giovedì 21 novembre 2013

Tra Camelot e Gerusalemme




Cinquant’anni fa, il 22 novembre 1963, veniva assassinato il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy

(Robert Imbelli) Gli americani di oggi, che erano già nati il 22 novembre 1963, giorno in cui il presidente John Fitzgerald Kennedy venne assassinato, sanno dire esattamente dove si trovavano quando appresero la devastante notizia. Riescono ancora a ricordare il turbamento, il disorientamento e la paura provati allora. Naturalmente, anche se si sapeva che altri presidenti erano stati assassinati (Lincoln nel 1865, McKinley nel 1901), quella era solo storia. Questa, invece, dolorosa realtà: la nostra realtà, il nostro dolore.L’affascinante giovane presidente e la sua affascinante e raffinata moglie sembravano rappresentare il volto di una nuova generazione di americani. Il presidente aveva parlato di una «nuova frontiera», una frontiera che comprendeva l’esplorazione dello spazio, ma anche il miglioramento delle condizioni sulla terra. È famoso l’invito che rivolse agli americani: «Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete cosa voi potete fare per il vostro Paese». Molti giovani risposero, partecipando alle nuove iniziative avviate da Kennedy, come i Peace Corps.
La prima volta che andai a votare in una elezione presidenziale fu nel 1960, e come tanti altri miei compagni votai per Kennedy. L’elezione del primo presidente cattolico significò che i cattolici finalmente avevano ottenuto piena cittadinanza nella vita politica della Repubblica. L’inizio degli anni sessanta segnò anche l’apogeo della dimensione istituzionale della vita cattolica negli Stati Uniti. Venivano costruite nuove chiese e scuole per rispondere ai bisogni di una popolazione cattolica in espansione e in crescita; fiorivano le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. Il ritratto emblematico che raffigurava Giovanni XXIII e il presidente Kennedy uno accanto all’altro sembrava promettere una nuova era, sia per la Chiesa sia per la Nazione: una nuova Pentecoste, ecclesiale e civile.
Kennedy è stato definito il primo presidente televisivo. Molti sostengono che ha vinto le elezioni perché il suo aspetto bello e sano, durante il primo dibattito televisivo della storia americana, contrastava con quello dimesso e anonimo del suo antagonista, Richard Nixon. Tragicamente, il suo funerale divenne il primo spettacolo televisivo che unì il mondo in un villaggio globale, con milioni di persone raccolte attorno ai propri bivacchi elettronici.
Il 22 novembre 1963 studiavo teologia a Roma e vivevo al collegio Capranica. Dopo cena, molti di noi si diressero come al solito verso il piccolo televisore per guardare il telegiornale della sera. Fu allora che ascoltammo la notizia quasi incredibile della sparatoria a Dallas. L’incredulità si trasformò in orrore quando, poco dopo, venne annunciato che il presidente era morto. Il fatto di trovarsi a cinquemila miglia da casa, senza alcuna possibilità di comunicare direttamente con i propri cari, con cui condividere lo sgomento e il dolore, rendeva il peso ancora più gravoso. I giorni seguenti, che si conclusero con i funerali di Stato e la messa esequiale, trascorsero come in un sogno. Il Dies irae di quella messa non era mai risuonato così potente e pauroso. Gli impegni quotidiani, la preghiera, il lavoro e lo studio venivano svolti automaticamente, ma con la sensazione che la propria vita sarebbe stata segnata per sempre dagli eventi di quella giornata nera.
Naturalmente la vita andò avanti. A Roma la seconda sessione del concilio terminò due settimane dopo, seguita da altre due prima di concludersi nel 1965. Negli Stati Uniti, lo storico Civil Rights Act venne finalmente approvato dal Congresso, favorito dell’emozione suscitata dall’assassinio di Kennedy e dalla grande abilità legislativa del suo successore, Lyndon Johnson. Tuttavia, le speranze suscitate dai documenti conciliari e dalle leggi del Congresso furono messe fortemente alla prova da quanto accadde in un altro anno tragico: il 1968. Negli Stati Uniti furono assassinati Martin Luther King e Robert Kennedy, in alcune città scoppiarono sommosse e molte università furono sconvolte dai tumulti. Nella Chiesa la promulgazione dell’enciclica Humanae vitae deluse le attese di molti cattolici. Sacerdoti e religiosi abbandonarono, in numero crescente, la loro vocazione, lasciando relativamente vuoti residenze e conventi un tempo pieni. Era iniziata una fase di polarizzazione intensa.
La Camelot dell’era Kennedy ebbe vita breve. Inoltre, in seguito si rivelò più mito che realtà, troppo spesso sfigurato da segrete infedeltà. Ancora una volta fu chiaro che le riforme vere e durature devono sempre scontrarsi con la mutevolezza del cuore umano. Senza conversione autentica, il benessere e l’integrità sia della Nazione sia della Chiesa sono compromessi e corrosi.
Cinquant’anni dopo quella triste giornata di novembre, ci stiamo avvicinando ancora una volta alla fine dell’anno liturgico. Quest’anno la solennità di Cristo Re segna anche la fine dell’Anno della fede indetto da Benedetto XVI. Ma nel senso più profondo ogni anno è un anno della fede. Di fatto, ogni giorno esige dai credenti un nuovo inizio, un nuovo incentrarsi su Cristo via, verità e vita, una continua conversione a Cristo, solo santo e solo Signore, come proclamiamo nel Gloria. E le speranze dei credenti non sono riposte in una qualche mitica Camelot, ma nella nuova Gerusalemme, che scende «dal cielo, da Dio» (Apocalisse, 21, 2).
L'Osservatore Romano

