
Jorge Mario Bergoglio raccontato di prima mano nel libro «Francisco, vida y revolución»
(Silvina Pérez) «Bergoglio può essere la sorpresa del conclave. È un candidato molto forte, più di quanto non si creda». Così recitava, la mattina del 13 marzo, un articolo pubblicato sul giornale argentino «La Nación» e firmato da Elisabetta Piqué. L’unica ad azzardare una simile previsione. Nessuno dava per favorito il cardinale Bergoglio, né fuori né dentro il Vaticano. La scelta del nuovo Pontefice sembrava già modellata su altre figure. La maggior parte delle testate e dei siti d’informazione del mondo aveva sulle scrivanie biografie approfondite con immagini che ricostruivano per filo e per segno i momenti salienti della loro vita. «Eppure è bastato che Bergoglio durante il conclave prendesse la parola, una volta sola, con un intervento di tre minuti e mezzo che ha fatto sussultare i presenti, per cambiare la storia». È un Bergoglio raccontato di prima mano, diretto e vero, quello che esce dalle pagine di Elisabetta Piqué, nel libro Francisco, vida y revolución. Sette mesi d’inchiesta vecchio stile, cercando conferme e incrociando fonti in oltre trecento pagine ricche di dettagli inediti sul conclave e sulla vita di Jorge Mario Bergoglio. Pagine per capire Francesco, il Papa che telefona, scrive e parla chiaro. Il primo Pontefice latinoamericano della storia. Il primo non europeo negli ultimi tredici secoli. Il primo gesuita. Attraverso dettagli inediti e decine di testimonianze di persone che lo conoscono bene, la giornalista argentina ricostruisce l’intera esistenza di Papa Francesco dedicando molto spazio alla sua vita prima dell’elezione: per sapere cosa farà il Pontefice bisogna scoprire il sottile intreccio tra la sua esperienza «alla fine del mondo» e il suo nuovo ruolo. È questo il filo conduttore che unisce tutti i racconti e ciò che emerge è un ritratto nuovo, e per la prima volta completo, di Bergoglio. Il libro — scritto in modo agile e coinvolgente — si concentra sul senso di quei gesti quotidiani di Francesco che sono diventati subito popolarissimi.
Non sono molte le giornaliste ad avere il curriculum della Piqué. La sua passione per narrare i fatti del mondo viene da lontano, è stata inviata in Afghanistan e in Kosovo, per molti anni si è occupata di Medio oriente. Elisabetta è infaticabile. Ha 46 anni (ma ne dimostra di meno), un marito vaticanista, due figli. Una laurea in Scienze politiche all’Università cattolica argentina. Dal 1999 è corrispondente in Italia del quotidiano di Buenos Aires «La Nación». Fiorentina di nascita, ma cresciuta in Argentina, ha pubblicato due libri. È attivissima sui social network, scrive tweet ovunque si trovi.
Com’è nato questo libro?
Il giorno dopo la sua elezione, sono stata contattata da un’importante casa editrice argentina che mi ha chiesto di scrivere una biografia. Lì per lì ho dubitato, ma non ho potuto dire di no, sentivo che dovevo fare questo libro. Realizzando una indagine a tutto campo, ho scoperto aspetti poco conosciuti e inediti della sua vita, e grazie a tante testimonianze di gesuiti, di persone che hanno lavorato con lui, che sono state aiutate da lui, a cui lui ha salvato la vita, ho cercato di dipingere un ritratto sostanziale dell’uomo, dagli anni della sua infanzia e gioventù, fino ai primi sei mesi di pontificato.
Come ha conosciuto Papa Francesco? Che rapporto ha con lui?
