Lectio magistralis del cardinale Gianfranco Ravasi alla Sagra musicale umbra.
(Marcello Filotei) «Dai la libertà all’uomo debole, ed egli si legherà e te la riporterà. Per il cuore debole la libertà non ha senso». Lo scrive Dostoevskij ne L’affittacamere paragonando in sostanza una persona impreparata a decidere su se stessa a quei cani che riportano ogni volta al padrone il bastone che gli viene lanciato. Così «l’uomo debole» rimanda al mittente il proprio libero arbitrio, del quale non sa cosa fare. Nella sua lectio magistralis, tenuta il 13 settembre all’Università degli stranieri di Perugia nell’ambito della Sagra Musicale Umbra, il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha disegnato un itinerario «in due movimenti», che se da una parte apre decisamente alla speranza, dall’altra impone un senso di consapevolezza profondo e necessario per affrancarsi da ogni dipendenza.
Non è vero infatti che ci sia una naturale aspirazione all’indipendenza, e non è vero nemmeno che tutti desiderano essere liberati dal male. Ogni creatura ama le sue catene e i potenti spesso ne approfittano, concedendo la sicurezza in cambio della libertà. È un rischio sociale, politico, ma fonda le sue radici in una questione legata alla coscienza.
Del resto quello che porta verso la possibilità di decidere della propria esistenza è un processo pericoloso e mai concluso completamente, perché «la statua della libertà non è ancora fusa, il forno è rovente e tutti possiamo ancora scottarci le dita», come gridava il protagonista della Morte di Danton di Georg Büchner. Proprio per questo il concetto di autonomia intellettuale, sociale, fisica è per sua natura creativo, in perenne movimento, chiede di essere sottoposto continuamente a nuove prove, l’unico percorso che consente di affrancarsi dalle dipendenze. Si tratta di staccarsi dal seno materno, processo difficile, penoso, doloroso. Necessario. L’atto di amore di una madre, in quel caso, non è dare al figlio ciò che continua a volere, ma negarglielo.
Ma, e qui attacca il secondo movimento, la libertà ha anche un aspetto individualista. L’uomo è chiamato a prendere decisioni. Può rifiutarsi di farlo e rimanere schiavo, o alzare la testa e chiedere conto alla propria coscienza. «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male» (Deuteronomio, 30, 15), ma poi sei tu a dover scegliere, in solitudine. La scelta, nella tradizione occidentale, avviene sotto l’albero della conoscenza. Ma il problema è proprio questo, sostiene Ravasi: «La possibilità di scelta esiste, ma l’albero si è seccato».
Duro e severo il monito del cardinale, nato dall’analisi del Pater noster, da lui stesso scelto come testo da mettere in musica nella seconda edizione del Concorso internazionale di composizione sacra «Francesco Siciliani». La serata finale, che si è svolta nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, ha visto il St. Jacob’s Choir di Stoccolma eseguire, nell’ambito di un ampio programma, i tre brani finalisti, selezionati tra le 146 partiture arrivate dai cinque continenti. La giuria, presieduta da Ennio Morricone, era composta dal direttore di coro e d’orchestra Filippo Maria Bressan, da Alberto Batisti, direttore artistico della Sagra Musicale Umbra, da monsignor Vincenzo De Gregorio, preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra, e da Gary Graden, cha ha diretto il concerto. Il premio della giuria è andato ad Andrea Venturini. Quelli del pubblico e della critica specializzata, assegnati dopo l’esecuzione grazie a una votazione informatica, sono andati entrambi a Leonardo Schiavo, classe 1983. Lunghi applausi hanno accolto anche il lavoro del terzo finalista, Federico Zattera.