R. – E’ il clima di ogni giorno, ritmato dalla preghiera e dal lavoro, ma certamente c’è qualcosa in più: questa gioiosa attesa di un evento che è arrivato come di sorpresa.
D. – C’è qualche iniziativa particolare che avete in programma?
R. – L’iniziativa che abbiamo messo in programma in questo tempo è proprio di intensificare di più la nostra preghiera, il nostro raccoglimento, per gustare questo momento di gioia.
D. – Madre Michela, la vita di clausura in ogni epoca è stata vista come una scelta radicale, a volte incomprensibile perfino per i credenti. Come vi rapportate, oggi, con il mondo fuori dalle mura del vostro convento, in tempi – dobbiamo dire – di grande, ricercata visibilità attraverso i media, di ogni attività umana?
R. – Devo dire che il concetto di clausura dopo il Concilio è stato anche cambiato secondo le Costituzioni di ciascun monastero. Certamente ci sono separazioni più forti rispetto al mondo esterno, e separazioni più interiori. Il concetto di clausura riguarda la custodia del cuore, particolarmente, e quindi noi abbiamo ritenuto che fosse stato necessario, in questi anni, anche un aggiornamento sulla clausura del nostro monastero, pur mantenendo saldi i valori fondamentali del significato della clausura, della separazione. Quindi, non per essere fuori dal mondo ma per essere maggiormente dentro la storia dei nostri giorni, proprio attraverso la custodia di se stessi, del proprio cuore, togliendo la radice del male che ci inabita con la grazia del Signore, per poter poi essere anche testimonianza di luce più autentica. Senza peraltro avere quella separazione così forte, perché pensiamo che anche un servizio del monastero all’esterno possa essere importante, come per esempio far conoscere maggiormente la Parola di Dio, accogliere gli ospiti per la preghiera liturgica, servire i poveri, accogliere i pellegrini e soprattutto, accogliere ogni necessità dell’uomo di oggi.
D. – Papa Francesco, appena salito al soglio pontificio, ha chiesto preghiere. Ecco, il valore della preghiera a volte non viene abbastanza valutato anche dalla comunità dei credenti...
R. – Bè, perché la preghiera è una realtà difficile: implica la fede. La preghiera è la radice, l’inizio, l’origine di ogni forma di annuncio del Vangelo. Non è sempre facile, perché molto spesso vogliamo esporre noi stessi piuttosto che la realtà del Regno Dio. Allora, la tradizione monastica, proprio mettendo insieme la preghiera e il lavoro e soprattutto il silenzio e la solitudine, fa capire quanto sia necessario prima di ogni iniziativa di evangelizzazione, custodire se stessi, imparare a purificare la propria vita. La luce è qualcosa che brilla da dentro, non che viene da fuori. Quindi, questa realtà di Cristo che deve essere maggiormente accolta di giorno in giorno, poi da se stessa brilla di fronte al mondo. Ecco, importante è capire che non è un cammino facile, il cammino della preghiera, perché implica una radicale spoliazione di sé. La preghiera implica l’amore, la relazione profonda con il Signore e questo ci toglie, appunto, tutto quello che può essere la nostra ombra, il nostro egoismo. Quindi la preghiera custodisce il nostro amore, la preghiera implica veramente anche un momento di fiducia, di fede profonda.
D. – Madre Michela, nel vostro convento ha vissuto suor Nazarena Crotta, che ha passato – lo sappiamo – 45 anni, ultima reclusa in una cella. Domani è l’anniversario della sua entrata nel monastero, il 21 novembre del 1945. Ecco, ad oltre 20 anni dalla sua morte, nel 1990, quale eredità ha lasciato questa donna, questa suora?
