lunedì 18 novembre 2013

Meglio ai gay che a una famiglia con figli



DIRITTI E PRETESE

Non si spengono le polemiche suscita­te dalla sentenza che affida una bim­ba di tre anni a una coppia omoses­suale, il Tribunale per i minorenni di Bologna, che aveva preso la discussa decisione. E le mo­tivazioni del decreto con cui i giudici hanno respinto il ricorso della Procura al provvedi­mento non fanno che aprire nuove, pesanti perplessità sulla scelta: «In assenza di certez­ze scientifiche o dati di esperienza – scrive il collegio presieduto da Giuseppe Spadaro – co­stituisce mero pregiudizio la convinzione che sia danno­so per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale».

Non solo: «La bambina – ag­giunge il Tribunale bologne­se – proviene da un nucleo monogenitoriale ove già esi­ste una sorella, e ha chiari i suoi riferimenti parentali, i quali, stanti i lunghi periodi di assenza della figura paterna, avrebbero potuto essere compromessi con il suo in­serimento in una famiglia di tipo tradiziona­le formata da una nuova coppia di genitori e da altri bambini loro figli». Meglio allora – que­sto il singolare ragionamento dei giudici – u­na coppia dello stesso sesso. «L’irreperibilità di soluzioni più tutelanti – hanno spiegato fonti interne al Tribunale – e l’inopportunità per l’equilibrio della bambina di allontanarla dal contesto familiare per inserirla in un altro a lei ancora sconosciuto hanno condotto al­l’individuazione degli attuali affidatari».
Sembra assodato che la bimba, di famiglia straniera, che viveva con la sorella più grande e la mamma nella città emiliana, conoscesse da tempo i due 'zii' con cui vive ormai da feb­braio scorso. Gli stessi che si occuperanno di lei per 24 mesi, rinnovabili, come ha stabilito il Tribunale minorile di Bologna. Il provvedi­mento del giudice tutelare era stato impu­gnato dalla Procura minorile del capoluogo emiliano, perché «c’è stata poca trasparenza» ha spiegato il procuratore capo Ugo Pastore. Non era chiaro – secondo la Procura – se fos­sero state vagliate altre strade, prioritarie per legge, come l’affido a una coppia con altri fi­gli minori. «La circostanza per cui la minore è stata affidata alla coppia, e non ai due com­ponenti della stessa singolarmente non è in contrasto con le norme di legge – ribatte il Tri­bunale –. Considerare in questo caso i due componenti non idonei in quanto coppia si­gnificherebbe affermare che ciò è dovuto al­la loro unione e quindi alla loro sessualità».

Sulla vicenda non ha potuto esimersi dall’in­tervenire anche il Garante per l’Infanzia, Vin­cenzo Spadafora: «È ormai giunto il momen­to che nel nostro Paese si apra un dibattito in tema di diritti civili e quindi anche un con­fronto sulle adozioni alle coppie omosessua­li ». «Se volesse garantire davvero l’infanzia – replica Eugenia Roccella – invece di fare di­chiarazioni ideologiche dovrebbe chiedere al Tribunale di Bologna qual è il modello di fa­miglia che si vuole trasmettere alla bambina. Dovrebbe chiarire in quale punto della legge si prevede esplicitamente la possibilità di af­fidare un minore a una coppia omosessuale». ​

Caterina Dall'Olio (Avvenire)

