Quando san Josemaría giunse a Roma per la prima volta, la sera del 23 giugno 1946; prese alloggio in un piccolo attico di un edificio di piazza della Città Leonina, a pochi passi dalla basilica di San Pietro. Calata la notte si affacciò alla galleria esterna dell'appartamento, una piccola terrazza coperta, prospiciente il Palazzo Apostolico, residenza del Papa. Da lì si vedono le finestre delle abitazioni pontificie. Emozionato, cominciò a pregare per Pio XII.
Sotto quelle stesse finestre delle abitazioni pontificie, il giorno 6 ottobre, già allo spuntare dell'alba, era raccolta in preghiera per il Papa e per la Chiesa una fitta moltitudine di persone che riempiva Piazza San Pietro, via della Conciliazione, e molte altre piazze e vie adiacenti. Le autorità hanno stimato che i partecipanti alla canonizzazione di san Josemaria fossero fra le 450.000 e le 500.000 persone. Per molti di loro era anche il loro primo viaggio a Roma, e per qualcuno, probabilmente, l'unico.
Da uno a varie centinaia di migliaia. Se ragioniamo in termini di storia della Chiesa, gli anni trascorsi tra quei due momenti non sono molti: l'edificio di Città Leonina non è cambiato, e non si può certo dire che sia antico. Tra la preghiera in solitudine di san Josemaria per il Papa e accanto al Papa, a quella di una folla serena, variopinta, appassionata e anche impegnata, è facile vedere la continuità: perché la cosa importante è sempre l'unione di ciascuno con Dio; e la fecondità di questa preghiera è incalcolabile, proprio perchè è Lui che dà l'incremento.
La mattina del giorno 7 – festa della Madonna del Rosario – il Santo Padre ha ricevuto in udienza i partecipanti alla canonizzazione. Nella sua allocuzione Giovanni Paolo II ha fatto riferimento all'atteggiamento di servizio senza limiti a tutte le anime, dimostrato dal nuovo santo, “evidente nella sua dedizione al ministero sacerdotale e nella magnanimità con cui diede impulso a tante opere di evangelizzazione e di promozione umana a favore dei più poveri”. Mons. Javier Echevarría, Prelato dell’Opus Dei, aveva appena celebrato la Santa Messa di ringraziamento nella stessa Piazza San Pietro.
Al termine dell'udienza, è giunto il Patriarca Teoctist, capo della chiesa ortodossa rumena, per salutare ufficialmente il Santo Padre. I partecipanti all'udienza hanno espresso con ripetuti applausi l'affetto di tanti cattolici giunti da tutte le parti del mondo, e il loro comune desiderio di unità.
Le Messe di ringraziamento
Durante le giornate dell’8 e 9 ottobre si sono susseguite, in varie basiliche e chiese di Roma, Messe di ringraziamento in 18 lingue: arabo, ceco, cinese, finlandese, francese, giapponese, indonesiano, inglese, italiano, latino, lituano, olandese, polacco, portoghese, spagnolo, svedese, tedesco e ungherese.
Parecchi vescovi hanno sottolineato l’universalità del messaggio proposto dal nuovo santo, ed hanno manifestato la loro gioia per il fatto che san Josemaría è entrato a far parte del novero dei santi, diventando così patrimonio di tutta la Chiesa.
Circa 200 fedeli, venuti da Hong Kong, hanno partecipato alla Messa celebrata da mons. Joseph Ti-Kang, arcivescovo di Taipei (Taiwan), nella chiesa di San Girolamo della Carità. Riferendosi alla vita del nuovo santo, mons. Ti-Kang ha messo in risalto che “sin dalla giovinezza l’Estremo Oriente è stato sempre presente nel suo cuore” ed ha ricordato il valore del lavoro e l’amore alla famiglia predicati da san Josemaría, due valori molto radicati nella cultura cinese.
La Messa di ringraziamento in olandese, presieduta dal Nunzio nei Paesi Bassi mons. François Bacqué, si è tenuta nella basilica di Sant’Apollinare.
Più di 9.000 persone hanno preso parte alla concelebrazione per i pellegrini venuti dalla Spagna, nella basilica di San Paolo fuori le mura. La cerimonia è stata presieduta dal cardinale di Madrid, S.E. Antonio Maria Rouco Varela, unitamente all’arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, mons. Francisco Alvarez Martínez. Hanno concelebrato una trentina di arcivescovi e vescovi e quasi un centinaio di sacerdoti. Nell’omelia il cardinale Rouco Varela ha commentato che san Josemaría è stato un santo spagnolo dal cuore universale.
