Cardinale Kurt Koch: La recezione del concilio Vaticano II e l’interpretazione del rapporto tra primato ed episcopato.
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(Kurt Koch)L’ecclesiologia, in particolare il rapporto tra primato ed episcopato, e il concilio Vaticano II costituiscono le tre parti principali del libro, che contiene vari studi in onore dell’arcivescovo Agostino Marchetto e che documentano al contempo i punti focali della sua opera storica, teologica e canonica e vanno intese come reazioni al suo lavoro, che è di ampio respiro: non solo combina storia, teologia e diritto canonico, ma fa tra loro interloquire queste realtà.
Quanto detto vale soprattutto a proposito dello sforzo compiuto da monsignor Marchetto in favore di un’adeguata interpretazione e di una pertinente recezione del concilio Vaticano II e in particolare dei suoi documenti, come si evince dai suoi due libri, Il concilio Vaticano II. Contrappunto per la sua storia (Libreria Editrice Vaticana, 2006), che rappresenta la prima storia della storiografia sul Vaticano II, e Il concilio Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica (Libreria Editrice Vaticana, 2012), in cui viene ripresa e approfondita l’ermeneutica della riforma sostenuta da Papa Benedetto XVI, secondo la quale la vera riforma della Chiesa consiste nella riuscita interazione, ai vari livelli, tra continuità e discontinuità.
Tale sforzo non ha certamente perso niente della sua attualità ora che ci troviamo a commemorare il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Vaticano II. Al contrario, è divenuto ancora più urgente soprattutto se teniamo presenti le tendenze, da tempo dominanti nei confronti di questo importante evento, che vedono nel concilio una rottura con la tradizione della Chiesa e, questo, in una duplice direzione: da una parte, le correnti progressiste continuano a comprendere il concilio come la fine della tradizione ecclesiale precedente e l’inizio di qualcosa di nuovo. Come rottura con la tradizione il Vaticano II viene interpretato anche dall’altra parte, dalle correnti tradizionaliste, che gli rimproverano di aver fatto nascere una nuova Chiesa, non più identica a quella esistita fino ad allora.
Non è dunque un caso che queste due tendenze estreme, già su un piano linguistico, concordino nell’operare una distinzione tra la Chiesa preconciliare e la Chiesa postconciliare, come se la Chiesa non fosse più la stessa prima e dopo il concilio. La differenza tra le due tendenze risiede nel fatto che mentre la parte progressista sostiene un’ermeneutica empatica della discontinuità e della rottura, la parte tradizionalista favorisce un’ermeneutica della semplice, astorica continuità, che però, in riferimento al concilio Vaticano II, si rivela anche un’ermeneutica della rottura. Da entrambe le prospettive, il Vaticano II non è più considerato come parte della tradizione vivente della Chiesa, esistita fino ad allora, ma come la sua fine.
Davanti a queste due tendenze estreme, monsignor Marchetto ha sempre difeso un’ermeneutica della riforma, in cui continuità e rinnovamento sono uniti o, come ha scritto in maniera calzante lui stesso in un articolo inserito nel libro oggi presentato, tradizione e rinnovamento si abbracciano.
Poiché il Vaticano II voleva essere, ed è stato, un concilio riformatore, un’ermeneutica della riforma fa certamente i conti con la discontinuità, ma allo stesso tempo vede al centro di ogni discontinuità una continuità più fondamentale e profonda. L’ermeneutica della riforma si basa sulla convinzione che il concilio non ha voluto una Chiesa nuova in rottura con la tradizione, ma una Chiesa rinnovata nello spirito del messaggio della fede cristiana rivelato una volta per tutte e trasmesso nella tradizione vivente della Chiesa. Il concilio non ha voluto o promosso neppure una nuova dottrina della fede, ma un rinnovamento di quella dottrina tramandata nei secoli e permanentemente valida. Solo alla luce di questa ermeneutica della riforma, il Vaticano II, come ogni concilio, può essere inteso come anello di una lunga catena legata alla tradizione e allo stesso tempo aperta al futuro.
