
Synod14 - 5ª Congregazione generale: "Le sfide pastorali sulla famiglia (II parte, cap. 2)", 08.10.2014
Sala stampa della Santa Sede
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- Introduzione del Presidente delegato, Card. Raymundo Damasceno Assis
- Testimonianza della Sig.ra Jeannette Touré (Costa d'Avorio)
Alle ore 9 di oggi si tiene nell’Aula del Sinodo in Vaticano la quinta Congregazione generale del Sinodo straordinario sulla famiglia, per la continuazione del dibattito generale, che segue un ordine tematico in corrispondenza con le parti e i capitoli dell’Instrumentum laboris.
Synod14 - 5a Congregazione generale: Omelia di S.E. Mons. Philip Tartaglia, Arcivescovo di Glasgow (Scozia, GB) durante la preghiera dell’Ora Terza, 08.10.2014
Sala stampa della Santa Sede
Questa mattina alle ore 9, con il canto dell’Ora Terza, si è aperta nell’Aula del Sinodo in Vaticano la quinta Congregazione generale del Sinodo straordinario sulla famiglia. Di seguito riportiamo l’omelia che S.E. Mons. Philip Tartaglia, Arcivescovo di Glasgow (Scozia, Gran Bretagna), ha tenuto durante la preghiera dell’Ora Terza:
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«Bisogna ascoltare il mondo, altrimenti il mondo non ci ascolterà». Il Padre generale dei gesuiti: non c'è solo il bianco e il nero, serve gradualità
Padre, il Sinodo si può leggere come il compimento del Concilio Vaticano II?
«Credo che questo sia proprio ciò che vuole il Papa. Francesco desidera vivere il Concilio. Ci sono tante forze che hanno allontanato un po’, distanti dal modo di pensare della gente, e Francesco ne è consapevole. Vuole che il Concilio sia una realtà e non ci sia più questo andare avanti e indietro, avanti e indietro, ma che la Chiesa vada avanti perché l’umanità va avanti e non si può aspettare».
Il Papa, nell’omelia di apertura, lo ha citato due volte...
«Anche nelle presentazioni dei padri sinodali ricorrono i riferimenti. Credo sia un ritorno al Concilio molto solido»
A quale aspetto?
«Si parla della Chiesa, del fatto che siamo in un mondo imperfetto e la gente sta lottando. Soprattutto la famiglia, il matrimonio, sono una vera palestra. Qui si vede che ci sono pastori preoccupati della situazione reale, non da idee astratte. La questione non è più come comunicare o forzare la gente a seguire una vita o un’altra, ma come ascoltare, accompagnare: questo è l’aspetto che si sente di più».
Ci sono resistenze?
«Ci sono alcune voci, naturalmente...Del resto il Papa ci ha chiesto di essere liberi. Però il tono è quello: accompagnamento, ascolto».
Diceva dei travagli. Come per i divorziati e riposati?
«Sì, certo. C’è chi ha parlato, citando il Vaticano II, della gradualità: bisogna essere positivi e vedere le cose buone, anche se la forma non è perfetta. Non si può cercare solo il perfetto o niente, ci sono tanti gradi...».
Un principio ignaziano: cercare Dio in tutte le cose...
«Sì, nella spiritualità di Ignazio c’è sempre una crescita e la crescita presuppone sempre una gradualità. Non si cresce di colpo. E il mondo non è in bianco e nero».
Anche in una coppia di fatto, o sposata civilmente in seconde nozze, c’è del buono?
«Naturalmente. Questo non è stato detto in aula, però nelle conversazioni uno mi fa: è meglio una coppia che si vuole bene di una coppia nella quale non c’è amore, non c’è niente, anche se hanno compiuto tutti i riti della Chiesa. È meglio che ci sia qualcosa. Questo è avere gradualità, vedere le cose in maniera positiva. Non cercare la perfezione. Quando stavo in Asia, sempre mi sentivo ripetere che per la mentalità occidentale, europea, il perfectum è quando tutto è perfetto; se invece c’è un qualunque difetto già non è buono, è malum . Ecco, penso che questo sia troppo. Se c’è qualcosa di buono che può crescere, bisogna alimentarlo, alimentare la vita in tutti i campi».
Il cardinale Martini diceva: «La domanda se i divorziati possano fare la comunione dovrebbe essere capovolta: come può la Chiesa arrivare in loro aiuto, con la forza dei sacramenti?». «È così. Martini avrebbe offerto un contributo importante al Sinodo. Qualcuno mi diceva: chi è arrivato a divorziare ha patito difficoltà, sofferenze, e proprio a quelli che hanno più bisogno di una medicina noi la togliamo! No, questo non può andare».
E chi dice che la dottrina non può cambiare?
«Su questo c’è stata un’affermazione chiara: il problema non è dottrinale ma di accompagnamento. Quello che Cristo ha detto, lo ha detto, i nostri principi vengono di là. Però, come alcuni in aula hanno spiegato molto bene, c’è sempre uno spazio per l’interpretazione, e questo spazio è pastorale. Gli esegeti hanno fatto un gran servizio alla Chiesa però hanno detto il loro, e sono un po’ esausti. La questione rimane pastorale, non si tratta di ridefinire nulla ma di trovare un linguaggio, un’esperienza differente».
