di Costanza Miriano
Quando ho preso in mano i libri della prima elementare del primo figlio erano passati ventotto anni dalla mia, di prima elementare, ma il mio sussidiario me lo ricordavo ancora un po’. Cominciando a sfogliare i testi del futuro scolaro, ricordo che ho pensato: “bene, questi sono i libretti per giocare. Poi ci diranno dove prendere i libri veri.” Ci ho messo un po’ a realizzare che erano quelli, i libri veri.
La scuola è cambiata incredibilmente in questi anni, e forse, a meno che non si insegni, non si realizza quanto fino a che non ci si trovi ad avere dei figli che la frequentano. D’altra parte anche la scuola che ho fatto io, negli anni ’80, era a sua volta completamente diversa da quella – severa, accurata, basata su un largo uso della memoria – frequentata dai miei genitori. A questo punto, nella speranza che i miei professori di latino e greco non stiano leggendo, devo confessare che spesso qualche scolaro di qualche decennio più vecchio mi sorprende con citazioni dalle lingue classiche, brani che io ho dimenticato, e che invece lui ha scolpiti nella mente, immagino, a suon di pomeriggi incollati alla sedia.
Un po’ di tempo fa, volendo a mia volta fare alla prole uno dei consueti predicozzi (quella volta l’argomento era “come si scrive”), ho preso un mio vecchio quaderno delle elementari per leggere qualcuno dei preistorici temini ai figli, i quali peraltro sostengono che la mia principale qualità materna sia quella di trovare sempre nuove e fantasiose vie per tormentarli, soprattutto nell’istante in cui l’avventura con gli omini Lego o la partita di calcio-corridoio sta diventando davvero entusiasmante. Comunque, costretti ad ascoltare, i ragazzi – che ovviamente non hanno peli sulla lingua se si tratta di criticarmi – hanno ammesso che sì, sicuramente alle elementari scrivevo in modo ordinato e senza errori di grammatica né di ortografia, ma certo producendo una prosa “altamente soporifera”.
I loro temi, invece, sono scritti in modo per me inaccettabilmente disordinato, e grammaticalmente un po’, diciamo, creativo, ma sono un fuoco di fila di trovate, spesso pieni di fantasia e personalità. Ogni tanto, se c’è una storia da inventare, fanno capolino come niente il generale Eisenhower, i servizi inglesi dell’MI5, i Beatles, Stalin, Dante Alighieri, e citazioni cinematografiche: riferimenti a mondi di cui io alla loro età probabilmente neanche sospettavo l’esistenza.
Credo che questo fotografi abbastanza fedelmente il cambiamento della scuola e del sistema educativo in generale: i ragazzi di oggi, se seguiti a dovere, sono piuttosto svegli, bombardati come sono di stimoli, informazioni, esperienze, possibilità. Ma anche quando sono seguiti bene, da genitori attenti e presenti, da buoni insegnanti, faticano a gestire tutto. Faticano a essere ordinati, sia con le cose materiali che con le idee, faticano a rispettare semplici consegne per le quali sia necessaria concentrazione, spesso faticano a fare cose con le mani, perché tra scuola, attività pomeridiane, tempo destinato alla tecnologia in senso lato – computer, tablet, cellulari, consolle per i giochi, e anche tv, ormai meno amata dai bambini – le occasioni di esercitare la manualità, magari di fare lavoretti, piccole commissioni in casa, sono sempre di meno.
A me sembra che si sia persa cura, profondità, metodo, capacità di ricordare e di tenere punti fermi, pazienza nel cercare le soluzioni, a favore dell’ampiezza delle conoscenze e della rapidità. Personalmente non credo che sia un bene. Intanto, comunque, è un dato di fatto, un dato di fatto con cui senz’altro bisogna fare i conti: non demonizzando né sottovalutando né esaltando “le magnifiche sorti e progressive”, ma prendendo le misure.