L’aver continuamente richiamato alla memoria questa prospettiva è uno dei grandi meriti di monsignor Marchetto. Il suo lavoro è particolarmente significativo poiché ci ricorda che i motivi degli sviluppi negativi e delle correnti pericolose diffusesi dopo il Vaticano II non devono essere ricercati nel concilio stesso, ma nella sua recezione sbagliata o mal interpretata, come osservava già negli anni Settanta Joseph Ratzinger: «Ciò che ha devastato la Chiesa dell’ultimo decennio non è stato il concilio, ma il rifiuto di accoglierlo». Da questa chiara diagnosi deriva l’altrettanto chiara terapia, secondo cui non si deve invalidare il concilio, ma, al contrario, fare il possibile per scoprirne il vero concilio e attuare nuovamente il suo vero intento. In questo risiede a mio parere il filo rosso delle pubblicazioni di monsignor Marchetto e della grande opera che è stata pubblicata in suo onore.
L’ermeneutica della riforma, unendo rinnovamento e fedeltà alla tradizione nella recezione del Vaticano II, fornisce alcuni spunti salutari anche e soprattutto per l’interpretazione teologica e canonistica del rapporto tra primato ed episcopato, che esemplifica l’abbraccio tra tradizione e rinnovamento e che costituisce uno dei punti focali del lavoro scientifico di monsignor Marchetto, come dimostra anche il suo ampio volume su Chiesa e Papato nella storia e nel diritto (Libreria Editrice Vaticana, 2002). È proprio questa tematica che mette in luce le implicazioni ecumeniche sulle quali vorrei soffermarmi brevemente in relazione al dialogo ortodosso-cattolico, per chiarire quali prospettive ecumeniche affiorano dalle ricerche di monsignor Marchetto e dalle ricerche sul suo lavoro scientifico.
Il punto centrale del dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse è il rapporto tra primato e sinodalità. Nell’affrontare tale argomento, non si mira a un compromesso sul minimo comune denominatore. Piuttosto, si tratta di far interloquire tra loro gli aspetti più forti di entrambe le Chiese, ovvero la tradizione sinodale delle Chiese ortodosse e la forza primaziale della Chiesa cattolica, contando sulla disponibilità di entrambe le parti a imparare l’una dall’altra e rimanendo fedeli al principio fondamentale del dialogo ecumenico, che consiste in uno scambio reciproco di doni.
Da un lato, la Chiesa cattolica dovrà ammettere che non ha ancora sviluppato nella sua vita e nelle sue strutture ecclesiali quel livello di sinodalità che sarebbe possibile e necessario da un punto di vista storico e teologico, che il principio sinodale e il principio primaziale non si escludono a vicenda e che un legame credibile tra il principio primaziale e il principio sinodale sarebbe un fondamentale aiuto apportato dalla Chiesa cattolica al proseguimento del dialogo ecumenico con l’ortodossia, nel senso che il rafforzamento della sinodalità rappresenta il contributo ecumenico più importante della Chiesa cattolica al riconoscimento del primato del vescovo di Roma. Dall’altro lato, ci si può aspettare a ragione dalle Chiese ortodosse il riconoscimento del fatto che un primato anche al livello universale della Chiesa non è soltanto possibile e teologicamente legittimo, ma è necessario, che la stessa situazione delle relazioni intraortodosse spinge a riflettere su un ministero dell’unità a livello universale, e che questo non è assolutamente in contrasto con l’ecclesiologia ortodossa, ma è con essa compatibile.
Questi brevi cenni ecumenici vogliono soltanto lasciar intravvedere quale ampio e interessante campo si apre con la tematica del rapporto tra primato ed episcopato. In questo contesto, basti menzionare che la questione concreta di una interpretazione teologica sostenibile del rapporto tra primato ed episcopato può essere compresa soltanto nel quadro della relazione riscoperta dal Vaticano II tra la Chiesa universale una e la molteplicità delle Chiese locali, che è stata esplicitamente tematizzata nello studio di Peter Hofmann e che viene espressa dal concilio con la formula ecclesiale fondamentale secondo cui è nelle Chiese particolari e a partire da esse che esiste la Chiesa cattolica una e unica: «Questa Chiesa di Cristo è veramente presente nelle legittime comunità locali di fedeli, le quali, unite ai loro pastori, sono anch’esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento» (Lumen gentium, 26).
