sabato 15 giugno 2013

Vita e famiglia, il "tradimento" dei cattolici

Piazza San Pietro

“Credendo abbiamo vita”. E’ il tema e sfida della Giornata dell’"Evangelium Vitae" che oggi vede tante iniziative di preghiera e testimonianza. Domani, alle 10.30, la Messa presieduta da Papa Francesco in Piazza San Pietro e il pellegrinaggio alla Tomba di Pietro dei malati, dei disabili e degli operatori sanitarim promosso tra gli altri dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute.
Un inno alla vita nato nel 1995, per mano di Papa Giovanni Paolo II, sul valore e l’inviolabilità dell’uomo: l’"Evangelium vitae". Un documento, oggi quanto mai attuale, che percorre le frontiere della vita nascente, quelle della fragilità dell’uomo difeso in ogni suo stadio esistenziale. Il cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita:

R. – Sono molto contento che venga evocata la preghiera, la fede, per guardare alla vita e per garantirne la custodia. Non perché la ragione non sia interpellata: infatti, già di per se stessa la coscienza della legge naturale vede nella vita il valore fondamentale, senza del quale non esiste alcun altro valore, né la libertà, né la socialità, né la giustizia, né il progresso. Però, il Concilio di Trento dice che anche per l’onestà naturale - completa - l’uomo ha bisogno dell’aiuto di Dio. Oggi, si può capire meglio il messaggio dell’“Evangelium Vitae”, anche dopo la crisi che stiamo subendo e soffrendo, perché causa della crisi – non dico anche, ma prima di tutto – è la lotta che si è fatta contro la vita.

D. – Eminenza, che vuol dire “prendersi cura della persona”?

R. – E’ un programma che va dall’accettazione della vita come dono: non come un castigo o come una concorrenza al benessere, ma come un dono, un arricchimento della cultura e della civiltà. Accoglierla e prepararsi ad accoglierla per gli sposi, poi accoglierla dentro di sé e custodirla per le mamme che sono incinte e favorirne anche lo sviluppo. La vita è l’insieme delle forze fisiche, psicologiche e spirituali dell’individuo. Quindi, nella totalità della persona: nelle fasi delle infermità, nelle condizioni di disagio o di fragilità o di non perfetta funzione del proprio fisico fino al momento – che è un momento di vita – della morte, dove il rispetto deve essere massimo, perché la morte è un atto del vivente, che entra però in una nuova vita e che deve quindi essere accompagnato con tutte le forze e le attenzioni, anche spirituali. Questo è un comando – quello della custodia della vita e del sostegno alla vita – che vale dall’alba al tramonto, che vale dal concepimento all’ingresso in Paradiso.

D. – Eminenza, spesso si confonde l’efficientismo del corpo umano con la dignità dell’uomo…

R. – La dignità dell’uomo riguarda tutto l’uomo: la sua esistenza fisica, la sua ricchezza psicologica, il suo essere spirituale, che è quella parte di noi stessi che rimane anche dopo la morte, che è eterna. Quindi, la persona nel suo insieme.

D. – Quindi, si è così anche se si è malati, anche se si hanno delle problematiche fisiche?

R. – Certamente. In quel caso, l’impegno spirituale è chiamato ancor più a motivare, a supplire, a sostenere la fragilità del corpo. Si sa che lo spirito è la parte più ricca e più forte della nostra essenza: nella condizione di limitazione possono vivere una vita ricca ed arricchire gli altri, perché l’uomo non è solo fisico, non è solo efficienza fisica, non è solo atletismo…

D. – Un efficientismo, dunque, che può portare all’aborto se si rintraccia la possibilità di malformazioni, oppure all’eutanasia?

R. – Le ombre su questo piano e i delitti che si stanno compiendo sono enormi: se si pensa che la sola Cina, negli ultimi 40 anni, per limitare le nascite a non più di un figlio ha obbligatoriamente imposto 400 milioni di aborti; se si pensa che nel mondo, ogni anno, si praticano – con l’approvazione della legge – dai 45 milioni ai 50 milioni di aborti. Adesso si fa pressione sull’eutanasia, specialmente l’eutanasia neonatale: uccidere cioè il bambino quando si scopre che esso non è sano o prima della nascita, con un uso scorretto della diagnosi. Quindi, siamo in una situazione in cui la vita è circondata da una selva di delitti di ogni specie. Per questo la preghiera, la fede e il coraggio della Chiesa, prima di tutto esemplare e forte, sono una consolazione e per me una gioia. In questo momento, sono ricoverato e offro quella che è la mia parte di disagio, affinché vi sia una pronta risposta dei fedeli a questo messaggio che è l’"Evangelium Vitae".