Nel 2001 quando in via eccezionale, e prima di essere creato cardinale da Giovanni Paolo II, mi ha concesso un’intervista per il mio giornale, «La Nación». Era giovedì 15 febbraio, lo ricordo bene perché erano i giorni precedenti il disastro economico in Argentina. Da allora non ci siamo mai più persi di vista, ho seguito da vicino il suo ministero pastorale, ci siamo incontrati più volte qui a Roma, a Buenos Aires, perfino ad Aparecida nel 2007. Rimasi impressionata dal suo carisma. All’inizio sembrava un po’ spaventato, quando ho acceso il registratore e abbiamo cominciato l’intervista, ma poco a poco ha iniziato a sciogliersi. Pensava attentamente a ogni parola, parlava in modo semplice. Erano molte le frasi che mi potevano servire da titolo. A un certo punto gli chiesi: il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita come lei e riconosciuto intellettuale, ha esplicitato la necessità di un terzo concilio. È d’accordo? Categorico, Bergoglio rispose di no: «Il concilio Vaticano II è stato talmente ricco che non abbiamo ancora finito di sfruttarlo». Quando gli chiesi se era corretto affermare che lui era un prelato di linea conservatrice nella dottrina ma “wojtyłiano” per quanto riguardava le critiche del Papa polacco agli eccessi del capitalismo, rispose di nuovo di no. «Le definizioni sono sempre limitanti, e quella è una definizione. Io cerco di essere non conservatore ma fedele alla Chiesa, e sempre aperto al dialogo».
C’è un episodio in queste pagine che riassume la coerenza dei gesti di Papa Bergoglio anche nei minimi dettagli della vita quotidiana?
La sua sobrietà è leggendaria: quando viveva in un appartamentino al terzo piano della curia metropolitana di Buenos Aires, in pieno inverno, durante i fine settimana, nei momenti in cui era solo nell’edificio, padre Jorge non accendeva il riscaldamento per evitare gli sprechi. Gli bastava una stufetta elettrica. In Vaticano spegne le luci lasciate accese quando non servono, senza dubbio il segno di uno stile nuovo.
Come potrebbe definire questo stile nuovo?
È fatto da gesti forti, simbolici, rivoluzionari, spesso più comprensibili delle parole, che corrispondono alla saggezza di vita di un autentico pastore, capace di farci sentire, in mezzo alla folla, individualmente abbracciati. Parla in modo diretto, dice che l’odio, la superbia, la corruzione sporcano la vita, incita a non avere paura della bontà e delle tenerezza, a ritrovare una coscienza sociale che ci permetta di non distogliere mai lo sguardo dagli ultimi. Giorni fa ha fatto il giro del mondo la foto di Papa Francesco che accarezza le piaghe di un malato che aveva il volto e il collo sfigurati da una rara sindrome, nota come neurofibromatosi. L’ha accarezzato e baciato con grande tenerezza in piazza San Pietro. Ci siamo tutti commossi. Un gesto in continuità con vari episodi che racconto nel libro, per esempio il Giovedì santo non ha mai celebrato la lavanda dei piedi in cattedrale, come da tradizione in Argentina, ma nell’ospedale Muñiz per malati di Aids o nel carcere di Devoto o in un ricovero per senzatetto. Racconto di quando l’ha celebrata in un ospedale pediatrico, dove ha lavato e baciato i piedini a dodici bambini ricoverati tra cui uno che soffriva di epidermolisi bollosa ereditaria. Era ricoverato con gravi lesioni, soprattutto agli arti inferiori, baciarlo era un gesto di «amore sino alla fine», come Gesù all’ultima cena.
Nel libro racconta che è stato Bergoglio a introdurre in Argentina la venerata immagine della Madonna “che scioglie i nodi”, raffigurata mentre li scioglie in un nastro che le porge un angelo e che un altro angelo riceve da lei senza più nodi. Quali sono i nodi che il Papa dovrà ancora sciogliere?
Sono tanti, sia nella Curia sia nella Chiesa universale. In particolare occorre trovare nuove risposte pastorali alle varie problematiche dovute alla crisi della famiglia e affrontare la questione dell’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo. Ma, nella sua lunga carriera pastorale, da provinciale dei gesuiti ad arcivescovo di Buenos Aires, di nodi ne ha sciolti parecchi. Nodi riguardanti questioni di governo, problemi di finanza, tensioni interne e altro ancora.
È ottimista sulla possibilità del Papa di portare a termine la riforma della Chiesa oppure prevede un aumento delle resistenze?