La Chiesa potrebbe dunque essere paragonata, in maniera calzante, a un’ellisse con due fuochi, che sono l’unità della Chiesa universale e la molteplicità delle Chiese locali: la Chiesa è communio ecclesiae et communio ecclesiarum. In questa reciproca immanenza di Chiesa universale e Chiese locali risiede la peculiare e inconfondibile struttura costituzionale teologica della Chiesa, che ha una struttura al contempo di Chiesa universale e locale e, dunque, sia papale sia episcopale, di modo che il rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali trovi una concrezione personale nella relazione tra primato ed episcopato.
In questa interrelazione tra il singolare “Chiesa” e il plurale “Chiese”, che è fondamentale per l’ecclesiologia cattolica e che è stato evidenziato in modo nuovo dal concilio Vaticano II, si cela anche l’intero problema ecumenico. A livello ecumenico, con il plurale “Chiese” non s’intendono le varie assemblee liturgiche locali all’interno della Chiesa cattolica, ognuna delle quali è pienamente Chiesa, pur non essendo la Chiesa piena, e costituisce insieme alle altre, nella loro molteplicità vivente, la Chiesa indivisa. Il problema ecumenico verte piuttosto su quel plurale “Chiese” che esiste al di fuori della Chiesa cattolica, ovvero sull’indipendenza di comunità confessionali divise.
Su questo plurale s’incentra il problema ecumenico in tutta la sua gravità. Ci troviamo infatti davanti alla questione spinosa di capire come la Chiesa cattolica debba e possa comportarsi nei confronti di questo plurale “Chiese” al di fuori dei suoi confini. Con ciò appare chiaramente, ancora una volta, quanto siano rilevanti da un punto di vista ecumenico i tre punti focali di ecclesiologia, rapporto tra primato ed episcopato e concilio Vaticano II sia nel lavoro scientifico di monsignor Agostino Marchetto che negli studi raccolti in suo onore.
L'Osservatore Romano
Quanto detto vale soprattutto a proposito dello sforzo compiuto da monsignor Marchetto in favore di un’adeguata interpretazione e di una pertinente recezione del concilio Vaticano II e in particolare dei suoi documenti, come si evince dai suoi due libri, Il concilio Vaticano II. Contrappunto per la sua storia (Libreria Editrice Vaticana, 2006), che rappresenta la prima storia della storiografia sul Vaticano II, e Il concilio Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica (Libreria Editrice Vaticana, 2012), in cui viene ripresa e approfondita l’ermeneutica della riforma sostenuta da Papa Benedetto XVI, secondo la quale la vera riforma della Chiesa consiste nella riuscita interazione, ai vari livelli, tra continuità e discontinuità.
Tale sforzo non ha certamente perso niente della sua attualità ora che ci troviamo a commemorare il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Vaticano II. Al contrario, è divenuto ancora più urgente soprattutto se teniamo presenti le tendenze, da tempo dominanti nei confronti di questo importante evento, che vedono nel concilio una rottura con la tradizione della Chiesa e, questo, in una duplice direzione: da una parte, le correnti progressiste continuano a comprendere il concilio come la fine della tradizione ecclesiale precedente e l’inizio di qualcosa di nuovo. Come rottura con la tradizione il Vaticano II viene interpretato anche dall’altra parte, dalle correnti tradizionaliste, che gli rimproverano di aver fatto nascere una nuova Chiesa, non più identica a quella esistita fino ad allora.