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PERCHE' «MADRE» E «PADRE» SONO GUIDE INDISPENSABILI
Il maggior bene del cucciolo d'uomo
Lavoro da trent’anni in un servizio di Neuropsichiatria infantile e ho avuto spesso l’occasione di collaborare con gli operatori che si occupano di affidi e adozioni. Posso perciò affermare con tranquillità che quanti seguono a diverso titolo la situazione di minori con famiglie problematiche hanno a cuore in primo luogo il benessere dei bambini, indipendentemente dalle loro opinioni personali.
Sono certa che, anche in questo caso, la decisione degli operatori sia stata presa dopo aver vagliato i fatti con cura e attenzione. Perché allora, con altrettanta serenità e sicurezza, mi sento di affermare che si tratta di una scelta sbagliata? Perché sono fermamente convinta che venire affidati a una coppia omosessuale, anche stabile, anche affettivamente accogliente, non possa rappresentare il vero bene per un bambino? Non è facile rispondere in poche righe a un quesito così delicato, ma credo sia indispensabile provarci, al di là di ogni polemica, con un pensiero davvero rivolto esclusivamente ai nostri figli e a ciò che li aiuta a crescere. Tutto parte da una domanda cruciale: esiste o no la differenza sessuale? E questa differenza (di natura? di cultura?) se esiste ha un valore, o è semplicemente un elemento marginale nella vita delle persone? Perché se tale differenza non esiste o è marginale, crescere con figure genitoriali dello stesso sesso o di sesso diverso è in fondo una cosa ininfluente; se viceversa la differenza esiste, e soprattutto ha un valore, l’adulto che si assume un compito educativo è tenuto a domandarsi come accompagnare e far maturare questa differenza nel miglior modo possibile, perché porti i suoi frutti.
Come medico, attento al radicamento primario della nostra identità nel corpo, non posso che ricordare per prima cosa un dato semplice e incontrovertibile: la creatura umana può nascere solo come maschio o come femmina, e tutto il nostro corpo, in ogni singola cellula, fosse anche la più piccola, porta in sé questo decisivo marchio genetico (cromosoma XX per la femmina, XY per il maschio) che continuerà a rimanere inalterato per tutta la vita, indipendentemente dalle scelte sessuali e affettive che ciascuno vorrà compiere successivamente. Per questo motivo la differenza sessuale non può essere considerata una semplice qualità tra le tante, ma è piuttosto un dato costitutivo ineliminabile per l’essere umano, che come tale non può venire ignorato, ma chiede di essere tenuto in attenta considerazione quando si tratta di riflettere sulla costruzione dell’identità personale. Il maschile e il femminile sono due modi di stare nel mondo, due identità di pari valore, entrambe intere e nello stesso tempo incomplete, perché mancanti ciascuna di qualcosa (il maschile/il femminile) che solo l’altro possiede e può dare: questo si traduce nell’evidenza che da soli siamo incapaci di generare, perché solo l’incontro del maschile con il femminile genera nuova vita, fosse anche un incontro in provetta tra ovulo e spermatozoo.
A livello culturale, questo dato biologico ha generato due codici simbolici fondamentali, a loro volta profondamente differenti e irriducibili uno all’altro: il codice del padre e il codice della madre. Non si tratta di semplici funzioni, ma di figure identitarie: paternità e maternità sono il compimento maturo dell’identità sessuale maschile e femminile, e implicano la consapevolezza sempre più profonda della differenza, della specificità, ma anche del limite e della complementarietà. È molto importante capire che parlare di padre e di madre non è equivalente a parlare di mamma o papà. Mamma e papà sono parole legate a un compito, a un ruolo, a una funzione, e in questo senso è certamente possibile dire che anche in una coppia omosessuale potrebbero essere svolte bene le funzioni affettive e di cura di una mamma e di un papà. Madre e padre invece sono parole di identità, e quindi non vicariabili: nessun uomo, anche se capace di svolgere una funzione affettiva, potrà mai essere o diventare una madre, come nessuna donna potrà essere padre, indipendentemente dalle capacità e dalle intenzioni, mentre i figli hanno proprio bisogno di un padre e di una madre, figure di identità, per costruire la propria identità sessuata. Il cerchio allora si chiude: se il maschile e il femminile costituiscono due modelli identitari che esistono e che hanno un valore, un padre e una madre sono le guide indispensabili perché ogni bambino maturi pienamente la propria identità. Pur nell’inevitabile imperfezione di molti padri e madri, questo rimane comunque il maggior bene per il cucciolo d’uomo.

Mariolina Ceriotti Migliarese (Avvenire)

