lunedì 18 novembre 2013

I deserve

crocifisso
di fr. Roberto Pasolini
Dopo che l’essere umano è stato traviato dal morso del serpente (Gen 3), questa fraseologia è diventata velenosa: “Me lo merito!”, “Oh, me lo sono davvero meritato!”, “Ecco, se l’è proprio meritato!”. Eppure non possiamo non parlare così. Frasi simili ce le troviamo in bocca ogni giorno. Quando ci riesce qualcosa, o dopo i peggiori fallimenti.
Da quando per vivere ci tocca infrattarci continuamente tra rami e foglie, per paura di Dio, la logica del merito è il parametro più immediato e spietato con cui ci ritroviamo a misurare la realtà delle cose. Da figli siamo diventati tutti lavoratori a cottimo. E quando sbagliamo, non ce la possiamo prendere con nessuno, come diceva sempre mio nonno: “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.  Questo modo di pensare, fondato sull’idea della giusta retribuzione, è talmente radicato nel cuore umano da essere finito persino nelle sacre pagine della Bibbia. Sta scritto nel libro dei Proverbi: «La casa degli empi sarà abbattuta, ma la tenda dei giusti prospererà» (14,11). E ancora: «La sventura insegue i peccatori, il bene è la ricompensa dei giusti» (13,21). Chissà, forse sarà per questo che noi cristiani veniamo generalmente considerati dei moralisti che agiscono con poca libertà per il troppo timore di non meritare i regali di Dio, ma piuttosto le sue punizioni?!
Eppure le cose non funzionano sempre così. Spesso — troppo in realtà — chi fa il male non viene in alcun modo punito, mentre sull’agenda dei buoni si danno appuntamento tutte le sventure del mondo. Come affermano, a chiare lettere, altri libri della Bibbia. Per esempio quello di Giobbe, che racconta la storia di un uomo giusto che deve attraversare innumerevoli prove e soffrire ingiustamente, prima di arrivare a una miglior messa a fuoco del volto di Dio: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere» (Gb 42,5-6).
La Sapienza biblica, lungo i secoli, non si è limitata a canonizzare il principio di causalità, già a noi così familiare e comprensibile senza troppe, divine ispirazioni. L’idea della giustizia retributiva racchiusa nelle Scritture sembra dire anche che “il male deve far male” perché questo è l’unico modo con cui Dio ci rende coscienti di essere andati fuori strada. E ci informa che, se lo desideriamo, possiamo ricevere salvezza. Dio, infatti, può trasformare il male in bene: questa è autentica rivelazione. Ne abbiamo avuto un presagio quando Gesù ha risposto ai discepoli preoccupati di chi fosse la colpa se un uomo era cieco fin dalla nascita: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3).
Poi, sulla croce, ogni residuo dubbio è svanito per sempre: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Quel giorno, finalmente, Dio ci ha restituito — senza più veleno — quella frase che noi non possiamo proprio non dire: “Me lo merito!”. Sì, “ce lo siamo meritati” un Dio così bello. Così dalla nostra parte. Non per la coerenza che, domani, sapremo assicurare. Nemmeno per i pochi peccati che — in quanto brave persone — abbiamo commesso.
Unicamente perché siamo amati e amabili. Almeno agli occhi di Dio. Davanti a quello sguardo che sempre — ahinoi — fuggiamo.
Sarebbe un suo sacrosanto diritto salvarci o dannarci con il semplice movimento di un sopracciglio, giudicarci senza convocare alcuna seduta parlamentare. Invece Dio preferisce farci meritare la sua salvezza. Insegnandoci, ogni giorno, che la vita è affidata anche alle nostre mani. Ma soprattutto alle sue. Così un giorno saremo davanti a lui e insieme agli altri, non solo felici di vivere per sempre nell’amore, ma anche di essercelo meritato. Immeritatamente.
costanzamiriano