mercoledì 3 ottobre 2012

Francesco d'Assisi: biografia, testi della Liturgia e commenti

Domani 4 OTTOBRE celebriamo la festa di
SAN FRANCESCO D'ASSISI (1182-1226)
Diacono, Fondatore dei tre Ordini, Patrono d'Italia




Convertitosi a Cristo da una giovinezza gaudente e spensierata, Francesco prende alla lettera le parole dei Vangelo e fa della sua vita una imitazione di Gesù povero e tutto proteso a compiere la volontà del Padre. In una conformazione e trasformazione tale che « da Cristo prese l’ultimo sigillo », come dice Dante (Paradiso, 11, v.107): « portare le stigmate della Passione nel suo corpo » (cf Gal 6,17). Francesco si allontana dall’antica e tradizionale concezione della vita monastica. Egli crea una « fraternità »; i grandi ordini francescani che da lui hanno origine — Minori, Conventuali, Cappuccini — trovano in Francesco più che una regola, uno stile di vita. La forma di santità vissuta da Francesco si è diffusa nel mondo attraverso il Terz’Ordine e unisce tutti coloro che pongono lo spirito al di sopra della lettera e l’amore prima della giustizia. La sua azione missionaria, la predicazione evangelica di pace e bene sono andate al cuore dei popoli e delle classi sociali spesso in lotta fra loro. Pochi uomini hanno avuto tanto influsso nella società del loro tempo e oltre, come Francesco. La sua visione ottimistica della creazione, espressa nel Cantico di frate sole, il suo amore per « madonna Povertà », il suo spirito evangelico intrinsecamente e dinamicamente innovatore e riformatore in piena adesione alla Chiesa, sono messaggi vivi per il mondo attuale. Con santa Caterina da Siena è patrono principale d’Italia.
Dobbiamo essere semplici, umili e puri
Dalla «Lettera a tutti i fedeli» di san Francesco d'Assisi
(Opuscoli, ed. Quaracchi 1949, 87-94)

Il Padre altissimo fece annunziare dal suo arcangelo Gabriele alla santa e gloriosa Vergine Maria che il Verbo del Padre, così degno, così santo e così glorioso, sarebbe disceso dal cielo, e dal suo seno avrebbe ricevuto la vera carne della nostra umanità e fragilità. Egli, essendo oltremodo ricco, volle tuttavia scegliere, per sé e per la sua santissima Madre, la povertà.
All'approssimarsi della sua passione, celebrò la Pasqua con i suoi discepoli. Poi pregò il Padre dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice» (Mt 26, 39).

Pose tuttavia la sua volontà nella volontà del Padre. E la volontà del Padre fu che il suo Figlio benedetto e glorioso, dato per noi e nato per noi, offrisse se stesso nel proprio sangue come sacrificio e vittima sull'altare della croce. Non si offrì per se stesso, non ne aveva infatti bisogno lui, che aveva creato tutte le cose. Si offrì per i nostri peccati, lasciandoci l'esempio perché seguissimo le sue orme (cfr. 1 Pt 2, 21). E il Padre vuole che tutti ci salviamo per mezzo di lui e lo riceviamo con puro cuore e casto corpo.
O come sono beati e benedetti coloro che amano il Signore e ubbidiscono al suo Vangelo! E' detto infatti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutta la tua anima, e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27). Amiamo dunque Dio e adoriamolo con cuore puro e pura mente, perché egli stesso questo ricerca sopra ogni cosa quando dice «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 23). Dunque tutti quelli che l'adorano devono adorarlo in spirito e verità. Rivolgiamo a lui giorno e notte lodi e preghiere, perché dobbiamo sempre pregare e non stancarci mai (cfr. Lc 18, 1), e diciamogli: «Padre nostro, che sei nei cieli» (Mt 6, 9).
Facciamo inoltre «frutti degni di conversione» (Mt 3, 8) e amiamo il prossimo come noi stessi. Siamo caritatevoli, siamo umili, facciamo elemosine perché esse lavano le nostre anime dalle sozzure del peccato.
Gli uomini perdono tutto quello che lasciano in questo mondo. Portano con sé solo la mercede della carità e delle elemosine che hanno fatto. E' il Signore che dà loro il premio e la ricompensa.
Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto semplici, umili e casti. Non dobbiamo mai desiderare di essere al di sopra degli altri, ma piuttosto servi e sottomessi a ogni umana creatura per amore del Signore. E su tutti coloro che avranno fatte tali cose e perseverato fino alla fine, riposerà lo Spirito del Signore. Egli porrà in essi la sua dimora ed abitazione. Saranno figli del Padre celeste perché ne compiono le opere. Saranno considerati come fossero per il Signore o sposa o fratello o madre.


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Francesco, un vero gigante della santità di casa nostra.