Il richiamo alla Chiesa dei poveri, il coraggio della bontà e della tenerezza, il valore della misericordia, la fratellanza: non sono solo parole a effetto, bensì concetti con i quali Francesco sta dando una scossa al sistema di valori e di stili di vita. Nel libro c’è un ricordo che arriva da lontano e lo racconta padre Ángel Rossi, gesuita argentino che negli anni Ottanta era suo alunno al Colegio Máximo dei gesuiti: «Una volta — dice Rossi — ero nel bel mezzo degli esercizi spirituali quando, il quarto giorno, Bergoglio mi chiama e mi dice: “Non tornare al seminario finché non hai trovato casa alla signora che c’è qui fuori dalla porta, che ha quattro figli ed è senza un tetto sulla testa”. E io andai». Questo è il Bergoglio doc.
«Un nuovo Papa può rinnovare la Chiesa ma non può inventare una Chiesa nuova» ha detto in un libro il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Concertazione e coesione. In nome di questi due principi, Papa Francesco ha deciso di istituire un consiglio di cardinali. Qual è la sua valutazione?
Dal punto di vista organizzativo credo ci sia in atto una transizione verso una nuova architettura del governo della Chiesa che ha come punti di partenza almeno quattro cose: crescente coinvolgimento delle conferenze episcopali nazionali; una maggiore collegialità; sinodalità; un nuovo slancio missionario e attenzione ai poveri nel mondo. C’è una frase che Bergoglio ha ripetuto nelle riunioni precedenti il conclave, quando invitava la Chiesa a «uscire da se stessa» e ad «andare verso le periferie geografiche ed esistenziali», uno dei messaggi che ha convinto i cardinali a eleggerlo: «A una Chiesa autoreferenziale succede lo stesso che a una persona autoreferenziale: diventa paranoica, autistica».
Papa Francesco ha detto che oggi la Chiesa si trova in una situazione «totalmente opposta» alla parabola del Buon pastore: «Abbiamo una pecora nel recinto e novantanove che non andiamo a cercare». Qual è il suo bilancio della gmg di Rio?
Credo che la volontà del Papa di muoversi senza macchina blindata, ma in una piccola Fiat Idea, durante tutta la settimana a Rio, parli da sola. Poi, mai si era visto un Papa partire per un viaggio apostolico portandosi da solo in aereo il bagaglio a mano. Una borsa nera che ha tenuto sempre con sé, simbolo dello scandalo di normalità di questo Papa. Ma in Brasile il Papa ha posto la domanda centrale di questo tempo, la più scomoda, che scuote un po’ tutti: siamo ancora una Chiesa capace di scaldare il cuore? E ha chiamato a combattere la «cultura dello scarto» che castiga giovani e vecchi. È stata la centralità della misericordia il filo che ha tenuto unito tutto in quei giorni. Dalla visita nella favela, alla storica conferenza stampa durata un’ora e venti minuti durante il volo di ritorno da Rio dove ha risposto a decine di domande, senza filtro, da quelle personali a quelle sui casi più delicati e scottanti. E ancora una volta è la centralità della misericordia il cuore del suo discorso.
L'Osservatore RomanoIl giorno dopo la sua elezione, sono stata contattata da un’importante casa editrice argentina che mi ha chiesto di scrivere una biografia. Lì per lì ho dubitato, ma non ho potuto dire di no, sentivo che dovevo fare questo libro. Realizzando una indagine a tutto campo, ho scoperto aspetti poco conosciuti e inediti della sua vita, e grazie a tante testimonianze di gesuiti, di persone che hanno lavorato con lui, che sono state aiutate da lui, a cui lui ha salvato la vita, ho cercato di dipingere un ritratto sostanziale dell’uomo, dagli anni della sua infanzia e gioventù, fino ai primi sei mesi di pontificato.
Come ha conosciuto Papa Francesco? Che rapporto ha con lui?