Non è dunque un caso che queste due tendenze estreme, già su un piano linguistico, concordino nell’operare una distinzione tra la Chiesa preconciliare e la Chiesa postconciliare, come se la Chiesa non fosse più la stessa prima e dopo il concilio. La differenza tra le due tendenze risiede nel fatto che mentre la parte progressista sostiene un’ermeneutica empatica della discontinuità e della rottura, la parte tradizionalista favorisce un’ermeneutica della semplice, astorica continuità, che però, in riferimento al concilio Vaticano II, si rivela anche un’ermeneutica della rottura. Da entrambe le prospettive, il Vaticano II non è più considerato come parte della tradizione vivente della Chiesa, esistita fino ad allora, ma come la sua fine.
Davanti a queste due tendenze estreme, monsignor Marchetto ha sempre difeso un’ermeneutica della riforma, in cui continuità e rinnovamento sono uniti o, come ha scritto in maniera calzante lui stesso in un articolo inserito nel libro oggi presentato, tradizione e rinnovamento si abbracciano.
Poiché il Vaticano II voleva essere, ed è stato, un concilio riformatore, un’ermeneutica della riforma fa certamente i conti con la discontinuità, ma allo stesso tempo vede al centro di ogni discontinuità una continuità più fondamentale e profonda. L’ermeneutica della riforma si basa sulla convinzione che il concilio non ha voluto una Chiesa nuova in rottura con la tradizione, ma una Chiesa rinnovata nello spirito del messaggio della fede cristiana rivelato una volta per tutte e trasmesso nella tradizione vivente della Chiesa. Il concilio non ha voluto o promosso neppure una nuova dottrina della fede, ma un rinnovamento di quella dottrina tramandata nei secoli e permanentemente valida. Solo alla luce di questa ermeneutica della riforma, il Vaticano II, come ogni concilio, può essere inteso come anello di una lunga catena legata alla tradizione e allo stesso tempo aperta al futuro.
L’aver continuamente richiamato alla memoria questa prospettiva è uno dei grandi meriti di monsignor Marchetto. Il suo lavoro è particolarmente significativo poiché ci ricorda che i motivi degli sviluppi negativi e delle correnti pericolose diffusesi dopo il Vaticano II non devono essere ricercati nel concilio stesso, ma nella sua recezione sbagliata o mal interpretata, come osservava già negli anni Settanta Joseph Ratzinger: «Ciò che ha devastato la Chiesa dell’ultimo decennio non è stato il concilio, ma il rifiuto di accoglierlo». Da questa chiara diagnosi deriva l’altrettanto chiara terapia, secondo cui non si deve invalidare il concilio, ma, al contrario, fare il possibile per scoprirne il vero concilio e attuare nuovamente il suo vero intento. In questo risiede a mio parere il filo rosso delle pubblicazioni di monsignor Marchetto e della grande opera che è stata pubblicata in suo onore.
L’ermeneutica della riforma, unendo rinnovamento e fedeltà alla tradizione nella recezione del Vaticano II, fornisce alcuni spunti salutari anche e soprattutto per l’interpretazione teologica e canonistica del rapporto tra primato ed episcopato, che esemplifica l’abbraccio tra tradizione e rinnovamento e che costituisce uno dei punti focali del lavoro scientifico di monsignor Marchetto, come dimostra anche il suo ampio volume su Chiesa e Papato nella storia e nel diritto (Libreria Editrice Vaticana, 2002). È proprio questa tematica che mette in luce le implicazioni ecumeniche sulle quali vorrei soffermarmi brevemente in relazione al dialogo ortodosso-cattolico, per chiarire quali prospettive ecumeniche affiorano dalle ricerche di monsignor Marchetto e dalle ricerche sul suo lavoro scientifico.
Il punto centrale del dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse è il rapporto tra primato e sinodalità. Nell’affrontare tale argomento, non si mira a un compromesso sul minimo comune denominatore. Piuttosto, si tratta di far interloquire tra loro gli aspetti più forti di entrambe le Chiese, ovvero la tradizione sinodale delle Chiese ortodosse e la forza primaziale della Chiesa cattolica, contando sulla disponibilità di entrambe le parti a imparare l’una dall’altra e rimanendo fedeli al principio fondamentale del dialogo ecumenico, che consiste in uno scambio reciproco di doni.
