sabato 2 novembre 2013

2 Novembre. Commemorazione dei Fedeli Defunti


"Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno". Come un fiume carsico, scorre in ogni evento e relazione della nostra vita, il desiderio di "vedere" Gesù come lo hanno contemplato i discepoli la sera di Pasqua, riconoscendolo dai segni del suo amore per loro. È nel perdono dei peccati, infatti, che possiamo "vedere" il Signore, e in Lui il volto misericordioso del Padre, origine e destino della vita di ogni uomo. Non è possibile che la mia vita finisca come sta finendo il mio matrimonio. Sono sparite le parole, non ci sono sguardi e carezze a unirci in dono, e da anni siamo due e non più una sola carne... E proprio qui appare dinanzi a noi Cristo risorto. Ci mostra le sue piaghe, e ci chiede solo di "guardarlo e credere" in Lui. Significa, semplicemente, accogliere il suo perdono capace di cancellare il peccato e donarci la sua vita che ha vinto la morte. Nella sua risurrezione può risorgere il nostro matrimonio; in Lui rivive la nostra carne, si può donare e tornare ad essere una e non più due. Esiste dunque un'altra vita, è quella di Cristo nella nostra, è il nostro matrimonio salvato. E' da qui che possiamo cominciare a "credere" e sperare il Cielo e la risurrezione nell’ultimo giorno, per noi e per i nostri cari. Li "commemoriamo" oggi guardando Cristo vivo nella nostra vita, celebrando in essa la Pasqua del Signore che attira ogni vita nel presente eterno del suo amore, dove nulla di noi andrà perduto. Si può desiderare, infatti, solo ciò che si è conosciuto.




Sono risorto e ora sono sempre con te, ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge. 
Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani 
e sarò presente persino alla porta della morte. 
Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, 
là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce.
Benedetto XVI


Gv 6,37-40

In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.


Il commento
Molto più di un semplice ricordo, la memoria è un’intimità che supera tempo e spazio, il «memoriale» che nella Scrittura giunge a diventare «il presente del passato» (S. Agostino). Quando Israele racconta e celebra gli eventi della sua storia, non resta spettatore sulla loro soglia. Li accoglie compiuti di nuovo nel suo presente mentre è chiamato a farsi contemporaneo di chi li ha vissuti in presa diretta. Come in un appuntamento d’amore, Israele ha incontrato Dio nella memoria del suo agire fedele e misericordioso, imparando ad affidarsi a Lui come un figlio a suo padre. Gesù ha dato compimento all’esperienza del suo Popolo. «Disceso dal cielo» sulla terra, ha vissuto unito al Padre nella memoria della sua volontà, facendone il suo presente dove offrirsi in riscatto per l’umanità. Vi è entrato accogliendo ogni uomo che il Padre gli ha «dato», nessuno escluso, prendendo ciascuno con sé nel suo passaggio dalla morte alla vita.

«Fate questo in memoria di me»: nel cuore della nostra vita il Signore ha deposto la sua memoria. Siamo chiamati a sperimentare nella storia di ogni giorno la Pasqua che celebriamo. A fare della nostra esistenza una memoria costante di Lui e della sua vita, perché il nostro presente ne diventi un riflesso glorioso. A «vedere» il Signore come lo hanno contemplato i discepoli la sera di Pasqua, riconoscendolo dai segni del suo amore per loro. È nel perdono dei peccati che possiamo «vedere» il Signore, e in Lui il volto misericordioso del Padre, origine e destino della vita di ogni uomo. Come è accaduto al figlio prodigo: solo nel riaccendersi della memoria della casa paterna, infatti, si può cominciare a «credere» per vivere ogni giorno come un ritorno, una conversione verso la nostra dimora. Si può desiderare solo ciò che si è conosciuto. Radicati nell’esperienza di non essere stati mai «gettati fuori» ma sempre riaccolti con misericordia, possiamo «credere» in Cristo e sperare il Cielo e la risurrezione nell’ultimo giorno, per noi e per i nostri cari. Li «commemoriamo» oggi, celebrando per loro e con loro il «memoriale della nostra salvezza», la Pasqua del Signore che attira ogni vita nel presente eterno del suo amore, dove nulla di noi va perduto.