Il cardinal Poupard, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha presieduto una delle concelebrazioni in lingua francese nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Il cardinale ha sviluppato l’idea che la chiamata alla santità, predicata dal nuovo santo, invita ad armonizzare la vita interiore e la vita esterna, vale a dire la vita di orazione e le attività della vita ordinaria. I canti della Messa di ringraziamento, a cui hanno partecipato circa 2.000 persone, sono stati eseguiti da due cori, uno proveniente dalla Costa d’Avorio ed un altro dal Camerun.
Circa 2.500 persone provenienti dagli Stati Uniti sono convenute nella basilica di Santa Maria Maggiore per partecipare alla Messa presieduta da mons. John Myers, arcivescovo di Newark, New Jersey. Nell’omelia mons. Myers ha invitato i presenti a non vivere un cattolicesimo minimalista ed ha sottolineato che la santità è un invito rivolto a tutti i cristiani. L’arcivescovo ha aggiunto che la vocazione all’Opus Dei “non è per una élite, ma per i comuni cattolici. Tutto ciò che si richiede è una completa disponibilità e il desiderio di servire”. Alla fine della cerimonia i presenti hanno indirizzato un’ovazione di ringraziamento verso Giovanni Paolo II.
Sono state due le celebrazioni in lingua italiana, presiedute dai cardinali Giovanni Battista Re e Camillo Ruini, rispettivamente nella basilica dei SS. Dodici Apostoli e a San Giovanni in Laterano. Nell’omelia il cardinal Ruini ha definito san Josemaría “un contemplativo del volto di Cristo”. La sua profonda unione con Cristo “dà ragione del dinamismo apostolico travolgente che ha informato la sua esistenza”. Per questo “lo Spirito Santo ci offre con l’esempio e la parola di san Josemaría un sicuro punto di riferimento per l’evangelizzazione”.
Nella basilica di Sant’Eugenio
Gli atti programmati in occasione della canonizzazione di san Josemaría si sono conclusi la sera del 10 ottobre, con la solenne traslazione del suo corpo dalla basilica di Sant'Eugenio alla chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace, dopo l’ultima Messa di ringraziamento celebrata dal prelato dell’Opus Dei, mons. Javier Echevarría.
Nell’omelia mons. Echevarría ha detto che adesso inizia una nuova tappa per l’Opus Dei, dopo le indimenticabili giornate della canonizzazione: "una tappa di amore di Dio più profondo, di impegno apostolico più costante, di servizio più generoso alla Chiesa e a tutta l’umanità. Una tappa, in definitiva, di fedeltà più piena allo spirito di santificazione in mezzo al mondo che il nostro Fondatore ci ha lasciato in eredità". Questo è il momento, ha sottolineato il prelato, di "cercare quotidianamente la conversione personale". Ed è anche il momento in cui "è logico che desideriamo esprimere la nostra gratitudine a Giovanni Paolo II e che offriamo per la sua Persona e le sue intenzioni un’orazione intensa, una mortificazione generosa, un lavoro professionale svolto con perfezione umana e soprannaturale".
Tornati al loro paese d'origine, i partecipanti alla canonizzazione hanno davanti a sè l'esempio di san Josemaría, messo in risalto dalle considerazioni del Papa: “Seguendo le sue orme, diffondete nella società, senza distinzioni di razza, cultura o età, la consapevolezza che siamo tutti chiamati alla santità. Sforzatevi di essere santi voi in primo luogo, coltivando uno stile evangelico di umiltà e di servizio, di abbandono alla Provvidenza e di ascolto costante della voce dello Spirito. In tal modo sarete sale della terra e risplenderà la vostra luce davanti agli uomini, perchè vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. Parole che richiamano e specificano il Duc in altum! proposto dallo stesso Giovanni Paolo II a tutta la Chiesa all'inizio del nuovo Millennio.
Dichiarazioni in occasione della canonizzazione
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Di seguito l'omelia della canonizzazione di Josemaría Escrivá
Tale fondamentale verità cristiana era tema ricorrente della sua predicazione. Non cessava, infatti, di invitare i suoi figli spirituali a invocare lo Spirito Santo per far sì che la vita interiore, la vita cioè di relazione con Dio, e la vita familiare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene, non fossero separate, ma costituissero una sola esistenza "santa e piena di Dio". "Troviamo Dio invisibile - egli scriveva - nelle cose più visibili e materiali" (Colloqui con Mons. Escrivá, n. 114).
Attuale e urgente è anche oggi questo suo insegnamento. Il credente, in virtù del Battesimo che lo incorpora a Cristo, è chiamato a stringere con il Signore un'ininterrotta e vitale relazione. E' chiamato ad essere santo e a collaborare alla salvezza dell'umanità.
"Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gn 2, 15). Il Libro della Genesi, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, ci ricorda che il Creatore ha affidato la terra all'uomo, affinché la "coltivasse" e la "custodisse". I credenti, operando nelle diverse realtà di questo mondo, contribuiscono a realizzare questo progetto divino universale. Il lavoro e qualsiasi altra attività, portata a termine con l'aiuto della Grazia, diventano mezzi di santificazione quotidiana.
"La vita quotidiana di un cristiano che ha fede - era solito affermare Josemaría Escrivá - quando lavora o riposa, quando prega o quando dorme, in ogni momento, è una vita in cui Dio è sempre presente" (Meditazione, 3 marzo 1954). Questa visione soprannaturale dell'esistenza apre un orizzonte straordinariamente ricco di prospettive salvifiche, poiché, anche nel contesto solo apparentemente monotono del normale accadere terreno, Dio è vicino a noi e noi possiamo cooperare al suo piano di salvezza. Si comprende quindi più facilmente quanto afferma il Concilio Vaticano II, ossia che "il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, (...) li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente" (Gaudium et spes, n. 34).
Elevare il mondo a Dio e trasformarlo dal di dentro: ecco l'ideale che il Santo Fondatore vi indica, cari fratelli e sorelle, che oggi vi rallegrate per la sua elevazione alla gloria degli altari. Egli continua a ricordarvi la necessità di non lasciarvi intimorire dinanzi a una cultura materialistica, che minaccia di dissolvere l'identità più autentica dei discepoli di Cristo. Gli piaceva ripetere con vigore che la fede cristiana si oppone al conformismo e all'inerzia interiore.
Seguendo le sue orme, diffondete nella società, senza distinzione di razza, classe, cultura o età, la consapevolezza che siamo tutti chiamati alla santità. Sforzatevi di essere santi voi in primo luogo, coltivando uno stile evangelico di umiltà e servizio, di abbandono alla Provvidenza e di ascolto costante della voce dello Spirito. In tal modo, sarete "sale della terra" (cfr Mt 5, 13) e risplenderà "la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt, 5, 16).
Certamente, non mancano incomprensioni e difficoltà per chi cerca di servire con fedeltà la causa del Vangelo. Il Signore purifica e modella con la forza misteriosa della sua Croce quanti chiama a seguirlo; tuttavia nella Croce - ripeteva il nuovo Santo - troviamo luce, pace e gioia: Lux in Cruce, requies in Cruce, gaudium in Cruce!
Da quando il 7 agosto 1931, durante la celebrazione della Santa Messa, risuonarono nella sua anima le parole di Gesù: "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12, 32), Josemaría Escrivá comprese più chiaramente che la missione dei battezzati consiste nell'elevare la Croce di Cristo su ogni realtà umana, e sentì nascere interiormente l'appassionante chiamata a evangelizzare tutti gli ambiti. Accolse allora senza vacillare l'invito fatto da Gesù all'apostolo Pietro e che poco fa è risuonato in questa Piazza: "Duc in altum!". Lo trasmise a tutta la sua famiglia spirituale, affinché offrisse alla Chiesa un contributo valido di comunione e di servizio apostolico. Questo invito si estende oggi a tutti noi. "Prendi il largo" ci dice il divino Maestro "e calate le reti per la pesca" (Lc 5, 4).
Per portare a compimento una missione tanto impegnativa, occorre però un'incessante crescita interiore alimentata dalla preghiera. San Josemaría fu un maestro nella pratica dell'orazione, che egli considerava come straordinaria "arma" per redimere il mondo. Raccomandava sempre: "In primo luogo, orazione; poi, espiazione; in terzo luogo, molto «in terzo luogo», azione" (Cammino, n. 82). Non è un paradosso, ma una verità perenne: la fecondità dell'apostolato sta innanzitutto nella preghiera e in una vita sacramentale intensa e costante. Questo è, in fondo, il segreto della santità e del vero successo dei santi.
Il Signore vi aiuti, carissimi fratelli e sorelle, a raccogliere quest'esigente eredità ascetica e missionaria.
Vi sostenga Maria, che il Santo fondatore invocava come Spes nostra, Sedes Sapientiae, Ancilla Domini!
La Madonna faccia di ognuno un autentico testimone del Vangelo, pronto a dare in ogni luogo un generoso contributo all'edificazione del Regno di Cristo. Ci siano di stimolo l'esempio e l'insegnamento di san Josemaría perché, al termine del pellegrinaggio terreno, possiamo anche noi partecipare all'eredità beata del Cielo. Là, insieme con gli angeli e tutti i santi, contempleremo il volto di Dio, e canteremo la sua gloria per tutta l'eternità!