Tante le sfide ancora in atto, come sottolinea la microfono di Federico Piana, il presidente del Movimento per la vita italiano, Carlo Casini:

R. - All’orizzonte del mondo, vediamo che le aggressioni elencate dal Papa nel ’95 si sono moltiplicate. Basti pensare all’aggressione contro la famiglia, alla sperimentazione sull’embrione, alle aggressioni anche di questi giorni contro l’obiezione di coscienza del personale sanitario... Ma non ci dobbiamo scoraggiare, perché in effetti questa virulenza delle aggressioni dimostra che in realtà il tema centrale oggi – culturale, politico, educativo – è proprio quello della vita umana. E questo dice il Papa, rivolgendosi a tutte le categorie: insegnanti, vescovi, sacerdoti, intellettuali, medici, volontari. E' proprio un appello universale che termina con queste parole: “Urge una mobilitazione generale in vista di una nuova cultura della vita”. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita, nessuno si deve sentire escluso. Quindi, questa Giornata dell’"Evangelium Vitae" spero che risvegli le coscienze, le mobiliti. Ed in questo momento è anche offerta una possibilità straordinaria a livello europeo per far vedere la coscienza dei popoli. Questa iniziativa è la raccolta firme a tutela dell’embrione “Uno di noi”, basta compilare una scheda cartacea, oppure connettersi ai siti Internet come "www.firmaunodinoi.it", "www.oneofus.eu", per poter dare un contributo a far sentire che si è schierati dalla parte della vita. Da qui bisogna ripartire.

D. – Secondo lei, la Chiesa non dovrebbe in qualche modo riproporre questa Enciclica con forza, chiedere ai laici proprio di impegnarsi per approfondirla meglio?

R. – Dopo la Rerum Novarum, secondo me, è la più grande Enciclica sociale. Questo documento cambia la società e si mette dalla parte dei poveri. Bisogna che diventi un testo di insegnamento, di approfondimento nelle università, nei seminari, nelle parrocchie e nella preghiera. Dovremmo ricordarci ogni domenica di avere un pilastro in difesa della vita, cambieremmo la mentalità, difenderemmo e salveremmo molte vite umane. Bisogna sempre parlare anche al cuore delle donne, delle donne che hanno abortito in particolare: non si tratta di respingerle, di condannarle, ma si tratta di richiamarle al servizio alla vita che anch’esse possono continuare a svolgere perché il Signore le attende. Questo dice l’Enciclica al punto 99.

D. – C’è un punto dell’Enciclica "Evangelium Vitae" che tratta dell’eutanasia…

R. – Secondo me, il tema dell’eutanasia è tutto compreso nel tema dell’aborto: se noi accettiamo questo, come potremmo non accettare di dare la morte alla persona morente, o malata? Il senso della vita non è soltanto l’utile per gli altri.
 Radio Vaticana 

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Sabato 15 giugno si sono aperte a Roma le manifestazioni per la «Giornata dell'Evangelium Vitae». In attesa della Messa del Papa di domenica, la giornata di sabato ha offerto numerosi momenti di preghiera e di penitenza - perché per i peccati contro la vita occorre anzitutto fare penitenza -, una catechesi in italiano del cardinale Camillo Ruini e un convegno in lingua inglese alla Pontificia Università Urbaniana aperto dal cardinale americano Raymond Leo Burke.

Personalmente ho seguito il convegno dell'Urbaniana, e della bella relazione del cardinale Burke ho apprezzato soprattutto un passaggio, del resto consonante con quanto ha detto anche il cardinale Ruini. Burke ha denunciato la lobby multi-miliardaria che con una potenza di fuoco inaudita conduce la sua battaglia per la «cultura anticoncezionale», per l'aborto e contro la famiglia. Non ha nominato esplicitamente Bill e Melinda Gates, che di questa battaglia contro la vita sono oggi i primi finanziatori, ma è come se l'avesse fatto. È vero: è grazie a questo immenso fluire di soldi che la propaganda anticoncezionale, abortista e omosessualista ci martella tutti i giorni, anche tramite i film, la televisione, e romanzi come «Inferno» di Dan Brown, che è un manifesto per il controllo delle nascite con tutti i mezzi.