Nel 2001 quando in via eccezionale, e prima di essere creato cardinale da Giovanni Paolo II, mi ha concesso un’intervista per il mio giornale, «La Nación». Era giovedì 15 febbraio, lo ricordo bene perché erano i giorni precedenti il disastro economico in Argentina. Da allora non ci siamo mai più persi di vista, ho seguito da vicino il suo ministero pastorale, ci siamo incontrati più volte qui a Roma, a Buenos Aires, perfino ad Aparecida nel 2007. Rimasi impressionata dal suo carisma. All’inizio sembrava un po’ spaventato, quando ho acceso il registratore e abbiamo cominciato l’intervista, ma poco a poco ha iniziato a sciogliersi. Pensava attentamente a ogni parola, parlava in modo semplice. Erano molte le frasi che mi potevano servire da titolo. A un certo punto gli chiesi: il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita come lei e riconosciuto intellettuale, ha esplicitato la necessità di un terzo concilio. È d’accordo? Categorico, Bergoglio rispose di no: «Il concilio Vaticano II è stato talmente ricco che non abbiamo ancora finito di sfruttarlo». Quando gli chiesi se era corretto affermare che lui era un prelato di linea conservatrice nella dottrina ma “wojtyłiano” per quanto riguardava le critiche del Papa polacco agli eccessi del capitalismo, rispose di nuovo di no. «Le definizioni sono sempre limitanti, e quella è una definizione. Io cerco di essere non conservatore ma fedele alla Chiesa, e sempre aperto al dialogo».
C’è un episodio in queste pagine che riassume la coerenza dei gesti di Papa Bergoglio anche nei minimi dettagli della vita quotidiana?
La sua sobrietà è leggendaria: quando viveva in un appartamentino al terzo piano della curia metropolitana di Buenos Aires, in pieno inverno, durante i fine settimana, nei momenti in cui era solo nell’edificio, padre Jorge non accendeva il riscaldamento per evitare gli sprechi. Gli bastava una stufetta elettrica. In Vaticano spegne le luci lasciate accese quando non servono, senza dubbio il segno di uno stile nuovo.
Come potrebbe definire questo stile nuovo?
È fatto da gesti forti, simbolici, rivoluzionari, spesso più comprensibili delle parole, che corrispondono alla saggezza di vita di un autentico pastore, capace di farci sentire, in mezzo alla folla, individualmente abbracciati. Parla in modo diretto, dice che l’odio, la superbia, la corruzione sporcano la vita, incita a non avere paura della bontà e delle tenerezza, a ritrovare una coscienza sociale che ci permetta di non distogliere mai lo sguardo dagli ultimi. Giorni fa ha fatto il giro del mondo la foto di Papa Francesco che accarezza le piaghe di un malato che aveva il volto e il collo sfigurati da una rara sindrome, nota come neurofibromatosi. L’ha accarezzato e baciato con grande tenerezza in piazza San Pietro. Ci siamo tutti commossi. Un gesto in continuità con vari episodi che racconto nel libro, per esempio il Giovedì santo non ha mai celebrato la lavanda dei piedi in cattedrale, come da tradizione in Argentina, ma nell’ospedale Muñiz per malati di Aids o nel carcere di Devoto o in un ricovero per senzatetto. Racconto di quando l’ha celebrata in un ospedale pediatrico, dove ha lavato e baciato i piedini a dodici bambini ricoverati tra cui uno che soffriva di epidermolisi bollosa ereditaria. Era ricoverato con gravi lesioni, soprattutto agli arti inferiori, baciarlo era un gesto di «amore sino alla fine», come Gesù all’ultima cena.
Nel libro racconta che è stato Bergoglio a introdurre in Argentina la venerata immagine della Madonna “che scioglie i nodi”, raffigurata mentre li scioglie in un nastro che le porge un angelo e che un altro angelo riceve da lei senza più nodi. Quali sono i nodi che il Papa dovrà ancora sciogliere?
Sono tanti, sia nella Curia sia nella Chiesa universale. In particolare occorre trovare nuove risposte pastorali alle varie problematiche dovute alla crisi della famiglia e affrontare la questione dell’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo. Ma, nella sua lunga carriera pastorale, da provinciale dei gesuiti ad arcivescovo di Buenos Aires, di nodi ne ha sciolti parecchi. Nodi riguardanti questioni di governo, problemi di finanza, tensioni interne e altro ancora.
È ottimista sulla possibilità del Papa di portare a termine la riforma della Chiesa oppure prevede un aumento delle resistenze?
Il richiamo alla Chiesa dei poveri, il coraggio della bontà e della tenerezza, il valore della misericordia, la fratellanza: non sono solo parole a effetto, bensì concetti con i quali Francesco sta dando una scossa al sistema di valori e di stili di vita. Nel libro c’è un ricordo che arriva da lontano e lo racconta padre Ángel Rossi, gesuita argentino che negli anni Ottanta era suo alunno al Colegio Máximo dei gesuiti: «Una volta — dice Rossi — ero nel bel mezzo degli esercizi spirituali quando, il quarto giorno, Bergoglio mi chiama e mi dice: “Non tornare al seminario finché non hai trovato casa alla signora che c’è qui fuori dalla porta, che ha quattro figli ed è senza un tetto sulla testa”. E io andai». Questo è il Bergoglio doc.