Noi in famiglia per esempio abbiamo stabilito due giorni alla settimana in cui i figli possono giocare con i videogiochi, dopo i compiti, in modo che negli altri giorni la discussione sul tema tecnologia non si apra nemmeno. Io e mio marito avevamo infatti notato, prima di questa delibera della suprema autorità famigliare (il padre), che l’estenuante quotidiana contrattazione (“Posso giocare? Quando? Quanto?”) era causa di nervosismo pressoché perenne. Ovviamente secondo la nostra prole siamo i genitori più orribili che il pianeta abbia mai visto. Sostengono che nessuno dei loro amici sia sottoposto a simili vessazioni, e a dire il vero non stento a crederlo.
A parte alcune lodevoli eccezioni, infatti, mi sembra che lo stile educativo dei genitori contemporanei sia in linea con quello della scuola: accumulare esperienze, una dietro l’altra, senza un disegno alto, senza un progetto, in una sorta di horror vacui che costringe a riempire tutti gli spazi disponibili. Non sono rari i bambini che – magari dopo il tempo pieno a scuola (quest’anno la prima elementare, nell’unica sezione a tempo ridotto dell’intero quartiere, ha avuto solo diciotto iscritti, mentre oltre cento bambini cominceranno la loro carriera scolastica stando otto ore al giorno sui banchi) – hanno tutti i pomeriggi impegnati tra inglese, tennis, pallavolo, danza, nuoto, chitarra e via dicendo; per invitarne uno a giocare bisogna aspettare che trovi spazio in agenda.
Il discorso qui si fa ampio, e ci sarebbe da tirare in ballo il fatto che tante mamme lavorano e preferiscono (o sono costrette a farlo) subappaltare una buona parte del loro compito educativo; c’è poi la questione della scomparsa del gioco libero per strada, in piazza, al parco, che rende necessario riempire il tempo, inventando magari modi artificiosi per far muovere un po’ i muscoli dei bambini; c’è soprattutto il problema che l’educazione sembra decisamente avere perso la bussola che indichi una direzione – tolto Dio dall’orizzonte sono tolti tutti i punti cardinali – e allora si procede sommando esperienze, sperando che la quantità supplisca alla scarsa qualità.
Quando si hanno troppe cose da fare come i bambini di oggi, però, le conoscenze e le esperienze non si fissano bene: non si ha tempo di lasciarle depositare, diventare parte di noi. Se invece che insegnare a scrivere, a leggere e a far di conto la scuola sostituisce le ore di italiano e matematica per proporre corsi di danze popolari e cucina regionale (sic), se al posto della matematica c’è l’ora di tecnologia (a che serve, che già a tre anni sono più veloci di noi, questi bambini digitali?), se poi si corre tutto il pomeriggio tra sport e impegni vari, è dura imparare un metodo, impadronirsi del sapere, organizzarlo in modo personale, lasciarlo sedimentare come solo avviene nei fecondi momenti di noia.
Questo modello didattico si basa sull’idea di fondo che i bambini vadano lasciati esprimere, e non costretti, soffocati da compiti troppo noiosi, mnemonici (benedetta memoria!), vessatori. Un’idea che, oltre impregnare di sé il modo di insegnare, produce una tolleranza molto alta nei confronti dei comportamenti indisciplinati dei bambini e dei ragazzi, ma questo tema, seppur profondamente intrecciato, richiederebbe un capitolo a parte.
fonte: IL TIMONE settembre 2012
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Il commento che segue è di Daniela Bovolenta.
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Il commento che segue è di Daniela Bovolenta.
L’istruzione è, per vocazione famigliare non per mestiere, la mia trincea quotidiana.
Patisco ogni giorno la pochezza dei programmi, la confusione dei contenuti, l’accumulo di centinaia di nozioni sciocche o banali che non ne fanno una importante. Soprattutto l’umiliazione dell’intelligenza dei nostri figli, tenuta sempre al regime più basso possibile.
Patisco ogni giorno la pochezza dei programmi, la confusione dei contenuti, l’accumulo di centinaia di nozioni sciocche o banali che non ne fanno una importante. Soprattutto l’umiliazione dell’intelligenza dei nostri figli, tenuta sempre al regime più basso possibile.