Da un lato, la Chiesa cattolica dovrà ammettere che non ha ancora sviluppato nella sua vita e nelle sue strutture ecclesiali quel livello di sinodalità che sarebbe possibile e necessario da un punto di vista storico e teologico, che il principio sinodale e il principio primaziale non si escludono a vicenda e che un legame credibile tra il principio primaziale e il principio sinodale sarebbe un fondamentale aiuto apportato dalla Chiesa cattolica al proseguimento del dialogo ecumenico con l’ortodossia, nel senso che il rafforzamento della sinodalità rappresenta il contributo ecumenico più importante della Chiesa cattolica al riconoscimento del primato del vescovo di Roma. Dall’altro lato, ci si può aspettare a ragione dalle Chiese ortodosse il riconoscimento del fatto che un primato anche al livello universale della Chiesa non è soltanto possibile e teologicamente legittimo, ma è necessario, che la stessa situazione delle relazioni intraortodosse spinge a riflettere su un ministero dell’unità a livello universale, e che questo non è assolutamente in contrasto con l’ecclesiologia ortodossa, ma è con essa compatibile.
Questi brevi cenni ecumenici vogliono soltanto lasciar intravvedere quale ampio e interessante campo si apre con la tematica del rapporto tra primato ed episcopato. In questo contesto, basti menzionare che la questione concreta di una interpretazione teologica sostenibile del rapporto tra primato ed episcopato può essere compresa soltanto nel quadro della relazione riscoperta dal Vaticano II tra la Chiesa universale una e la molteplicità delle Chiese locali, che è stata esplicitamente tematizzata nello studio di Peter Hofmann e che viene espressa dal concilio con la formula ecclesiale fondamentale secondo cui è nelle Chiese particolari e a partire da esse che esiste la Chiesa cattolica una e unica: «Questa Chiesa di Cristo è veramente presente nelle legittime comunità locali di fedeli, le quali, unite ai loro pastori, sono anch’esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento» (Lumen gentium, 26).
La Chiesa potrebbe dunque essere paragonata, in maniera calzante, a un’ellisse con due fuochi, che sono l’unità della Chiesa universale e la molteplicità delle Chiese locali: la Chiesa è communio ecclesiae et communio ecclesiarum. In questa reciproca immanenza di Chiesa universale e Chiese locali risiede la peculiare e inconfondibile struttura costituzionale teologica della Chiesa, che ha una struttura al contempo di Chiesa universale e locale e, dunque, sia papale sia episcopale, di modo che il rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali trovi una concrezione personale nella relazione tra primato ed episcopato.
In questa interrelazione tra il singolare “Chiesa” e il plurale “Chiese”, che è fondamentale per l’ecclesiologia cattolica e che è stato evidenziato in modo nuovo dal concilio Vaticano II, si cela anche l’intero problema ecumenico. A livello ecumenico, con il plurale “Chiese” non s’intendono le varie assemblee liturgiche locali all’interno della Chiesa cattolica, ognuna delle quali è pienamente Chiesa, pur non essendo la Chiesa piena, e costituisce insieme alle altre, nella loro molteplicità vivente, la Chiesa indivisa. Il problema ecumenico verte piuttosto su quel plurale “Chiese” che esiste al di fuori della Chiesa cattolica, ovvero sull’indipendenza di comunità confessionali divise.
Su questo plurale s’incentra il problema ecumenico in tutta la sua gravità. Ci troviamo infatti davanti alla questione spinosa di capire come la Chiesa cattolica debba e possa comportarsi nei confronti di questo plurale “Chiese” al di fuori dei suoi confini. Con ciò appare chiaramente, ancora una volta, quanto siano rilevanti da un punto di vista ecumenico i tre punti focali di ecclesiologia, rapporto tra primato ed episcopato e concilio Vaticano II sia nel lavoro scientifico di monsignor Agostino Marchetto che negli studi raccolti in suo onore.