Francesco non era capace di fare altro, anche quando scriveva la "Regola", soltanto pregare e, in particolare, la preghiera di Francesco era una preghiera di lode. Una cosa inimmaginabile: pieno di malattie, di sofferenze, lui che aveva conosciuto il "cauterio" (*), praticamente cieco, loda Dio. Impariamo da lui: da Francesco, povero, umile e casto. Di fronte a uomini così, possiamo andar fieri di essere italiani, nonostante tutto... Chiediamo a Francesco dal Paradiso di pregare per questo Paese, di cui è il primo Patrono.

* * *

(*):DEL SUO AMORE AL FUOCO, E COME IL FUOCO GLI OBBEDI'
QUANDO EBBE A SUBIRE UN CAUTERIO
Costretto per obbedienza dal cardinale di Ostia e da frate Elia, ministro generale, a recarsi all’eremitaggio di Fonte Colombo, presso Rieti, per curarsi dal male di occhi, un giorno il medico venne a vederlo. E notando lo stato del male, disse a Francesco che voleva fargli un cauterio da sopra la mascella fino al sopracciglio dell’occhio più malato. Ma Francesco non voleva si cominciasse il trattamento prima dell’arrivo di Elia, il quale aveva detto di voler essere presente all’intervento; il Santo provava disagio e gli pesava di avere tanta preoccupazione per la salute, perciò voleva che il ministro generale ne avesse iniziativa e responsabilità.
Lo aspettarono, dunque, ma Elia non veniva, a causa dei molti impegni che lo trattenevano; così Francesco permise alla fine al medico di fare quello che voleva. Il ferro fu messo ad arroventare nel fuoco, e il Santo, per rafforzare l’animo contro la paura, parlò al fuoco: «Fratello mio fuoco, nobile e utile fra le altre creature, sii gentile con me in questa ora, poiché sempre ti ho amato e ti amerò, per amore di Colui che ti ha creato. Prego il Creatore che ci ha fatto, affinché temperi il tuo ardore, in modo che lo possa sopportare». E finita la orazione, tracciò sul fuoco il segno della croce.
Noi che in quel momento eravamo con Francesco, fuggimmo tutti per pietà e compassione verso di lui, e solo rimase il medico. Terminata la cauterizzazione, tornammo dal Santo, che ci disse: «Uomini paurosi e di poca fede, perché scappaste? Vi dico in verità che non ho sentito nessun dolore per la bruciatura. Anzi, se la cauterizzazione non è ben riuscita, la si rifaccia più forte».
Il medico, trasecolato, disse: «Fratelli miei vi confesso che temevo non potesse soffrire un intervento simile, debole e malato com’è, quando non ce la farebbe forse nemmeno l’uomo più vigoroso. Non ha fatto il minimo movimento né mostrato il più piccolo segno di dolore».
Fu necessario cauterizzare tutte le vene, dall’orecchio al sopracciglio, ma non giovò a nulla. Un altro medico gli perforò entrambe le orecchie con un ferro incandescente. ancora senza risultato.
Non meravigliamoci se il fuoco e le altre creature talvolta gli obbedivano e lo veneravano. Noi, che siamo vissuti con lui, abbiamo visto spessissimo quanto amava le creature, quanto godeva di esse; il suo spirito era preso da tanta tenerezza e compassione, che non voleva fossero trattate duramente. Parlava loro con una gioia che lo pervadeva nel cuore e negli atti, come si trattasse di esseri dotati di ragione; e sovente, in questi casi, era rapito in Dio.




San Francesco non era solo un ambientalista o un pacifista.
Era soprattutto un uomo convertito.
Francesco prima era quasi una specie di «play-boy».
Poi, ha sentito che questo non era sufficiente.
Ha sentito la voce del Signore: «Ricostruisci la mia Casa».
Man mano ha capito cosa voleva dire «costruire la Casa del Signore"

Benedetto XVI

* * *


MESSALE
Antifona d'Ingresso
Rallegriamoci tutti nel Signore
nella solennità del Serafico Padre san Francesco;
con noi gioiscono gli Angeli
e lodano in coro il Figlio di Dio.



Colletta
O Dio, che nel Serafico Padre san Francesco, povero e umile, hai offerto alla tua Chiesa una viva immagine dei Cristo, concedi a noi di seguire il tuo Figlio nella via del Vangelo e di unirci a te in carità e letizia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.



LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura
Sir 50, 1.3-7
Francesco come sole sfolgorante rifulse nel tempio di Dio.

Dal libro del Siracide
Ecco chi nella sua vita riparò il tempio, e nei suoi giorni fortificò il santuario. Ai suoi tempi fu scavato il deposito per le acque, un serbatoio ampio come il mare. Premuroso di impedire la caduta del suo popolo, fortificò la città contro un assedio.

Come era stupendo quando si aggirava fra il popolo, quando usciva dal santuario dietro il velo.
Come un astro mattutino fra le nubi, come la luna nei giorni in cui è piena, come il sole sfolgorante così egli rifulse nel tempio di Dio.


Salmo Responsoriale Dal Salmo 15
Tu sei, Signore, mia parte di eredità.


Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.


Seconda Lettura
Gal 6,14-18
Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.
Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.
D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo.
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

SEQUENZA
La sequenza è facoltativa, e si può dire anche nella forma breve,
iniziando dalla strofa:
Per le piaghe ...
Prodigi nuovi di santità,
degni di lode, apparvero,
stupendi e per noi propizi,
affidati a Francesco.

Agli iscritti al nuovo gregge
è data una nuova legge,
si rinnovano i decreti del Re,
ritrasmessi da Francesco.

Un nuovo ordine, una nuova vita,
sconosciuti al mondo, sorgono;
la regola emanata ripropone
il ritorno al Vangelo.

Conforme ai consigli del Cristo,
è dettata la regola;
la norma data ricalca
la vita degli Apostoli.

Corda rude, veste dura
cinge e copre senza cura;
il cibo si dà in parsimonia,
son gettati i calzari.

Povertà soltanto cerca,
niente vuole di terrestre;
quaggiù Francesco tutto calpesta:
rifiuta il denaro.

Cerca luoghi solitari,
ove sfogarsi in pianto;
geme per il tempo prezioso
sciupato nel secolo.

In un antro della Verna
piange, prega, prostrato a terra,
finché l’anima è irradiata
di celeste arcana luce.

Là, protetto dalle rupi,
è immerso nell’estasi;
il Serafico alla terra
preferisce il cielo.

E' trattato con rigore,
il corpo si trasfigura;
nutrìto della parola di Dio,
rifiuta ciò che è terreno.

Dall’alto, un Serafino alato
gli appare: è il grande Re;
sbigottisce il Padre,
atterrito dalla visione.
Nelle membra di Francesco,
tutto assorto in orazione,
imprime il Serafino
i segni del Crocifisso.

E’ suggello al sacro corpo:
piagato mani e piedi,
il lato destro è trafitto,
si irrora di sangue.

Si parlano ; gli son rivelati
i segreti celesti;
il Santo li comprende
in sublime estasi.

Ecco chiodi misteriosi,
fuori neri e dentro splendidi;
punge il dolore, acute
straziano le punte.

Non c’è opera di uomo
sulle piagate membra;
non i chiodi, non le piaghe
impresse la natura


* * *

Per le piaghe che hai portato,
con le quali hai trionfato
sulla carne e sul nemico
con inclita vittoria,

O Francesco, tu difendici
fra le cose che ci avversano,
per poter godere il premio
nell’eterna gloria.

Padre santo e pietoso,
il tuo popolo devoto
con la schiera dei tuoi figli,
ottenga il premio eterno.

Tutti quelli che ti seguono,
siano un giorno uniti in cielo ai beati comprensori
nella luce della gloria.

Amen.






Canto al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Francesco, povero e umile,
entra ricco nel cielo,
onorato con inni celesti.

Alleluia.

Vangelo
Mt 11,25-30

Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Parola del Signore.


 * * *

IL COMMENTO

Il riposo appartiene ai piccoli. La Terra promessa e il compimento delle promesse, lo shabbat e la pienezza della vita sono di chi è stato privato di tutto: Beati i poveri perchè di essi è il Regno dei Cieli. Noi invece ci ritroviamo sempre stanchi sotto il «giogo» della carne, nervosi, insoddisfatti. Chi di noi oggi, dinanzi a se stesso, al passato, al presente, al futuro, non si sente un «pitocco», piccolo e nullatenente? Come San Francesco al tramonto della sua vita; la stessa «fatica» e «oppressione», l'angoscia nel timore di aver sbagliato tutto, di aver capito male... L'Ordine sembrava sbriciolarsi, e quella parola ascoltata un giorno era ormai una chimera. Solo con quell'infinito dolore, mentre il fisico indebolito e stremato pareva rimproverarlo di averlo strapazzato per nulla. Aveva inseguito un sogno, che superava di gran lunga le proprie forze. Era la notte della fede, sperimentata dai santi, noti o sconosciuti, la notte delle stimmate.

Prima o poi essa ci avvolge tutti: «affaticati» come gli ebrei schiavi in Egitto, «oppressi» come «una bestia da soma». Eppure è la notte più santa, la Pasqua dove il Signore ci ha dato appuntamento, come a San Francesco su La Verna. La fatica e l'oppressione sono la sua voce che ci sussurra «venite a me»; raggiunge la nostra carne, debole ma preparata dalla storia ad accogliere le sue stimmate, le ferite capaci di trasformarla in sangue di vita da offrire. «sapienti» e gli «intelligenti» non conoscono «queste cose», le piaghe del dolore sono scandalo e stoltezza da combattere e sfuggire. Ma il Signore ha «voluto rivelare» a San Francesco e a ciascuno di noi il mistero del suo amore celato nella Croce. Le umiliazioni sono l'anello che ci sposa con Cristo, i dardi del suo amore che ci insegnano la sua «umiltà» e la sua «mitezza» imprimendoli nel profondo della nostra anima. E' pura Grazia da accogliere ogni giorno prendendo su di noi il suo «giogo leggero»: "le cose che sono aspre per coloro che provano affanno, si addolciscono per quelli che amano" (S. Agostino).