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Mala Educazione

Ci sono quelli come Barilla che la lezione sull’omosessualità e la parità di genere l’hanno capita tardi e quindi devono essere successivamente rieducati tramite pubbliche scuse e strategie aziendali “inclusive”. Poi ci sono quelli che non difendono a spada tratta la famiglia naturale, però anche in loro albeggia qualche dubbietto sul fatto che due maschi possano “sposarsi” o avere un bambino. Per costoro e in ossequio al noto adagio che è meglio prevenire che curare la comunità omosessuale sta studiando dei percorsi formativi ad hoc.
Presso l’Università di Padova infatti è al via un progetto didattico chiamato “Tuttidiversi”, progetto – così si legge sul sito ufficiale – “realizzato da studenti ed ex studenti con l’associazione Antéros LGBTI Padova ed il contributo dell’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario (ESU)”. Il percorso si snoderà attraverso cinque incontri, iniziati il 14 novembre scorso e che si concluderanno il 12 dicembre. Le tematiche affrontate riguarderanno le “discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, a partire dalle quali si discuterà di lavoro, migrazioni, disabilità, famiglie, inclusione sociale, politiche locali e diritti di coppie e singoli, transessualità”. In particolare si parlerà di discriminazione “nei luoghi di studio, di lavoro e nelle amministrazioni pubbliche” e “negli ambienti sportivi”. L’omofobia è davvero democratica, riguarda tutti e tutto.
Inoltre troviamo nella locandina anche il titolo di un altro incontro: “Migranti LGBT: quali diritti e quali opportunità?”. Non serve la sfera di cristallo per intuire che in quella conferenza si illustreranno gli espedienti amministrativi perché un “matrimonio” gay celebrato all’estero o un’unione omosessuale riconosciuta fuori dall’Italia possa recare qualche vantaggio giuridico anche qui da noi. Poco sotto Natale il ciclo di incontri si concluderà con “Pluralità delle forme di famiglia”. Lasciamo all’intuito del lettore immaginare di cosa si possa trattare.
“ll percorso è patrocinato da Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali presso presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri)” – lo stesso ufficio che mise a punto per il Dipartimento Pari Opportunità un documento strategico per la diffusione in Italia del credo omosessualista - e trova sostegno nella famigerata Rete Lenford (associazione Avvocatura per i diritti Lgbt). Rete che poi è stata finanziata dall’Ordine degli Avvocati di Verona per mettere in piedi il prossimo 22 novembre il convegno dal titolo “Orientamento sessuale e identità di genere nella professione e nella previdenza forense”. Davvero il tema dell’orientamento sessuale può essere appiccicato a qualsivoglia tema che viene in mente: dalle previsioni meteo alla celiachia.
Torniamo al progetto che vede interessata l’università di Padova. Desta sorpresa che tra le qualifiche dei relatori non ci sia nemmeno un docente di ruolo: né un ricercatore, né un professore associato o ordinario. Eppure le porte del prestigioso e serioso ateneo patavino, che ha visto come studenti nomi come quello di Copernico e come docenti Galileo Galilei, si sono magicamente aperte a questo ciclo di incontri. Chissà come avranno fatto nonostante il livello accademico dei relatori non sia elevato. Certo, il gol è stato fortunoso, non ha centrato la rete direttamente, tanto è vero che il luogo dove si svolgeranno gli incontri è il Dipartimento di Scienze Chimiche che con l’omosessualità c’entra come Osama Bin Laden con la pace nel mondo. Non sociologia o giurisprudenza o psicologia, ma chimica. O forse questo dipartimento invece è il luogo più consono. I movimenti omosessualisti infatti tentano con gli alambicchi della propaganda ideologica del gender di inventarsi l’uomo nuovo: neutro nel suo orientamento sessuale fintanto che il soggetto non deciderà in merito.
Iniziative come queste non sono nuove. Lo scorso anno l’Università degli Studi di Milano elargì la bella sommetta di 4.000 euro per un ciclo di conferenze e cineforum organizzato dal gruppo studentesco Gaystatale. A titolo di cronaca: le iniziative proposte dall’Associazione “Erasmus Student Network” – un rete tra studenti che studiano all’estero – non ricevettero un becco di un quattrino perché – così si legge nel verbale del Consiglio di amministrazione – “tali progetti non rientrano nelle finalità indicate nell’avviso agli studenti”.
I soldi pubblici donati al gruppo Gaystatale furono spesi anche per stampare il manifesto che pubblicizzava questi incontri, manifesto che ritraeva Benedetto XVI truccato da donna: un papa drag queen. D’altronde la parola “omofobia” ormai è usata da tempo e da molti, invece il termine “cristianofobia” è un neologismo che non ha diritto di essere proferita dalle labbra di nessuno.
Di queste iniziative per educare le masse omofobe evidenziamo, tra gli altri, un aspetto in particolare. Il fine di tante iniziative culturali non è tanto quello di affermare che l’omosessualità sia una condizione normale. Bensì il fine è la rivendicazione che l’omosessualità sia naturale. Può sembrare un finezza linguistica, ma così non è. Se andiamo a verificare le modalità attraverso cui le lobby gay cercano di sdoganare l’omosessualità vedremo che l’aspetto dialettico-bellicoso è quello che la fa da padrone (ne sono testimonianza diretta i molti incontri sul tema a carattere critico boicottati con violenza da attivisti gay).
L’omosessualità non viene presentata come se fosse una bella giornata di Maggio. Non si esaltano gli aspetti positivi dell’omosessualità, invece si mettono sotto la lente di ingrandimento i conflitti sociali che essa provoca per mano di retrivi baciapile, le presunte istigazioni al suicidio e atti di bullismo, i nemici che vogliono attentare alla libertà individuale della persona omosessuale, le condotte discriminatorie, i diritti negati, etc. Si esalta la parte destruens, non quella costruens. L’approccio è sostanzialmente marziale, altro che gaio. In questo il movimento gay paga lo scotto delle sue ascendenze hegeliane e marxiste.
In altre parole questa strategia assai fosca che poggia sulla dinamica conflittuale tra due opposti inconciliabili è roba vecchia già vista con l’asserita, ma non provata, relazione violenta tra padroni e proletari, ricchi e poveri, nord e sud del mondo, maschi e femmine, donne e famiglia, scienza e religione. Ora tocca al conflitto tra “omosessuali ed eterosessuali”, categorie che nella realtà antropologica nemmeno esistono (la persona omosessuale è un eterosessuale latitante, ebbe modo una volta di scrivere il dott. Roberto Marchesini). E l’unico modo per risolvere il conflitto non è trovare un punto di convergenza, ma obbligare il nemico - l’uomo della strada che non sapeva nemmeno che qualcuno gli aveva dichiarato guerra - alla resa totale ed incondizionata.
Le iniziative benedette anche da alcune austere università pubbliche vanno dunque nella direzione di spingere la normalità ad esporre bandiera bianca perché poi sul campo di battaglia sventoli invece un altro tipo di vessillo: la bandiera arcobaleno del movimento gay.
T. Scandroglio