martedì 5 novembre 2013

Memoria dei morti



Ci troviamo nell'ottavario dei defunti. Ricordo che chi vuole può leggere i post contrassegnati dall'etichetta "Meditatio Mortis" o da quella "Novissimi".

Di seguito le omelie tenute lo scorso 2 novembre dal Cardinale Arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra,  e da Enzo Bianchi.

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Commemorazione di tutti i defunti
Chiesa Monumentale di San Girolamo, 2 novembre 2013

Carissimi fratelli e sorelle, in questi giorni, oggi in particolare, venite presso la tomba dei vostri cari, custodendo nella preghiera del cristiano suffragio la loro memoria.
E’ questo un bisogno semplicemente del nostro cuore? E’ la volontà di non rassegnarci alla morte della persona amata? Oppure il vostro trovarvi in questo luogo esprime la certezza che il nostro destino ultimo non è la morte? Poniamoci dunque in umile ascolto della Parola di Dio e cerchiamo in essa la risposta alle nostre domande. Cercherò di aiutarvi con qualche considerazione sulla prima lettura e sulla pagina evangelica.
1. Nella prima lettura si parla di un banchetto che il Signore prepara per tutti i popoli. Per capire questa singolare promessa dobbiamo rifarci ad un’altra pagina della S. Scrittura, di straordinaria importanza. Quando Mosè ricevette la divina Rivelazione di Dio sul monte Sion, di lui e di chi lo accompagnava si dice: "essi videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero" [Es 24, 11].
Cari fratelli e sorelle, la S. Scrittura quindi mediante il profeta ci fa una grande promessa. Dio si rivelerà ad ogni persona umana, ed ogni persona umana è chiamata all’alleanza col Signore. Dio desidera divenire nostro alleato.
Quali sono le conseguenze di questa decisione, piena di amore, del Signore? La prima: "Egli strapperà…su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva le genti". La rivelazione che Dio fa di se stesso mediante la sua parola, quando viene accolta nella fede, diventa luce che guida i nostri passi. I nostri occhi non sono più bendati; abbiamo risposte ai nostri interrogativi più profondi.
La seconda: "eliminerà la morte per sempre". Cari fratelli e sorelle, questa è la più grande promessa che Dio ha fatto all’uomo: liberarlo dalla [paura della] morte. Riflettiamo un momento. Voi avete provato la sofferenza per la morte di una persona cara; se l’amore che provate per essa fosse stato capace di impedirne la morte, forse non l’avreste fatto? L’amore non sopporta che la persona amata scompaia, ma esso è però meno forte della morte.
Se Dio è nostro alleato e ci ama; se il suo amore divino è più forte della morte, e tale è altrimenti non sarebbe divino, potete pensare che Dio ci lasci cadere nel nulla eterno? Neanche la morte può separarci dall’amore che Dio ci ha dimostrato in Gesù.
I vostri cari non sono vivi solo nella vostra memoria; essi non sono finiti in niente. Ciascuno di essi vive, perché Cristo lo ha amato.
Il profeta mette sulle nostre labbra le parole che sgorgano dal nostro cuore di fronte alla chiamata di Dio a ciascuno di noi all’amicizia con Lui; alla luce della fede che ci guida ed accompagna il nostro cammino; alla liberazione dalla morte: "Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato: rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza".
2. La pagina evangelica, ad una prima e superficiale lettura, sembra farci uscire dall’atmosfera di serena speranza donataci dalla pagina profetica. Essa infatti descrive il giudizio finale e definitivo sulle persone, e sui popoli: "saranno riunite davanti a Lui tutte le genti". Un giudizio che separerà per l’eternità in due tutta l’umanità.
In realtà è una pagina mediante la quale noi impariamo il criterio supremo con cui ordinare la nostra vita presente, e ci dona la speranza certa nella giustizia di Dio. Anche se non raramente è stato dato più risalto all’aspetto lugubre e minaccioso del giudizio che alla sua consolante luce, la pagina evangelica nutre in noi una vera speranza.
In primo luogo essa ci insegna il criterio supremo con cui ordinare la nostra vita presente: il criterio della carità, la quale si esprime nell’attenzione ai bisogni dell’altro. Una vita ordinata secondo questo criterio è di coloro che riceveranno "in eredità il regno preparato fin dalla fondazione del mondo". Una vita ordinata secondo il criterio dell’egoismo che ignora i bisogni dell’altro, ha come destino "il fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli".
La pagina evangelica, in sostanza, ci dice una cosa semplice: alla fine della vita, noi saremo giudicati sull’amore.
In secondo luogo, la pagina evangelica genera in noi vera speranza. Essa infatti ci dice che alla fine le cose saranno messe a posto, ma non con una spugna che cancella oppressore e vittima. Non esiste un banchetto eterno in cui l’oppressore siede accanto alla vittima, come se l’ingiustizia e l’innocenza alla fine avessero lo stesso valore.
E’ veramente una pagina che ci dona speranza perché ci dona la certezza che ci sarà il momento in cui le cose saranno messe in ordine per sempre. Non è una parola di spavento, ma un forte richiamo alla nostra responsabilità: vivi nell’amore di Dio e del prossimo, e non avrai nulla da temere.
Così, raccolti come siamo in questo luogo di morte, impariamo a vivere.