APPROFONDIMENTI


S. Agostino. L'amore rende facile il difficile

L'amore, in effetti, rende assolutamente facili e riduce quasi a nulla le cose più spaventose ed orrende. Quanto dunque la carità rende più sicuro e più facile il cammino verso l'acquisto della vera felicità, mentre la cupidigia, per quanto lo può, rende facile il cammino alla miseria! le cose che sono aspre per coloro che provano affanno, si addolciscono per quelli che amano. (Discorso 70)


Vocazione e piccolezza

Chi, prendendo oggi seriamente in mano la propria vita, proprio quella che abbiamo consegnato al Signore, obbedendo a una chiamata - al presbiterato, al matrimonio o alla vita religiosa, non importa - non si sente impaurito, oppresso e affaticato? Un “pitocco”, come dice la parola greca originale del Vangelo. Chi non si sente un nullatenente, precario, debole, umiliato? Ora che i sogni e le prospettive degli inizi sembrano sfuggite via; e i figli che crescono e le loro sofferenze come una spada trafiggono la tua anima di padre e di madre; e i dubbi, e il timore di averli ingannati trasmettendogli la fede così radicalmente da strappargli di dosso tutto il mondo in un sol colpo; e che forse si è sbagliato tutto, esagerando e puntando troppo in alto da precipitare giù, e le grazie sembrano non valere a compensare le terribili esigenze della sequela di Cristo sine glossa; li guardi i tuoi figli, li hai condotti a seguire le tue proprie orme nell'abbandono totale alla volontà di Dio, ed è deserto, e la gioia sfilata dal cuore da chissà chi; ora che ti guardi indietro e ti sembra di aver buttato gli anni migliori e le energie della giovinezza nell'annuncio di un Vangelo che non interessa nessuno; e il celibato e la sua solitudine, e non è solo il grido della carne e delle sue voglie, è qualcosa di più profondo, la solitudine del rifiuto, e spesso è doloroso quanto mai questo rifiuto, quello impresso nei volti dei fratelli, degli stessi pastori; e la melma degli affetti che cercano di abbrancarti e tirarti dentro come sabbie mobili, il deserto delle intuizioni incomprese e delle tante parole predicate e volate via come foglie secche cadute da un albero. E anni spesi e nessun raccolto, tanti abbozzi e nessuna costruzione, e ti volti e la tua vita e le fatiche della missione sembrano una di quelle case in costruzione che son giunte al tetto, e la bandiera sventola nel cielo, ma son rimaste un povero scheletro di cemento, niente porte e finestre, niente arredi e letti, e tavoli e sedie ad accogliere vita e futuro. La solitudine del fallimento, come una croce piantata fuori dalla città, lontano dalla vita che sembra muoversi e pulsare. Ora che nulla ti interessa più, che gli anni pesano come fardelli, ed ogni giorno a batterti sulla spalla come il ricordo lancinante di una speranza abortita; ora che trema tutto, che tutto è in pericolo, che tenti di gettare lo sguardo più in là e non riesci a vedere a più di pochi centimetri, e quel che vedi è solo nebbia fitta. Ora che tutto è peso, fatica e oppressione sul cuore, la mente, le braccia e le gambe. Ora che è tutto questo, e molto di più, ora sei piccolo, infinitamente piccolo.


La notte della piccolezza

E' la notte del Moria, dove riconsegnare a Dio Isacco, per riaverlo purificato da ogni idolatria, ed accoglierlo e custodirlo e amarlo come un dono affidato. E' la notte di Giacobbe al guado di Jabbok, dove ha sperimentato che l'unica forza è la debolezza appoggiata in Dio; è quella di Giobbe condotto per mano da Dio a riconoscere la propria piccolezza, dove tapparsi la bocca per riconoscere che "prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono"; è la notte di Pietro, irrorata dalle lacrime del tradimento, la più dura, dove conoscere, come il Popolo nel deserto, la propria totale incapacità, il mare che separa il dire dal fare. E' la notte dove sperimentare il suo amore, l'unico che non delude, non abbandona, non giudica. La notte che ci è data per imparare a non conoscere più nessuno secondo la carne, neanche Cristo, perchè è Lui che viene a conoscere noi, a unirci a Lui, a farci carne della sua carne, a farci suoi sino al fondo più buio della nostra anima; è Lui che imprime il suo giogo, la Croce della sua offerta incondizionata, per portarlo con noi, per noi, in noi. Non v'è altro riposo che la Terra promessa, la certezza del suo amore, che solo Lui basta davvero; la Terra che è immagine del Regno, le primizie del Cielo qui ed ora, per noi, per i nostri figli, per ogni uomo raggiunto dai nostri stessi passi. La Terra che è Cristo: "Gli ebrei pensano che la terra santa sia il suolo della Giudea, mentre è da intendersi come la carne del Signore, la quale, da ora in poi, è terra santa per coloro che si sono rivestiti di Cristo, veramente santa per l'inabitazione dello Spirito Santo". (Tertulliano, Trattato sulla risurrezione). In Lui la notte oscura è trasformata nella notte del Getsemani, dove, trascinati dalla sua obbedienza, consegnare la nostra vita: le sue stimmate in noi, il segno che ci fa suoi, attirati nella sua volontà che vince la nostra carne e la vincola in un aquedà d'amore. Le stimmate che ci inchiodano la carne, la spada che ci trafigge l'anima, sono puro amore riversato in noi: esse impregnano ogni fibra del nostro essere dell'unica certezza, e, dal ripiegamento affaticato e oppresso su noi stessi, ci spingono ad offrirci, a donarci senza riserve. Caritas Christi urget nos! L'amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti, perchè nessuno viva più per se stesso. Ecco il segreto della notte, delle stimmate, della nostra storia, il rovesciamento d'ogni criterio: in questa notte è il suo amore che ci spinge da dentro ad uscire, a consegnarci, a vivere questo istante così doloroso in un'offerta di soave odore. E' questa la missione, è questo il successo e la pienezza della vita, proprio quando e dove essa sembra perduta irrimediabilmente.

