico di rilievo in curia.

Nel  2007 Ravasi fu chiamato a scrivere i testi delle meditazioni per la Via Crucis papale del Venerdì Santo, al Colosseo. E il 3 settembre dello stesso anno Benedetto XVI lo nominò arcivescovo e presidente del pontificio consiglio della cultura.

Contestualmente, Ravasi fu nominato presidente anche di due commissioni pontificie, quella per i beni culturali della Chiesa e quella per l’archeologia sacra. E in queste vesti assunse la carica di presidente del consiglio di coordinamento fra le accademie pontificie.

Inoltre, fu annoverato tra i membri della "Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon". Della quale era già membro "il letterato Sig. Armando Torno", responsabile delle pagine culturali del "Corriere della Sera", il giornalista che più pubblicizza tutta la poliedrica attività di Ravasi.

In questi nuovi incarichi Ravasi ha trasfuso la sua eccezionale bravura di creatore di eventi dall'alto impatto mediatico, culminati appunto nella serie di incontri del Cortile dei Gentili. Incontri che, partiti da una intuizione di Benedetto XVI nel 2009, sono stati messi in pratica da Ravasi con una impronta molto personale.

Ma Ravasi ha dato prova anche di una spiccata abilità di manovra sullo scacchiere della curia romana. Gli organismi da lui presieduti hanno visto infatti un singolare moltiplicarsi di cariche e funzioni, determinato dalla necessità di trovare una collocazione per quegli ex dirigenti che hanno dovuto far posto ai nuovi entrati.

Così il 4 dicembre 2007, onde far posto alla nomina di Antonio Paolucci a direttore dei musei vaticani, l’uscente Francesco Buranelli diventò il primo laico ad essere nominato segretario della commissione per i beni culturali della Chiesa (carica comunque destinata a scomparire con l'accorpamento di questa commissione nel pontificio consiglio della cultura, come stabilito da un motu proprio pontificio annunciato da "L'Osservatore Romano" del 18 ottobre 2012).

Il 18 luglio 2009, onde permettere la nomina di monsignor Giovanni Carrù a segretario della commissione di archeologia sacra, per l’uscente Fabrizio Bisconti fu creata la carica di sovrintendente archeologico delle catacombe.

L’11 novembre 2011, poi, al pontificio consiglio della cultura è arrivata la nomina alla nuova carica di "delegato” del vescovo portoghese Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo, ausiliare di Lisbona ai ferri corti col suo patriarca. Una carica che si è andata a sovrapporre a quella del segretario dello stesso dicastero, nominato il 3 dicembre 2009 nella persona del beninese Barthélemy Adoukonou, uno degli ex allievi di Joseph Ratzinger quand'era professore di teologia.

Il grande dinamismo di Ravasi – che comprende anche la gestione dell'annunciata e inedita partecipazione del Vaticano con un proprio stand alla prossima Biennale di Venezia – non ha mancato di creare malumori in quella parte della curia romana che non ha mai digerito il suo arrivo a Roma. E così nel 2008, quando Ravasi scrisse una prefazione a un'edizione illustrata del "Gesù di Nazareth" di Benedetto XVI, ci fu chi disseppellì le vecchie critiche fatte a suo tempo da padre de La Potterie e puntò il dito accusatore contro il modo con cui Ravasi aveva citato una frase del papa:

Ma furono solo innocue punture di spillo. Il 20 novembre 2010 Ravasi è stato creato cardinale. E per diventare “papabile” nemmeno ha dovuto aspettare la berretta rossa. Il vaticanista John Allen l'aveva insignito di questo titolo già nel maggio del 2008:

I tifosi di Ravasi "papabile" appaiono più numerosi nelle direzioni e nelle redazioni dei giornali che all’interno del collegio cardinalizio che eleggerà il futuro papa, in un conclave che nulla fa presagire vicino.

Intanto però Ravasi si è preso una bella rivincita ad Assisi. Una rivincita che ha un sapore particolare anche perché il legato pontificio della basilica di san Francesco è, guarda caso, proprio il suo irriducibile oppositore, il cardinale Nicora.