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Kennedy, il primo cattolico "adulto"
di Marco Respinti
Il 22 novembre di 50 anni fa moriva, a 46 anni, il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy (1917-1963), vittima, a Dallas, in Texas, di un attentato ancora avvolto nel mistero. La sua giovane età, la sua fine scioccante e l'aura quasi mistica che ne aveva accompagnato l'ascesa alla presidenza ne hanno da subito fatto una sorta di divinità laica: un novello re Artù – come si continua ancora a ripetere – che, dalla Camelot eretta sulle rive de Potomac (la Casa Bianca), inaugurava un'era di pace e di prosperità per le nazioni, continuando tutt'ora a ispirarle.
Criticare uno come Kennedy equivale dunque ad attraversare un campo minato. Ma l'inibizione più grande resta quella riguardante il mito intoccabile del “primo presidente cattolico degli Stati Uniti”, di cui resta comunque innocente il beato Giovanni XXIII (1881-1963), sempre sconsideratamente raffigurato a fianco del presidente americano nell'Olimpo trasognato e irenista di quei “formidabili” anni 1960 che invece  (come ha acutamente osservato l'opinionista cattolico George Weigelscatenarono una guerra senza precedenti alla morale e al costume con la diffusione della contraccezione prêt-à-porter, della contestazione alla famiglia “borghese”, della “Nuova Sinistra” nelle università e della grande spinta culturale che nel decennio successivo otterrà la legalizzazione dell'aborto.
La chiave di volta del cattolicesimo kennedyano rimane il discorso programmatico tenuto il 12 settembre 1960 alla Greater Houston Ministerial Association, famoso e controverso. Famoso perché in quell'occasione Kennedy, che oramai era il candidato presidenziale del Partito Democratico alle imminenti elezioni dell'8 novembre, cercò di rassicurare tutti, ma in specie i protestanti sospettosi, del fatto che anche un cattolico (era la prima volta) avrebbe potuto governare da buon presidente imparziale degli Stati Uniti. Controverso perché, mentre da un lato sembrò onorare i princìpi costituzionali su cui si regge il Paese, e in specifico il diritto di ogni cittadino alla libertà religiosa, Kennedy auspicò invece una clamorosa separazione assoluta fra Stato e Chiesa che anzitutto non esiste nella Costituzione federale americana e che soprattutto suona identica all'idea, tanto cara ai laicisti sino a oggi, di “proteggere” lo Stato dall'ingerenza delle Chiese quando invece i Padri fondatori, con il famoso Primo Emendamento alla Costituzione (lo stesso che tutela la libertà religiosa), vollero esattamente il contrario: difendere le Chiese dallo Stato. Laicismo, insomma, piuttosto che sana laicità.
Di tutto quel celebre discorso, costruito per paradossi e iperboli, più colmo di non detti che di detti, il punto cruciale è l'unica frase assertiva: «Sulle questioni d'interesse pubblico, io non parlo a nome della mia Chiesa – e la mia Chiesa non parla a nome mio». Vale a dire che per un cattolico kennedyano ciò che la Chiesa dice importa solo nella sfera privata. Non volendo evidentemente entrare nella sfera privata dell'uomo Kennedy, resta il fatto che pubblicamente la mentalità del presidente Kennedy costituisce il contrario esatto di un sano antidoto all'ingerenza indebita della Chiesa Cattolica, o altra, nella politica di un Paese e alla prevaricazione della giusta autonomia dei laici: è l'impedimento alla libertà della Chiesa di svolgere la propria missione evangelizzatrice nel mondo, anche politico. Il cattolicesimo kennedyano implica cioè una Chiesa relegata in sacrestia: irrilevante e ininfluente sulle grandi questioni pubbliche; impedita di farsi ascoltare dai cattolici impegnati in politica; impossibilitata a proporre a tutti quel suo giudizio con cui poi ovviamente si deve confrontare la libertà responsabile di ogni uomo. E, per converso, al cattolico impegnato in politica il kennedysmo pure prescrive come un dovere civile e democratico la pratica del cristianesimo più anonimo.
La breve presidenza di Kennedy è stata la messa in pratica di quell'impegnativo manifesto. Nel cataclisma degli anni 1960 – il “Sessantotto americano” –, per Kennedy l'aborto rimaneva quindi solo una scelta personale, le grandi questioni etiche legate ai “princìpi non negoziabili” sbiadivano sullo sfondo e la cultura anche politica che deriva da una fede davvero vissuta scivolava lieve sulla superficie della vita pubblica del Paese. Del resto, la voglia di Kennedy di sceverare radicalmente lo Stato e la Chiesa l'una dall'altro aveva allarmato anche più di un protestante, pure fra quelli che, temendo seriamente l'avvento di un presidente cattolico, avrebbero in teoria dovuto sentirsi invece confortati dalle sue parole.
Il giornalista Thomas Maier ha pubblicato un libroThe Kennedys: America's Emerald Kings: A Five-Generation History of the Ultimate Irish-Catholic Family (n. ed., Basic Books, New York 2004), per affermare e documentare che sul piano personale il presidente tragicamente assassinato mezzo secolo fa era un cattolico fedele e devoto, non mancava mai a una Messa e rispettava le tradizioni; ma è più una conferma del suo anonimo cristianesimo pubblico che una smentita. Il maggior biografo nonché consigliere del presidente, Arthur M. Schlesinger Jr., ha ricordato che JFK detestava, percependola come intrinsecamente anticattolica, l'etichetta di liberal. Evidentemente si accontentava di essere un cattolico “adulto”.