Il Papa ammoniva: non caricate sulle spalle della gente «pesi insopportabili» «Questo è evangelico. In Spagna ho visto una caricatura: c’era un prete disperato, le mani in testa: “Orrore, abbiamo un Papa che crede nel Vangelo!”».
Ci sarà un cambiamento?
«Credo di sì, una linea di maggiore apertura: non parlare di principi ma trovare la realtà, accompagnare la gente».
Cosa significa, per un gesuita come Bergoglio, stare in ascolto dello Spirito?
«È tutta la vita ignaziana. Qui sta la rivoluzione di Sant’Ignazio: ascoltare lo Spirito. L’Inquisizione non era troppo contenta, lo ha esaminato otto volte, otto! Perché, se senti lo Spirito, non sei legato a norme o cose che hanno fatto gli uomini. Vedevano un uomo libero, e questo non andava bene! Lo Spirito soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. E questo ti dà una libertà enorme».
Corriere della Sera
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Sinodo, novatori avanzano
di Matteo Matzuzzi (Il Foglio)
S’era parlato di sinodo segreto, al pari d’un Conclave, con il Papa che nel comporre l’elenco dei padri aveva usato il bilancino: tredici conservatori per la difesa della dottrina e tredici progressisti desiderosi di aggiornare allo spirito del tempo l’insegnamento in fatto di morale sessuale, perché così chiedono le masse dei fedeli di qualche regione dell’occidente secolarizzato. Poi, quando le porte dell’Aula nuova si sono chiuse e il dibattito è iniziato, i padri hanno fatto a gara per intervenire: in settanta hanno preso la parola solo nella prima giornata e mezza, quella dedicata alla riflessione sul Vangelo della famiglia e la famiglia naturale. E la sorpresa è stata l’avanzata del fronte pro Kasper, apparso ben più numeroso di quanto accreditato all’inizio. Tra i primi a parlare, nell’ordine, Maradiaga e Marx, quest’ultimo foriero d’un documento a totale sostegno della relazione del teologo tedesco, per altro già intervenuto. Rumore ha fatto poi il breve intervento del cardinale arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, già allievo ratzingeriano che ha appoggiato – portando ad esempio la propria esperienza di figlio di divorziati – un adeguamento della prassi nel segno della misericordia a tutte quelle situazioni non toccate o toccate in modo superficiale nella Familiaris Consortio giovanpaolina. I conservatori non si aspettavano che il gruppo favorevole a un mutamento dell’approccio pastorale sulla famiglia partisse in modo così deciso già nelle prime congregazioni, ancor prima che la discussione entrasse nel vivo, toccando i punti più delicati e controversi, come la comunione ai divorziati risposati. Il clima che si respira, dice chi di sinodi ne ha visti più d’uno, più che alle precedenti assemblee sostanzialmente tranquille, come quella sulla Nuova Evangelizzazione, ha molto più a che vedere con quello roncalliano seguito all’indizione del Concilio Vaticano II, la spinta forte per una rivoluzione chiamata pudicamente aggiornamento.
E non si parla solo di pastorale, come aveva chiesto e quasi ammonito il cardinale Erdö nella sua Relatio ante disceptationem di lunedì: di dottrina s’è parlato, visto che molti padri intervenuti hanno chiesto di studiare il modo per “spiegarla meglio” alla luce delle mutate condizioni della famiglia. L’onda per il cambiamento s’ingrossa – l’ha confermato ieri anche il preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Adolfo Nicolás –, specie dopo le dure parole del Papa contro “i cattivi pastori” e i “dottori della legge” la cui “febbre teologica e intellettuale sforna solo precetti”. Si chiede con forza che “la chiesa dialoghi sempre più con il mondo, anche oltre i suoi stessi confini”, che la chiesa “adegui il suo linguaggio alla contemporaneità”. Una resistenza, comunque c’è, benché mantenga coperte le carte in vista dei temi ancora da dibattere che più dividono le correnti sinodali. Oltre ai porporati e ai vescovi che si sono già espressi pubblicamente contro le aperture delineate dal presidente emerito del Pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani, i più battaglieri sono i vescovi africani – hanno ricordato, in Aula, che più dell’ostia ai divorziati risposati, nelle loro diocesi il problema reale è la poligamia – e quelli dell’Europa orientale.
In ballo c’è ben di più dell’accesso ai sacramenti per chi ha sperimentato il fallimento del matrimonio, ma entrano nel confronto (e non marginalmente) l’approccio da tenere sul tema della contraccezione e il comportamento della chiesa nei confronti delle unioni di fatto e delle coppie omosessuali – fattispecie, questa, di cui s’è parlato già durante la seconda congregazione, con un padre sinodale che ha osservato che definire l’omosessualità un “comportamento intrinsecamente disordinato non aiuta a portare le persone a Cristo”. La sensazione, commenta qualche navigato osservatore, è che il gruppo che sostiene le tesi di Kasper stia alzando la posta per ottenere almeno qualcosa in questa prima tappa del Sinodo biennale. E questo qualcosa potrebbero essere alcuni paragrafi “aperturisti” della Relatio post disceptationem che saranno poi discussi nuovamente dalle conferenze episcopali locali nel lasso di tempo che condurrà all’assemblea ordinaria del prossimo anno.
fonte: IlFoglio.it
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Vatican Insider
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