«Un nuovo Papa può rinnovare la Chiesa ma non può inventare una Chiesa nuova» ha detto in un libro il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Concertazione e coesione. In nome di questi due principi, Papa Francesco ha deciso di istituire un consiglio di cardinali. Qual è la sua valutazione?
Dal punto di vista organizzativo credo ci sia in atto una transizione verso una nuova architettura del governo della Chiesa che ha come punti di partenza almeno quattro cose: crescente coinvolgimento delle conferenze episcopali nazionali; una maggiore collegialità; sinodalità; un nuovo slancio missionario e attenzione ai poveri nel mondo. C’è una frase che Bergoglio ha ripetuto nelle riunioni precedenti il conclave, quando invitava la Chiesa a «uscire da se stessa» e ad «andare verso le periferie geografiche ed esistenziali», uno dei messaggi che ha convinto i cardinali a eleggerlo: «A una Chiesa autoreferenziale succede lo stesso che a una persona autoreferenziale: diventa paranoica, autistica».
Papa Francesco ha detto che oggi la Chiesa si trova in una situazione «totalmente opposta» alla parabola del Buon pastore: «Abbiamo una pecora nel recinto e novantanove che non andiamo a cercare». Qual è il suo bilancio della gmg di Rio?
Credo che la volontà del Papa di muoversi senza macchina blindata, ma in una piccola Fiat Idea, durante tutta la settimana a Rio, parli da sola. Poi, mai si era visto un Papa partire per un viaggio apostolico portandosi da solo in aereo il bagaglio a mano. Una borsa nera che ha tenuto sempre con sé, simbolo dello scandalo di normalità di questo Papa. Ma in Brasile il Papa ha posto la domanda centrale di questo tempo, la più scomoda, che scuote un po’ tutti: siamo ancora una Chiesa capace di scaldare il cuore? E ha chiamato a combattere la «cultura dello scarto» che castiga giovani e vecchi. È stata la centralità della misericordia il filo che ha tenuto unito tutto in quei giorni. Dalla visita nella favela, alla storica conferenza stampa durata un’ora e venti minuti durante il volo di ritorno da Rio dove ha risposto a decine di domande, senza filtro, da quelle personali a quelle sui casi più delicati e scottanti. E ancora una volta è la centralità della misericordia il cuore del suo discorso.
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Buenos Aires, mattina dell’11 febbraio. No Alejandro, non è possibile
È un racconto appassionato e appassionante quello che Elisabetta Piqué ha consegnato nel libro Francisco, vida y revolución (Buenos Aires, Editorial El Ateneo, 2013, pagine 334) uscito in Argentina da una decina di giorni e che le Edizioni Lindau di Torino mandano in libreria il 21 novembre. Dopo un prologo sui giorni della sede vacante e del conclave, di cui anticipiamo in una nostra traduzione alcuni stralci, la narrazione comprende gli anni argentini e i primi mesi del pontificato con ricostruzioni e testimonianze inedite, in una prosa tanto fluida quanto efficace.
(Elisabetta Piqué) Vien giù a secchi. Si sveglia, come sempre, molto presto. È ancora notte; sono le quattro di mattina del 12 marzo. Prega in silenzio, in ginocchio con gli occhi chiusi, concentrato, come tutte le mattine. Domanda soprattutto a san Giuseppe e a santa Teresina di illuminarlo; chiede a Dio il perdono per i suoi peccati e a Gesù di essere capace di servire, di essere uno strumento.
È un giorno speciale; in serata inizierà il conclave per eleggere il successore di Benedetto XVI, e lui è uno dei 115 elettori che si chiuderanno nella Cappella Sistina per questo compito.
Fa freddo. Ascolta il rumore della pioggia sul selciato della strada, dalla sua grande stanza nella Casa internazionale del clero, in via della Scrofa, dove è solito stare quando viene a Roma. Qui lo conoscono, è venuto varie volte negli ultimi dieci anni e lo fanno alloggiare sempre nella stessa stanza, la 203.