Più
si mettono in campo paroloni e alte aspirazioni – comprensione del
testo, mappa concettuale, educazione ambientale, educazione alla
cittadinanza…- più i ragazzi non sanno leggere testi che non siano
preventivamente annacquati, adattati, omogeneizzati, della matematica
afferrano sempre meno i concetti e sempre più le “procedure”, la storia e
la geografia sono biscotti troppo sbriciolati per avere un gusto
appetitoso. Immaginate una generazione di bambini che non venga mai
svezzata completamente, che si fermi al livello degli omogeneizzati a
tempo indeterminato: a trent’anni, se prova a mangiare una bistecca e
bere un goccio di vino rischia la congestione, certi cibi non si
digeriscono più, lo stomaco ormai sa solo assimilare pasti sminuzzati e
insapori. Ecco, questo è ciò che fa la scuola con le menti dei nostri
figli.
L’impressione
è che una tetragona casta di “specialisti” non impari mai nulla dai
propri errori e, negli ultimi cinquant’anni, abbia messo in pratica le
proprie teorie pedagogiche a ogni costo: e se la realtà ha dato loro
torto, tanto peggio per la realtà. Il grande trucco, quello che copre
tutte le nefandezze, è l’idolatria del metodo: sparisce completamente il
discorso su “cosa” bisognerebbe insegnare e imparare, per concentrarsi
sul “come”: autoapprendimento, apprendimento tra pari, lavagne
elettroniche, tablet, metodologie varie… tutto per non dire che la
grammatica ha delle regole, la storia delle date, la geografia delle
capitali. Insomma, se si tenta un discorso sui contenuti si è
immediatamente tacciati di “nozionismo”, l’insulto peggiore nel mondo
della scuola, peggio di “bullo” o “omofobo”, che pure vanno molto di
moda.
Tuttavia, fatte salve le buone intenzioni individuali, di cui sappiamo essere lastricata la via dell’inferno, mi sembra di poter ravvisare anche un piano generale: l’ideologia di un’uguaglianza così estrema, da non tollerare la banale evidenza che ci sono persone più intelligenti e altre meno, persone più o meno portate per lo studio, o più o meno disposte a faticare sui libri.
Tuttavia, fatte salve le buone intenzioni individuali, di cui sappiamo essere lastricata la via dell’inferno, mi sembra di poter ravvisare anche un piano generale: l’ideologia di un’uguaglianza così estrema, da non tollerare la banale evidenza che ci sono persone più intelligenti e altre meno, persone più o meno portate per lo studio, o più o meno disposte a faticare sui libri.
Ogni
tentativo di abbassare il livello richiesto, in funzione di una
maggiore “democrazia” dell’istruzione, non riesce ad eliminare del tutto
le differenze di dotazione e di impegno personale. Così, prima
lentamente, ma poi in modo sempre più impetuoso, è iniziata la corsa
verso la tabula rasa: non essendo possibile l’uniformità verso l’alto,
si insegue affannosamente l’uniformità verso il basso, l’uguale,
indifferenziata, invincibile ignoranza.
La
soluzione generale sembra molto al di fuori della nostra portata,
interessanti in questo senso sono le riflessioni che da anni conducono
pubblicamente due autori come Paola Mastrocola e Giorgio Israel, la
soluzione individuale invece è non arrendersi, prendere in mano la
situazione, dare libri seri da leggere, idee grandi da annusare, film
non banali da vedere… cioè fare un lavoro in famiglia che è duro,
faticoso e a volte poco comprensibile dai figli, in prima battuta
almeno, ma che dica chiaramente che gli uomini non solo sono capaci di
grandezza, ma a questa grandezza sono chiamati, in mille modi. Anche uno
spazzino, una mamma, le persone più nascoste e meno note del mondo,
sono chiamate alla grandezza: la grandezza del cuore e quella della
mente, la grandezza delle mani, l’offerta dei propri talenti a Dio.