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Commemorare i defunti, pregare per la vita eterna
di Ettore Malnati
La commemorazione dei fedeli defunti è un giorno di preghiera e di riflessione per tutti i cristiani.
Come festa liturgica e quindi come giorno del suffragio e del ricordo la si deve alla spiritualità dell’Abate di Cluny, Odilone (961-1049), che ottenne poi dal Papa la diffusione di questo giorno per tutto il rito latino. Nel 998 Odilone dispose che in tutti i monasteri benedettini che si richiamavano alla regola di Cluny il 2 novembre, dopo i vespri di Ognissanti, si celebrasse la memoria dei defunti e si pregasse per loro.
Ricordare e pregare per i propri cari con i quali si è fatto un tratto di strada della nostra vita è, oltre ad un gesto di riconoscente e vera amicizia, anche un momento per riflettere sull’importanza e sulla caducità dell’esistenza terrena. È più che mai necessario fermarsi a riflettere sul dono della vita e della fede in questo clima culturale dove l’effimero si è annidato assieme al vissuto dei più ed ha minato il desiderio di senso che rende qualificante il quotidiano ed ogni stagione del vivere.
La Chiesa nella sua pedagogia liturgica, con la commemorazione dei fedeli defunti ci vuole ricordare la verità sull’uomo nelle sue due fasi: la realtà viatoria (la vita terrena) e la vita oltre la morte. L’escatologia - senza della quale, dice il teologo riformato Barth, non ha senso il cristianesimo - dà il giusto valore a tutto ciò che l’uomo è, opera e spera. Già i filosofi antichi, come Aristotele e Platone, richiamavano il valore dell’immortalità dell’anima, ma non erano giunti alla considerazione del fatto proprio della rivelazione cristiana, che non solo l’anima del soggetto razionale vive oltre la morte, ma anche l’uomo, anima-corpo, ha il suo futuro di vita oltre la morte.
Il Prefazio I dei Defunti del rito Romano, con verità, ci ricorda che “la vita non ci è tolta, ma trasformata”. Infatti è il nostro corpo mortale che nella parusia di Cristo, l’evento che concluderà la fase caduca della realtà terrigena nella gloria di Cristo, risorgerà in una dimensione “altra” ma vera e meritoria.
Sarà importante questo nuovo stato di vita e costituirà la nostra eterna felicità se saremo tra coloro ai quali Cristo glorioso dirà: “venite benedetti dal Padre mio”. Per essere “accreditati” tra coloro che vivranno di questa beatitudine, l’uomo deve scegliere Cristo e vivere alla sua sequela durante la vita terrena, realizzando per sé il comando dell’amore. Coloro che non hanno conosciuto Cristo, avranno dovuto seguire quei valori naturali che la coscienza retta ha loro suggerito per ottenere una visione di luce. Questo però è un sentiero più arduo, in quanto l’umanità è stata impoverita esistenzialmente dal vulnus oggettivo della colpa originale. Il cristiano è colui che, avendo aderito a Cristo con il battesimo, e vivendo un’autentica comunione con Lui attraverso la grazia che i sacramenti donano al fedele, può rispondere adeguatamente al piano salvifico che lo rende capace non di compiere il bene, ma di agire in nome di Cristo e a favore dell’umanità. La nostra vita terrena – come dice Paolo VI – “meravigliosa e drammatica insieme”, è il campo di prova dove siamo chiamati a riconoscere Cristo e a seguirlo. Se così sarà, anche Lui riconoscerà noi nell’ultimo giorno ed entreremo a partecipare di quella visione beatifica che è il nostro “possedere” Dio per l’eternità.