Il cardinale argentino guarda fuori dalla grande finestra del suo albergo romano. Sono le sei e mezza del mattino e non c’è nessuno in via della Scrofa. Come ogni mattina, ha già fatto colazione nel refettorio della Casa del clero. Ha scambiato due parole sul brutto tempo, la pioggia e il freddo con i pochi sacerdoti incontrati; qualcuno gli ha detto “in bocca al lupo”, riferendosi al conclave imminente.
La pioggia e la valigia non gli permettono di raggiungere a piedi il Vaticano, come ama fare quando è a Roma. È una passeggiata che lo rilassa: cammina, prega e osserva le bellissime strade della città eterna, passando per via dei Coronari, la strada degli antiquari. Non dimentica mai, più avanti, di fermarsi a pregare la Madonna dell’Archetto. L’Archetto è un vecchio passaggio che porta a via dell’Arco dei Banchi, dove su una parete si trova un grazioso affresco della Vergine, un’immagine speciale fra le mille che ci sono a Roma. Dopo aver pregato, padre Jorge, sempre in incognito — non gli piace mostrarsi con i suoi vestiti da cardinale, color porpora, che di solito copre con un soprabito o un impermeabile nero — attraversa il Tevere per ponte Vittorio Emanuele II e continua a camminare verso il Vaticano.
Non vuole pensare che non potrà mai più fare questa passeggiata; ma il suo intuito lo tradisce. Fin dal giorno in cui ha saputo della rinuncia di Benedetto XVI, l’11 febbraio, quando un amico di Roma l’ha chiamato alle otto di mattina — in Italia era mezzogiorno — per avvertirlo, ha la sensazione che la sua vita potrebbe cambiare all’improvviso. Anche se la sua parte razionale — molto solida in lui — gli dice che è impossibile essere eletto, perché è già in pensione, ha rinunciato al suo incarico di arcivescovo dopo aver compiuto 75 anni, è vecchio e sul punto di ritirarsi, il suo intuito, il suo cuore — ancor più radicato in lui — gli dice che nemmeno è impossibile.
Non dimentica quella conversazione premonitrice, la mattina dell’11 febbraio, con padre Alejandro Russo, rettore della cattedrale metropolitana di Buenos Aires, che aveva fatto venire nel suo ufficio per commentare insieme la notizia. «Ah, Dio mio, che disastro questa storia della sede vacante» dice il cardinale. «Pensavo che a marzo avremmo potuto cominciare il procedimento per la successione qui a Buenos Aires… Ora dovremo rimandare tutto di due o tre mesi...». «Oppure anticipare» ipotizza il rettore. «Pensi che il nuovo Papa mi rispedirà a casa con un calcio il giorno dopo?». «No, non intendevo questo, stavo pensando che il nuovo Papa potrebbe anche essere lei». «No, Alejandro! Ho appena rinunciato alla sede, e ho 76 anni, non è proprio possibile».
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«Attento Bergoglio, tocca a te diventare Papa»
I retroscena del conclave nella nuova biografia di Francesco della vaticanista Elisabetta Piqué. Che rivela anche le difficoltà create per anni da un gruppo curiale al cardinale di Buenos Aires
ANDREA TORNIELLI
Bergoglio che poche ore prima di diventare Papa, riscopre la sua giovanile vocazione per la chimica, e stando a tavola dà qualche consiglio sul dosaggio dei farmaci a un collega cardinale. Bergoglio eletto dopo che una votazione del conclave è stata invalidata. Bergoglio che da vescovo di Buenos Aires deve sopportare non pochi sgarbi da parte di un gruppo di avversari ben posizionati ai vertici della Curia romana.
C'è questo è molto altro nel libro «Francesco vita e rivoluzione» (Lindau, pp. 384, euro 19) scritto dalla vaticanista argentina Elisabetta Piqué, corrispondente de «La Nación», che conosce il Papa da oltre un decennio. Il volume, in libreria la prossima settimana, è ricco di testimonianze e retroscena inediti. A partire da ciò che è accaduto nel segreto della Sistina.