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LARRAÑAGA IGNACIO
NOSTRO FRATELLO DI ASSISI


“Di questa costa, là dov’ella frange
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta di Gange”.
Dante, Paradiso XI, 49-51

Tra saggio e romanzo, il volume del francescano Larrañaga vuole rivisitare soprattuttto la biografia interiore di san Francesco, cercando di capire e interpretare le sue stesse sensazioni, i desideri, i sentimenti, i contrasti.
Si percepisce chiaramente l’affetto reverenziale che l’Autore prova verso il santo, ma non si è qui in presenza di un’agiografia o di un libro di edificazione religiosa, dal momento che non vengono nascosti i momenti di buio e di desolazione - la terribile “notte di Dio” – vissuti da Francesco fin quasi alla fine della sua vita.
L’immagine del povero di Assisi risulta contestualizzata nella storia del suo tempo, concreta, non idealizzata, molto umana eppure non priva della sua dimensione trascendente e di uno straordinario e intenso rapporto con Dio e la sua grazia, un rapporto simile a quello dei profeti, inviati ad annunciare rinnovamento e spirito nuovo.
Né pazzo, né esaltato, né antesignano degli ecologisti, Francesco è una personalità sensibile trasformata dall’incontro con Dio attraverso una “transizione progressiva”, cioè non per improvvisazione o folgorazione repentina. Ogni suo cambiamento è frutto di preghiera, grazia e meditazione e richiede un certo tempo per attuarsi. Francesco agisce secondo il Vangelo, applicandolo alla lettera giorno per giorno senza piani precostituiti.
Larrañaga, basandosi sulle fonti – un vero peccato che manchi una bibliografia finale – colloca l’inizio del cambiamento di Francesco nella “notte di Spoleto”.
Nel 1198, a venticinque anni, Francesco parte per la guerra insieme ad altri giovani di Assisi per unirsi, nel Sud Italia, alle milizie papali che stanno sconfiggendo quelle imperiali. Arrivati a Spoleto pare che durante la notte Francesco abbia avuto “un’esperienza infusa di Dio”, cioè la presenza divina si manifestò improvvisamente in forma imprevista, invadente, sproporzionata e vivissima. Fu una rivoluzione.
Il mattino seguente Francesco ritorna a casa: ha preso coscienza che niente altro è importante se non il Signore, gli altri impegni, legami, attese possono venir messi da parte.
Nel giro di tre anni Francesco cambia gradualmente, lascia le feste e i divertimenti con gli amici, non gli interessa l’attività commerciale paterna, ricerca invece momenti di solitudine tra i boschi del Subasio per dialogare con Dio e adorare.
Man mano che questo rapporto matura cresce anche la straordinaria sensibilità di Francesco verso i poveri: Larrañaga sottolinea come, grazie alla chiamata del Signore, il santo riesca ad amare i più miserevoli, addirittura i lebbrosi, che gli avevano sempre suscitato ribrezzo. Non arriva a Dio attraverso l’uomo, si realizza invece il processo contrario, Dio lo conduce fuori da se stesso e lo spinge a conoscere e accudire personalmente gli stessi lebbrosi, che predilige con materna dedizione.
Francesco fa in pratica quello che Gesù realizza con l’incarnazione: spoglia se stesso e risponde alla chiamata in modo pieno e totale. Solo una forte motivazione può rendergli positivo ciò che comunemente è ributtante e miserabile.
Così il giovane brillante e ricco di Assisi s’allontana da quello che tutti immaginavano sarebbe stato il suo mondo: via dal godimento, via dalla gloria militare, s’avvia a diventare un “cavaliere di Cristo”, paladino di madonna Povertà. Nel suo agire infatti Francesco ha stile e classe, dà sempre contorni cavallereschi alle sue scelte e le riveste di luce e di gioia purissime, è libero, perché nulla possiede e dunque nulla può legarlo a sé, se non il Signore.
Nella prima fase della sua vita Francesco pensa solo a vivere la Parola giorno per giorno, non ha programmi, progetti o idee chiare sul futuro, non sospetta che Dio gli manderà molti fratelli e che dovrà mettere per iscritto la sua Regola.
Di fronte a compiti organizzativi si sentirà sempre impreparato, poco abile ad argomentare o a tenere discorsi complicati.
Dopo aver avuto da Dio l’incarico di restaurare la chiesa di san Damiano, convocato dal padre di fronte al vescovo, Francesco si spoglia dei suoi abiti, rinuncia ai beni, al nome e se ne va, nudo e libero, nel mondo.
La povertà, da lui abbracciata in modo totale, lo conduce alla pace e alla gratitudine verso Dio e il creato, verso ciò che riceverà in dono dagli altri per il suo sostentamento.
“Che cosa posso fare? Solo chi non possiede nulla può fare esperienza della liberalità di colui che alimenta gli uccelli e i fiori. Gli uccelli sono liberi perché non hanno granai. Solo chi riceve sa dare. Per amare bisogna essere poveri”. (p.82)