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Abbiamo ascoltato le tre letture bibliche previste per questa memoria dei morti. Nella prima lettura (Gb 19,23-27a) c’è la speranza del credente che nella morte non sarà solo, ma sarà vendicato dalla potenza della morte, ad opera di un Riscattatore, di un Goe’l. Sono le parole di Giobbe. piene di speranza: anche nella morte il Riscattatore si leverà da ultimo e riscatterà tutti i suoi fratelli. Nella lettera di Paolo ai Tessalonicesi (1Ts 4,13-18) abbiamo ascoltato quale comunione costituisca la morte: una comunione con i santi del cielo, con quelli che sono già morti tra i cristiani della prima ora e con quelli che Paolo ipotizza, pur ancora in vita, raggiungeranno le altre sorelle e gli altri fratelli morti ma già in Cristo, nel Signore veniente. E nel vangelo (Gv 6,37-40) abbiamo ascoltato la promessa di Gesù: lui risusciterà quanti vanno a lui, quanti il Padre gli ha dato, e non li caccerà fuori.
Più volte abbiamo meditato su questi testi, ma in questa eucaristia vorrei ricorrere, come commento di tutti e tre i testi, a una parola di Paolo nella Seconda lettera ai Corinti:
Vi ho già detto che siete nel nostro cuore, per morire insieme e vivere insieme.
In cordibus nostris estis ad commoriendum et ad convivendum (2Cor 7,3).
In queste parole di Paolo c’è una verità decisiva per noi, che sovente ci sfugge o addirittura ignoriamo: la verità che la morte cristiana dovrebbe essere un morire insieme, così come la vita cristiana è un vivere insieme. Purtroppo molti danno ragione al detto: “Si nasce da soli e si muore da soli”. Questo è il pensiero del mondo, ma per chi ha ricevuto il dono della fede in Cristo non dovrebbe essere così!

Cerchiamo perciò di comprendere queste parole apostoliche. Innanzitutto il cristiano non muore da solo, perché proprio nell’immersione del battesimo muore con Cristo (cf. Rm 6,4; Col 2,12). Lo sappiamo: essere sommersi dalle acque del battesimo, semplicemente un segno, significa in verità morire alla vita mondana, far morire il nostro io che vuole vivere a ogni costo, senza gli altri e contro gli altri. Operazione, questa, che da soli non possiamo fare, ma che è possibile fare con Cristo, perché lui ci ha preceduti nella morte e lui ci starà accanto come compagno inseparabile nel nostro morire. Ogni cristiano nel battesimo muore con Cristo – è l’insegnamento di Paolo –, ma è anche vero che ogni giorno continua a morire nella misura in cui si conforma a Cristo, tentando, tentando (non di più!), di vivere la sequela del Signore. Dunque, la morte sta davanti a noi non come un evento di solitudine, ma come un evento di comunione. Se il Signore è stato con noi nella vita, ogni giorno, da quanto siamo nati fino a ora, e di questo abbiamo fatto esperienza nella fede, potrà forse abbandonarci nella morte? Non dimentichiamo che è questa domanda che ha fatto nascere la fede nella resurrezione nell’Antico Testamento, da parte dei nostri padri ebrei. E quindi noi ci facciamo la domanda, ma conoscendo la risposta: potrà forse il Signore Gesù Cristo non essere presente nella nostra ora pasquale?
Ma noi abbiamo anche un’altra convinzione riguardo al commoriendum. Nella nostra vita ci sono stati accanto i santi, quei santi che abbiamo amato, che ci sono stati di riferimento e di esempio, che ci sono stati amici. Anche loro saranno convocati accanto a noi nell’ora del nostro esodo e ci scorteranno, ci prenderanno per mano, e così la nostra morte sarà un pellegrinaggio carico di preghiera, una vera processione liturgica verso Dio.

E infine la vocazione ad commoriendum indica anche la dimensione della comunione fraterna: siamo chiamati a morire insieme, non solo a vivere insieme. Vita comune, vita di comunione, morte in comunione. Sì, il Signore ci ha fatto per ora questa grazia: tutti quelli che sono morti qui nella nostra comunità sono morti non nella solitudine ma nella nostra comunione fraterna; hanno avuto accanto a sé noi che li abbiamo accompagnati nella malattia e fino all’ultimo, nella morte. Possiamo dire che il Signore ci ha fatto la grazia di vivere la fraternità anche nella morte.
Ecco il completamento della nostra vocazione, anche nella morte. Questo costituisce un impegno a esercitarci a morire in comunione, amando gli altri e accogliendo l’amore degli altri. Vorrei dire soprattutto: accogliendo l’amore degli altri. Perché amare gli altri, non foss’altro per protagonismo, tentiamo di farlo tutti i giorni. Accettare invece l’amore degli altri e crederci, è molto più difficile. E forse il cristiano ha fede nella misura in cui crede all’amore degli altri verso di sé, non semplicemente perché ama gli altri. Non è forse la prima esperienza nella fede quella di un amore passivo e di credere all’amore di Dio per noi (cf. 1Gv 4,16)? Questo ci salva molto di più che i nostri protagonismi di amore, sovente falsi, sovente indirizzati male, sovente confusi con sentimenti ed emozioni che non sono un vero amore. Ma da parte degli altri vi è anche un impegno: l’impegno, per chi resta, a partecipare all’evento della morte in modo che non sia di solitudine e di abbandono.
Così facciamo memoria dei nostri morti, sapendoli in comunione, perché neanche nella morte ci hanno lasciati soli e noi non li abbiamo lasciati soli. La nostra vocazione cristiana, e per noi monastica, si completerà nella morte. La morte non sta fuori della vocazione: ne faremo un atto e un evento di comunione.
Bose, 2 novembre 2013
Omelia di ENZO BIANCHI