Diversi porporati si sarebbero avvicinati a Bergoglio nelle ore precedenti il conclave, per dirgli: «Attento, ora tocca a te». Secondo questa ricostruzione, alla prima votazione della sera del 12 marzo, Bergoglio avrebbe ottenuto 25 voti. Altre indiscrezioni parlano invece di un risultato più basso, il terzo o il quarto dopo altri canditati «papabili», il primo dei quali era l'arcivescovo di Milano Angelo Scola, che sarebbe partito da quota 30.
Quella sera, Bergoglio invita a sedersi a tavola con lui il collega argentino e curiale Leonardo Sandri. «Vieni, siediti vicino a me, mangiamo insieme». Il menu della sera prevede zuppa di verdura. «Sandri non sta bene, ha un po’ di faringite e continua a lacrimare - si legge nel libro - Bergoglio, che ha studiato chimica, esamina l’antibiotico che sta prendendo e gli dà qualche consiglio sulle dosi. Ma non possono evitare di parlare del conclave... "Preparati, caro mio" dice Sandri al connazionale».
È alla terza votazione, l'ultima della mattina del 13 marzo, che Bergoglio balza in testa, raggiungendo 50 voti e superando gli altri candidati. Alla quarta votazione, la prima del pomeriggio, l'arcivescovo di Buenos Aires sfiora il quorum di 77 consensi, necessari per l'elezione. Subito dopo, per la quinta volta gli elettori depongono la scheda nell'urna. Ma qualcosa non funziona. Il cardinale che conta le schede si accorge che ce n'è una in più, 116 voti per 115 elettori. Uno di loro, per errore, ha scritto il suo voto sulla scheda ma non si è accordo che in realtà era doppia, un'altra era rimasta attaccata. Così al momento della conta, quel foglio in più rappresenta un problema. Le schede non vengono scrutinate ma bruciate e si ripetono seduta stante le operazioni di voto. Finalmente, alla sesta votazione, Bergoglio è eletto e sfiora, secondo l'autrice, i 90 consensi.
Nel libro sono anche descritte le difficoltà vissute da Bergoglio nei rapporti con la Curia romana prima dell'elezione. Piqué scrive di un gruppo di persone che «comincerà a fargli la guerra» e annovera tra queste l'allora nunzio in Argentina, Adriano Bernardini (oggi nunzio in Italia) e l'allora Segretario di Stato Angelo Sodano. La maggior parte dei problemi avevano a che vedere con le nomine dei vescovi, dato che a Roma venivano bocciati i candidati proposti da Conferenza episcopale argentina.
«Del gruppo contrario a Bergoglio fanno parte monsignor Héctor Aguer, arcivescovo di La Plata, alcuni vescovi e istituti sacerdotali e laici, compresi alcuni professori della UCA. Chi opera nell’ombra - si legge nel libro - è l’ex ambasciatore menemista alla Santa Sede, Esteban Caselli, personaggio molto controverso, che ha facile accesso ai palazzi vaticani grazie alla sua amicizia con il cardinal Sodano, al punto da essere nominato "gentiluomo" del Papa nel 2003». Bergoglio viene accusato di non difendere la dottrina, di compiere gesti pastorali troppo audaci, di non discutere pubblicamente con il governo argentino di turno in modo più deciso. Lo criticano anche perché battezza i bambini nati al di fuori del matrimonio.
I rapporti tra il futuro Papa e una parte della Curia romana si complicano negli ultimi due anni. Vi rimane coinvolto monsignor Víctor Manuel Fernández, che aveva aiutato Bergoglio nella stesura del testo finale di Aparecida. Il cardinale deve combattere per anni affinché la Santa Sede renda effettiva la sua nomina a rettore dell’Università Cattolica Argentina (UCA). Fernández vola a Roma, e nonostante l'udienza fissata e una lettera di presentazione dello stesso Bergoglio, all'ultimo momento gli viene rifiutato l'appuntamento nella congregazione vaticana competente. Il rettore dell'UCA, trattato con sufficienza e in modo sprezzante in Vaticano (lo racconta lui stesso), sarà il primo vescovo argentino nominato da Francesco, che di fronte a questi atteggiamenti «sapeva sopportare in silenzio», applicando la massima: «Il tempo prevale sullo spazio». Proprio ciò che è accaduto il 13 marzo 2013.