Ma il cardinale Burke è andato oltre, chiedendosi: perché queste campagne hanno successo? Dopo tutto, per quanto denaro si spenda, si tratta di vendere la morte, il che non dovrebbe poi essere così facile. Citando il beato Giovanni Paolo II (1920-2005), il porporato americano ha suggerito che la cultura della morte vince non solo per l'aggressività dei nemici della verità naturale e cristiana ma anche per la confusione dottrinale che regna tra le fila dei cattolici. «La nuova Bussola Quotidiana» documenta questa confusione tutti i giorni. Il cardinale ha ragione: ci sono tanti cattolici - compreso qualche vescovo - che tradiscono il Catechismo e il Magistero con sconcertanti aperture su anticoncezionali, aborto, eutanasia e unioni omosessuali. E ha fatto molto bene Burke ha ricordare come tutto è cominciato nel 1968 con la contestazione di tanti teologi contro l'enciclica «Humanae vitae» del servo di Dio Paolo VI (1897-1978). Quella degli anticoncezionali, ha detto Burke, non è una questione secondaria: il cattolico che cede sugli anticoncezionali è già pronto a cedere su tutto il resto.

Appena accennato nel discorso di Burke è un secondo punto, che a me sembra decisivo. La cultura della morte vince non solo perché un certo numero di cattolici tradisce la verità sul terreno della morale. Vince perché milioni di cattolici, che sul piano dottrinale si dicono fedeli al Catechismo, sul piano della teologia e della visione della storia, quindi sul piano psicologico, sono stati fatti prigionieri dalla dittatura del relativismo. Il problema, su cui dobbiamo molto riflettere, è che tantissimi cattolici accettano, silenziosamente, la tesi della  presunta «irreversibilità» delle «conquiste» rivoluzionarie. Pensano che «non si possa più tornare indietro» perché certi processi sono irreversibili. Questa idea della irreversibilità ha convinto non solo teologi e vescovi progressisti ma anche tanti conservatori, tanti dirigenti cattolici e sacerdoti che non negano le verità morali del Catechismo.

Si sono convinti che la storia avanzi in modo lineare, che la rivoluzione contro la castità, l’aborto, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia – domani l’«aborto post-natale» cioè l'infanticidio, l'assassinio dopo la nascita dei bambini malati e indesiderati, la prossima frontiera della cultura della morte, della cui sinistra avanzata ha fatto stato all'Urbaniana il filosofo Francis Beckwith  – sia il risultato di processi «irreversibili». Si pensa che il treno sia partito e avanzi in modo lineare. Al massimo – com’è accaduto negli anni scorsi in Italia sul tema delle unioni omosessuali – il treno può essere fermato in stazione per un po’, ma poi inesorabilmente riprende la sua marcia. 

Anche molti «buoni» che si oppongono al matrimonio omosessuale e ad altri frutti della cultura della morte sono convinti di stare combattendo una battaglia di retroguardia, di battersi per onore di firma, ma senza possibilità di vincere, perché il «senso della storia» è un altro. Tutti sono – in una certa misura, tutti siamo – vittima del mito del progresso e dell’idea illuminista della storia lineare, i quali sono pilastri della visione del mondo relativista per cui la verità non è mai assoluta ma è sempre figlia del tempo. O ci liberiamo di questa superstizione, che la dittatura del relativismo ci martella nella testa e nel cuore tutti i giorni dell'anno, o la battaglia per la vita e la famiglia è già finita, l'abbiamo già persa e arriveranno dovunque i matrimoni omosessuali, l'eutanasia  e alla fine anche l'«aborto post-natale».

Dobbiamo denunciare il fatto che quali elementi costituiscano il «progresso» non è di per sé evidente ed è deciso dai poteri forti, che poi impongono le loro decisioni a tutti. Rimontare sull’idea dei processi «irreversibili» è difficile, perché le battaglie perse si sono accumulate. Eppure la storia non ha nessun senso umano predeterminato e necessario, le battaglie le vincono e le perdono gli uomini, e per il cristiano nessuna vittoria del male è «irreversibile». Anche il nazismo e il comunismo sovietico sembravano invincibili e «irreversibili» ma sono caduti. 

Ultimamente, credere che il male sia irreversibile e invincibile è parte di quella disperazione storica che, come ci insegna quasi tutti i giorni Papa Francesco, viene dal diavolo. Ma anche il diavolo non è invincibile, anzi è già sconfitto dal Signore Gesù. Di più: a rigore non esiste nessun senso della storia al di fuori della vittoria del Signore sul male, sulla morte e sul diavolo. Partecipare a questo unico vero senso della storia, a questa vittoria antica e sempre nuova del Signore, richiede però che ci liberiamo dalla superstizione del mito del progresso: una liberazione che possiamo conquistare solo nello studio, nella meditazione e nella preghiera.
Introvigne