La vita di Francesco si svolge tra lavoro, preghiera e aiuto ai poveri, molte ore sono dedicate al colloquio con Dio.
Straordinario è l’umanesimo di Francesco: egli ama l’uomo come creatura, a prescindere dalle sue qualità. Di solito si ama una persona per le sue qualificazioni, ciascuno ha un suo polo d’attrazione (simpatia, ricchezza, bontà, fama) e viene perciò reso accattivante da tale polo. Se una creatura è priva di poli d’attrazione, chi la guarderà? Solo un cuore puro può farlo, un cuore purificato da Dio. Francesco sa guardare il “semplicemente uomo”, la creatura priva di ornamenti.
Egli pose venerazione dove non c’erano motivi di venerazione; pose stima dove non c’era motivo di stima. Amò in forma superlativa coloro che non offrivano ragioni per essere amati. Il suo affetto verso le persone aumentava in proporzione inversa ai poli di attrazione”. (p.96)
Sulla scia del suo esempio altri giovani lo seguono, l’amico Bernardo in primis. Lasciano beni e famiglie e condividono la sua estrema povertà. Lui li accoglie, li conosce uno per uno e li ama con dolcezza materna. Si può dire che Francesco riveli il volto materno di Dio, in questo forse c’è un retaggio del rapporto di tenerezza e affinità che ebbe sempre con la madre, madonna Pica, donna sensibile e raffinata, forse d’origine provenzale (e Francesco conosceva la lingua provenzale, probabilmente il parlar materno, nel quale intonava spesso canzoni).
Opposto all’uomo teorico, Francesco è un esploratore, l’uomo della concretezza e del senso letterale, l’uomo della sorpresa capace di stupirsi e d’improvvisare, di collocarsi fuori da qualsiasi schema: né monaco, né sacerdote, non cerca guide spirituali, semplicemente applica il Vangelo alla lettera e agisce di conseguenza.
Dio gli manda dei fratelli, destinati a diventare un seguito una moltitudine.
I primi due anni costituiscono l’epoca d’oro della storia francescana: dalla povertà assoluta Francesco fa scaturire il senso della fraternità e di qui la dimensione della gioia. Nulla è predeterminato in questi primi tempi e le difficoltà vengono risolte man mano che si presentano. La forza di Francesco sta tutta nell’esempio, nella limpida coerenza tra le sue parole e la sua vita.
Per risolvere il problema del loro sostentamento senza gravare sulle popolazioni chiedendo l’elemosina, Francesco lascia che i suoi fratelli lavorino come salariati, a giornata, e che ricevano il pagamento in alimenti o vestiti per sé e per gli altri. È una grande novità, che permette di raggiungere due scopi: il mantenimento quotidiano e la presenza profetica dei fratelli tra il popolo, specie tra i lavoratori.
Nei primi anni i frati s’impegnano nelle atttività più diverse: portano acqua dalle sorgenti alle borgate, tagliano legna nei boschi, fanno i calzolai, ripuliscono mobili, tessono ceste, seppelliscono i morti specie durante le epidemie. Raccolgono, a seconda delle stagioni: grano, olive, frutta, uva.
In seguito si mescoleranno a marinai e pescatori o faranno i cuochi presso i signori feudali.
Francesco li lascia liberi rispetto alle ore e alle modalità di lavoro, purchè mantengano spazi per la preghiera.
La professione di ciascuno non viene abbandonata all’ingresso in fraternità, ma viene considerata il campo normale dove esercitare l’apostolato. Francesco valorizza i talenti di ciascuno e non pretende l’impossibile. “Nella formazione del fratello bisogna usare molto rispetto, molta pazienza e, soprattutto, un’invincibile speranza”. (p.129)
“Quasi tutti erano giovani, poveri e felici, forti e pazienti, austeri e dolci. Tra loro erano cortesi e affettuosi. Non imprecavano contro i nobili, né contro il clero, né contro alcuno. La loro bocca pronunciava sempre parole di pace, povertà e amore. Si mescolavano di preferenza tra i gruppi degli ammalati, poveri ed emarginati. La loro parola possedeva autorità morale perché il loro esempio precedeva la parola” (p.129).
Periodicamente e secondo il dettato evangelico Francesco manda i fratelli in misisone, a coppie, nei paese e nelle città: affrontano rifiuti, disprezzo, prese in giro, ostilità, soffrono fame, freddo, prepotenze senza ottenere alcun successo apostolico. Francesco continua però a insegnare umiltà e povertà, considera il martirio la forma più alta di apostolato, forme nobilissime erano: il perdono delle offere, la gioia nelle tribolazioni, pregare per i persecutori, aver pazienza nei maltrattamenti, cambiare il male con il bene, non maledire chi maledice, non turbarsi per le calunnie.
All’inizio la predicazione vera e propria veniva in secondo piano, la forza del messaggio era costituita tutta dall’esempio e le parole erano poche e semplici.
