Relazione conclusiva del cardinale vicario Agostino Vallini al convegno diocesano.
Il quadro complessivo di riferimento è sempre quello delle sfide culturali degli ultimi decenni. «Da alcuni anni — ha ricordato il cardinale Vallini — ci stiamo impegnando a portare avanti un processo di “aggiornamento” della pastorale ordinaria, un processo lento ma efficace che dal sinodo diocesano degli anni Novanta e dalla Missione cittadina occupa la Chiesa di Roma a riscoprire e vivere, come affermava Paolo VI, “la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda”, quella di “evangelizzare”». In questa prospettiva, «abbiamo messo al centro l’Eucaristia domenicale e la testimonianza della carità». Negli ultimi tre anni si è perciò lavorato su come «generare alla fede attraverso l’iniziazione cristiana». Così, «nel convegno pastorale del 2011 è stato chiarito il concetto di iniziazione cristiana, intesa come un cammino progressivo nella vita di fede che impegna dalla nascita all’adolescenza, attraverso le tappe del Battesimo, della Confermazione e dell’Eucaristia. Nel 2012 e 2013 abbiamo affrontato l’itinerario del Battesimo dei bambini, nel quale è decisivo coinvolgere i genitori e accompagnarli ad accogliere anzitutto per loro stessi la bellezza della fede da trasmettere ai figli». E il convegno di quest’anno «ha inteso fare un ulteriore passo avanti, affrontando le tappe dell’ammissione alla Mensa eucaristica e della Confermazione». Temi che hanno riflessi anche su alcune questioni pratiche — come per esempio l’età di ammissione alla cresima e la preparazione ai sacramenti presso le scuole cattoliche — che, viene detto, saranno prossimamente affrontate dal consiglio dei parroci prefetti.
Al centro della riflessione quel «grido di dolore», che arriva dalle comunità parrocchiali e che fa riferimento al diffuso abbandono della pratica religiosa da parte di tanti ragazzi proprio all’indomani dall’aver ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Si tratta, sostiene il cardinale vicario, di un vero «punto critico», che sollecita una decisa svolta pastorale. «Dobbiamo renderci conto che i cambiamenti epocali che attraversiamo (globalizzazione, rivoluzione tecnologica, pluralismo etico e religioso, cultura dello scarto, crisi della famiglia) ci chiedono il coraggio di ripensare il modo di essere apostoli e di mostrare a tanti battezzati timidi, denutriti e confusi, che pure si dichiarano cristiani, l’attrazione della fede e il volto bello di comunità gioiose e motivate. C’è bisogno di un respiro profetico e di far sentire una Chiesa viva, intra-prendente, “in uscita”, che sappia anche rischiare per seminare la gioia in un mondo triste e indifferente». In questo contesto, «l’iniziazione cristiana mette in gioco qualcosa di decisivo per la Chiesa e per le persone e, su un tema così importante, non ci sono soluzioni né facili né miracolose». E, tuttavia, occorre «un cambiamento di mentalità, in un periodo storico in cui non possiamo più fare affidamento né su una rilevanza sociale della fede, né su un tessuto familiare cristiano diffuso». Infatti, «per molti bambini e ragazzi il legame con il vissuto religioso o non c’è, oppure è occasionale e molto sottile», tanto da poter essere paragonato «a una lingua straniera della quale si conoscono solo alcune parole o addirittura è del tutto sconosciuta». Pertanto, «una pastorale limitata alla preparazione dei sacramenti, ricevuti per tradizione, non forma alla vita cristiana». Al contrario, «l’iniziazione cristiana sta dentro il cammino di vita cristiana, ne è l’inizio, ma non è esaustivo. Non possiamo dunque pretendere tutto dall’iniziazione cristiana, che deve introdurre alla vita credente, è nel cuore dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, ma non si identifica con essa».
In questa prospettiva, la comunità parrocchiale è chiamata a essere «madre» che «non fa sentire orfani» e che è «accogliente, compassionevole, paziente» e infonde speranza. Infatti, «generare alla fede vuol dire annunziare che non siamo orfani, nonostante folle di solitudini e una società di spettatori impauriti». Mentre, «purtroppo tanti battezzati, forse principalmente per loro responsabilità, non sentono la comunità come madre, la sentono lontana, estranea, come una specie di supermercato religioso, a cui si va quando se ne ha bisogno».
Che cosa fare, dunque? In primo luogo, «adoperarci con tutte le forze affinché le comunità parrocchiali respirino questo clima materno e lo manifestino a tutti», in modo che «la parrocchia non sia un contenitore di tante attività, tra cui l’iniziazione cristiana, ma la casa dove i ragazzi sono i figli di famiglia in grado di vivere, a loro misura, la fede e di essere anche piccoli evangelizzatori dei loro genitori e degli altri adulti». Tutto si riannoda così alla famiglia, nella «consapevolezza che il servizio ai ragazzi senza quello alle famiglie non porta lontano». Infatti, «sappiamo tutti che oggi la famiglia è il problema dei problemi pastorali. La sua fede o la lontananza da essa, la sua capacità educativa o il disinteresse, condiziona tutto. Se la famiglia c’è o non c’è, tutto cambia».