R. – Certamente, la sua scelta è stata una scelta radicale. L’immagine che aveva preferito della sua vita era proprio il seme, il chicco di grano caduto a terra che se non muore non porta frutto, ma il chicco rimane nascosto. Lei ha voluto essere nascosta nella sua vita ma anche dopo la sua morte, secondo il suo desiderio. Certamente, l’eredità che noi raccogliamo è la sua autenticità: per lei, ogni forma di vocazione, ogni forma di relazione con il Signore era innanzitutto un essere autentici, l’esserci con la propria verità. Per lei era anche togliere queste maschere che ci portiamo, che abbiamo dai nostri condizionamenti. E quindi, un primo valore era proprio la grande autenticità, e il secondo era questo immenso amore che lei nutriva per la Chiesa in particolare, ma per tutto il mondo: per ogni persona, per tutti coloro che soffrivano. E’ un amore vivo, non un amore formale. Io ho avuto la grazia di poterla visitare una volta e farmi dire una parola, e sono rimasta sorpresa perché da una reclusa mi aspettavo magari una parola ascetica; e invece, la parola era proprio l’amore, questa realtà, questa vocazione di ogni uomo e di ogni donna all’amore …
Radio Vaticana
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(Notker Wolf, Abate primate dell’ordine benedettino) Era grande tra i contemplativi l’attesa per le parole di Papa Francesco. Durante la sua visita ad Assisi, il 4 ottobre scorso, si è rivolto alle clarisse. La cosa più importante, ha detto, è la «contemplazione sempre, sempre con Gesù; Gesù, Dio e Uomo. E la vita di comunità, sempre con un cuore grande». Ma già le sue parole ai fedeli e il suo esempio sono un messaggio e allo stesso tempo una sfida anche per i contemplativi.Prima di tutto colpisce il suo vivere modesto. In questo molte comunità di monache già seguono il suo esempio. Tutt’altro che ricche, vivono in condizioni di reale povertà. Forse bisognerebbe riflettere sul gusto delle nostre sacrestie. Non sono i merletti sulle cotte che fanno lo stile e la dignità, ma piuttosto una fine semplicità. La modestia si esprime soprattutto nell’abbandono di privilegi e in una mentalità corrispondente. A volte i contemplativi credono di essere cristiani migliori. La parola di Gesù a Marta — «Maria ha scelto la parte migliore» — veniva interpretata come se la vita contemplativa fosse più elevata rispetto alla vita attiva. La vocazione contemplativa è una fra le tante che conta la Chiesa. San Paolo ci ammonisce che nessuna vocazione si deve elevare al di sopra delle altre. La vocazione contemplativa serve a edificare la Chiesa di Gesù Cristo, soprattutto attraverso la preghiera.
Il vero criterio di santità non è la contemplazione in sé, ma l’amore misericordioso che ci dimostriamo vicendevolmente e che si estende a tutti gli uomini. «Carissimi, amiamoci l’un l’altro, perché l’amore è da Dio, e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio» (1 Giovanni, 4, 7). Discendere da Dio è la autentica santità, da lì prendiamo la via di conoscere Dio, di contemplare Dio. A questa contemplazione arriviamo solo attraverso l’amore.
Per questo Papa Francesco affronta specialmente due atteggiamenti nella Chiesa che riguardano anche noi contemplativi. Il primo è l’auto-centrismo. Troppo spesso ci prendiamo cura solo di noi stessi invece di guardare alle necessità del mondo. Le preoccupazioni del mondo devono essere anche le nostre. Non ci deve mai lasciare indifferenti una madre che piange i suoi bambini morti in una zona di guerra o se la violenza e non la pace fanno parte della vita quotidiana di molti. Dobbiamo accompagnare nella preghiera anche le madri che sono rimaste incinte senza volerlo, magari in conseguenza di uno stupro, e che vivono il dubbio drammatico di dover portare alla luce il loro bimbo. Noi che viviamo in un ambito così protetto godiamo di vantaggi. Proprio per questo non dovremmo mai diventare indifferenti davanti alle miserie del mondo. Accompagnare la gente nell’affrontare i problemi è uno dei nostri compiti più importanti. Non apparteniamo al mondo, ma viviamo come uomini e donne di clausura in mezzo a un mondo devastato che desidera giustizia e pace. I salmi che cantiamo ogni giorno esprimono tanto questa miseria come questo desiderio.
Un secondo ammonimento del Papa riguarda in modo speciale le nostre comunità: non sparlare gli uni degli altri! Quanti pettegolezzi ci sono nei nostri monasteri. Pensare male del prossimo oppure sparlare di lui per fingersi migliore costituisce uno dei maggiori danni alla carità. Bisogna, invece, volere il bene per tutti. In questo consiste la nostra meta. Il contrario distrugge la pace nelle nostre comunità. San Benedetto parla spesso contro il difetto del mormorare. Egli pensa al popolo di Israele nel deserto. Mormorare significa ribellarsi contro Dio che ha creato il prossimo come ha creato me e che ci ama entrambi allo stesso modo. La carità del Papa si dirige, seguendo l’esempio di Cristo, specialmente ai poveri e agli emarginati nelle nostre società. È commovente vedere a pranzo la fila di persone che, davanti alle portinerie dei monasteri, aspettano un pasto, perché non hanno un’altra possibilità di riceverlo. Intorno a un monastero povero in Brasile i laici hanno costruito scuole e altre strutture sociali dopo essere stati animati dall’esempio delle monache su come seguire Cristo. La gente lì si sente sostenuta dalle preghiere delle suore.
Monache e monaci di clausura non devono spalancare le porte, uscire fuori per annunciare la Buona Novella. Le vocazioni sono diverse e ci sono diverse forme di annuncio del Vangelo, che costituisce un compito anche per le comunità contemplative. Se una comunità invece di rinchiudersi timorosa nelle proprie preoccupazioni, vive nella carità, mostrando nell’amore vicendevole questa carità che proviene da Dio misericordioso e se si allontana da invidia e discordia, si trasformerà in città situata sopra un monte, in luce sul candelabro.