Questo tipo di apostolato è più difficile di quello organizzato o ministeriale, perché non è possibile toccare con mano i risultati e si deve procedere alla luce della fede, è un ‘attività apostolica che richiede non tanto una preparazione intellettuale quanto piuttosto una permanente conversione del cuore.
Il percorso esistenziale di Francesco fu comunque tutt’altro che lineare: la sua fede fu grande, ma non gli furono risparmiate né le sofferenze fisiche nell’ultima parte della sua vita, né quelle spirituali.
Ebbe i suoi momenti d’insicurezza, la paura di non farcela a condurre i fratelli (non era colto, né abile a parlare), d’imporre loro un peso troppo grande da portare con il severo sposalizio con madonna Povertà.
La crisi nasce nel momento in cui Francesco pensa di appoggiarsi solo a sé stesso e alle sue forze e non a Dio. Lanciarsi nelle braccia di Dio implica un autentico “salto spirituale” non facile, né scontato neppure per una persona non comune come il povero d’Assisi.
Quando egli si affida totalmente all’Altro riacquista serenità e libertà e può essere di nuovo guida e luce per i suoi fratelli.La forza di Francesco sta nella debolezza: non ha nulla, è debole come Cristo sulla croce e proprio così diviene forte e dimostra che solo Dio è il salvatore, non l’uomo, né la ricchezza, né il potere.
Ricevuto a Roma dal papa, Francesco suscita non poche discusisoni e scompiglio, ma affascina tutti con la sua innocenza e spontaneità e per la forza con cui applica il Vangelo.
Francesco vive con semplicità e immediatezza disarmanti il messaggio di Gesù. Dalla povertà in cui vivono le prime comunità di fratelli si genera la fraternità, che apre i singoli l’uno verso l’altro. Se uno soffre, soffrono tutti, gioie e dolori, sentimenti ed esperienza vengono condivisi come il cibo quotidiano. In questo modo il senso di comunione cresce e si consolida. Francesco codifica questa scelta di vita solo negli ultimi anni, quando le fraternità sono diventate numerose e comprendono non solo italiani.
“Poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, con quanto più affetto uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale!” (p.183)
Sola sicurezza dei fratelli, privi di beni o proprietà, è il Signore, unico in grado di salvare.
Man mano che l’ordine s’allarga oltre ogni previsione del suo fondatore, si fa sentire la necessità di dargli una regola scritta, la stesura della quale fu tormentata. Francesco non era un legislatore ed ha contrasti con i suoi stessi vicari, vive anni difficili di silenzio di Dio e “notte dello spirito”. Quel che gli appare certo è che suo compito nella Chiesa sia quello d’imitare Cristo povero e umile, non Cristo maestro e dottore.
Lui e i suoi fratelli non sono chiamati a organizzare battaglie intellettuali o a difendere il prestigio della Chiesa.
Francesco non abiurerà mai al suo ideale di povertà e umiltà e si sentirà sempre un “cavaliere di Cristo”, animato da un ideale ai suoi occhi così limpido ed evidente da non aver neanche biosgno di essere dimostrato.
“Ha bisogno forse la luce di aggredire le tenebre per vincerle? È sufficiente che la luce scopra il suo volto e le tenebre si ritirano spaventate”. (p.244)
Una prima stesura della regola andò perduta (fu fatta sparire?) e Francesco dovette riscriverla con non poca fatica. Tra le norme innovative, oltre al precetto del lavoro manuale, c’è quella per cui se un ministro ordinasse qualcosa di contrario all’ideale, i fratelli non sono obbligati a obbedire. Inoltre, se i ministri andassero fuori dallo spirito della Regola, i frati devono correggerli e, se non si ravvedono, devono essere denunciati nel capitolo generale.
Per non provare rancore contro i suoi oppositori Francesco lavora su se stesso, prega molto e trova pace e consolazione, diviene libero da pensieri e opere non conformi a Cristo. Francesco è consapevole che è sbagliato trasformare l’avversario ideologico in nemico del cuore, perché così si chiudono le possibilità d’intesa e dialogo. Non ci può essere armonia con Dio, né con la terra mentre esistono dissonanze tra fratelli.
“La creazione è un immenso sacramento di Dio. […]
Il primo comandamento consiste nel credere nel bene. Che guadagno ci può essere nell’aggredire le tenebre? Basta solo accendere la luce e le tenebre fuggono spaventate. Se tu pretendi di distruggere una guerra con un’altra guerra, creerai un conflitto mondiale. Anche s enon è così evidente, la pace è più forte del male, perché Dio è il sommo bene.” (p.340)
Larrañaga descrive Francesco trasfigurato e già proiettato verso l’aldilà nell’ultima parte della sua vita, seppure tormentato da grandi sofferenze fisiche, che comunque affronta con serenità riuscendo a sublimarle.

Nasce in questa fase finale il Cantico di Frate Sole o Laudes creaturarum, straordinaria preghiera e documento letterario:
Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi Siignore, per sora Luna e le stelle:
il celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi Signore, per sor'Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.
Laudato si', mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infermitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
Il 3 ottobre 1226, a quarantacinque anni, Francesco si spegne attorniato dall’affetto dei suoi frati e delle popolazioni circostanti. Ha portato nella Chiesa uno spirito assolutamente nuovo, ha realizzato un rapporto privilegiato con la creazione, immagine di Dio, e con Cristo, ha vissuto in modo totalizzante e assoluto la sua vocazione. È stato un uomo autentico.

AFFINITÁ ELETTIVE
«Perfetta vita e alto merto inciela
donna più su» mi disse «ala cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch’ogni voto accetta
che caritate a suo piacer conforma».

Dante, Paradiso III, 97-102

Profondamente affine a san Francesco è la luminosa figura di santa Chiara d’Assisi. Di famiglia aristocratica, giovanissima fuggì nottetempo da casa per consacrarsi al Signore e seguire l’esempio di Francesco.
Fu donna di grande costanza e fortezza, che rappresentò sempre per il povero d’Assisi sostegno, aiuto e consiglio. Il loro rapporto fu di grande affinità e nobiltà.
L’idea originaria di Chiara era di seguire la scelta di Francesco e dei suoi fratelli: povertà, servizio ai lebbrosi, forse anche vita itinerante, ma i tempi non erano ancora maturi per questo e non si concepiva una vita religiosa femminile diversa da quella monacale.
Chiara così si dedicò alla vita contemplativa, una dimnesione che fu sempre carissima a Francesco, che egli praticò spesso, ma forse non quanto avrebbe desiderato.
“Si ha l’impressione che Francesco fosse un eterno insoddisfatto nella sua insaziabile sete di Dio, e che una parte importante della sua anima sia rimasta incompleta, quasi frustrata. Se fosse dipeso da lui sarebbe stato un felice e perpetuo anacoreta in una qualsiasi roccia dell’Appennino. Fu il vangelo a tirarlo fuori dalla solitudine” (p.212).
La vita contemplativa apparentemente non serve a nulla, è semplicemente adorazione e dimostra che Dio è così grande chemerita donargli l’esistenza intera. Larrañaga la paragona all’olocausto, nel quale l’animale immolato veniva interamente bruciato come offerta al Signore. Nel sacrificio invece le carni servivano ai leviti e ai servitori del tempio.
L’originalità delle clarisse è rappresentata dalla povertà. Le novizie dovevano rinunciare a tutti i loro beni, mentre in quel tempo le nobildonne che si consacravano portavano al convento una ricca dote.
Chiara attuò una sorta di rivoluzione: le monache dovevano vivere del loro lavoro e, se questo non bastava al loro sostentamento, potevano chiedere la carità.
Nella regola, scritta un anno prima della morte, Chiara attua la fraternità ed elimina la verticalità dell’autorità, affidando alla comunità l’uso del potere.
Come Francesco, Chiara abbraccia in pieno il “privilegio dell’altissima povertà”: le comunità da lei fondate vivono senza rendite o beni sicuri, fatto inconcepibile all’epoca. Papi e cardinali cercarono più volte di convincere Chiara a rinunciare a questo suo ideale, che loro ritenevano irrealizzabile, alla fine, solo nel monastero di Monticelli – unico su ventiquattro – rimase in vigore il “privilegio”.
Tutto questo nei ventisette anni che Chiara sopravvisse a Francesco.
Ciò nonostante la santa rimase fedele all’ideale e, prima di morire, riuscì a convincere il papa a rinnovare il “privilegio” per le generazioni future.

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